Hong Kong, cinque anni dalla “protesta degli ombrelli”: cosa insegnano ancora quei giovani che volevano cambiare la storia

Oggi come allora la città vede scendere in piazza decine di migliaia di manifestanti, molti di cui sono giovani. Gli obiettivi sono cambiati, ma la motivazione è sempre la stessa: costruire una democrazia

Vi ricordate gli ombrelli gialli? Sono passati 5 anni dall’inizio dalla protesta pro-democrazia che vide scendere per strada a Hong Kong, per la prima volta negli anni duemila, decine di migliaia di persone, sopratutto giovani, muniti di ombrelli gialli per difendersi dai lacrimogeni e dallo spray urticante usati dalla polizia. Il movimento iniziò un’intera generazione all’attivismo democratico, segnando anche una nuova fase, non ancora interrotta, di dissenso nei confronti della vicina Cina, di cui Hong Kong è una zona amministrativa speciale.

Lo status venne conferito a Hong Kong dopo la cessione nel 1997 da parte del Regno Unito – di cui era una colonia – ed è previsto che duri fino al 2047, per cinquant’anni. La scadenza traccia una linea rossa all’orizzonte delle vite dei circa 7 milioni di cittadini della metropoli, soprattutto tra i più giovani. Perché non è chiaro cosa potrebbe accadere dopo.

Con il sistema vigente – noto come “un paese, due sistemi” – la Cina controlla la politica estera e di difesa della città a cui però è concesso di amministrarsi autonomamente. A differenza della vicina Cina, a Hong Kong la magistratura è indipendente, ovvero slegata dalla politica, e la stampa è libera. La città però non gode di un sistema elettorale paragonabile a quello che esiste nelle democrazie rappresentative come l’Italia.

Il governatore non viene scelto tramite elezioni, ma viene nominato da un comitato di circa 1.200 persone, tendenzialmente élite vicine a Pechino. Secondo gli accordi con la Cina, Hong Kong avrebbe potuto eleggere il proprio leader tramite il suffragio universale entro il 2017. Ma così non è stato: ed è proprio per questo motivo che nacque il movimento degli ombrelli, nel quale affonda le radici l’attuale movimento di protesta, giunto ormai oltre al quarto mese di vita.

Gli esordi: il 26 o il 28 settembre?

Sono due le date che solitamente vengono associate all’inizio del movimento. Il 26 agosto – data citata dalle pagine di wikipedia – vide duri scontri tra la polizia e i manifestanti pro-democrazia, circa 9 mila in tutto, che avevano occupato una strada nel quartiere di Mongkok. Le proteste andavano avanti da circa tre settimane, ma negli scontri rimasero feriti 15 agenti di polizia e furono arrestate ventisei persone. Lo stesso giorno finiva una settimana di scioperi studenteschi con una manifestazione fuori dagli ufficio del governo.

L’altra data, il 28 settembre, segna comunemente invece l’inizio dell’occupazione del centro finanziario della città da parte di Occupy Central, un movimento di disobbedienza civile. Quel giorno migliaia di attivisti scesero per strada per chiedere a Pechino di rispettare la promessa di elezioni libere contenuta nella mini-costituzione del Paese (nota come Basic Law): Pechino aveva deciso che i cittadini di Hong Kong avrebbero potuto votare, ma soltanto per scegliere uno dei tre candidati selezionati dal Comitato, cosa che gli studenti come tutti i manifestanti, trovavano inaccettabile.

ANSA / La Governatrice Carrie Lam

La reazione del governo fu violenta: l’uso di lacrimogeni da parte della polizia scosse l’opinione pubblica. Nei giorni seguenti, decine di migliaia di persone si unirono ai manifestanti, bloccando alcuni punti nevralgici della città e paralizzando il traffico.

L’epilogo incerto: le proteste vanno avanti

L’occupazione durò 79 giorni, finendo ufficialmente il 15 dicembre. I manifestanti furono sconfitti: le regole sulle elezioni del governatore non cambiarono, gli accampamenti furono smantellati, le manifestazioni e le proteste pacifiche finirono. Gli ombrelli, che erano diventati un simbolo dei manifestanti, divennero invece metafora della fragilità del movimento.

La storia di quei giorni e dell’epilogo del movimento può essere raccontata tramite la storia di due persone. La prima, Carrie Lam, all’epoca capo segretario dell’allora governatore CY Leung, oggi nelle vesti di governatrice di Hong Kong – posizione a cui non è stata eletta, ma alla quale è stata nominata – è il bersaglio del nuovo movimento di protesta, nato per contestare una legge sull’estradizione in Cina dei dissidenti. I manifestanti chiedono tuttora le sue dimissioni.

ANSA / L’attivista Joshua Wong

L’altro invece è Joshua Wong. Nel 2014, il ragazzo da poco maggiorenne, divenne uno degli esponenti principali del movimento. Oggi, dopo una serie di arresti e scarcerazioni – anche per i fatti avvenuti cinque anni fa – è tornato in libertà. Wong si è unito alle decine di migliaia di persone che continuano a protestare contro l’attuale governo prima di volare in occidente. Le proteste a cui è stato precursore e poi testimone, continuano senza di lui.

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