L’alleanza con il Pd sta danneggiando il M5S? No, è la destra che lo ha divorato

L’analisi dei flussi elettorali ci spiega da dove vengono (e dove potrebbero andare) gli elettori pentastellati

Da troppo tempo circola la suggestione che il M5S sia (o sia stata) una forza politica di sinistra. Cosa c’è di vero? Poco o nulla. Si tratta di una narrazione bipartisan smentita dai dati e dagli eventi. Negli ultimi anni alcuni giornalisti, forse nostalgici della sinistra di piazza, hanno erroneamente attribuito questo “colore” al Movimento di Beppe Grillo – forse perché alcuni pionieri, come l’attuale presidente della Camera Roberto Fico, da perfetti sconosciuti conducevano sui territori battaglie di stampo ecologista e progressista.


Guardando i dati, però, è facile capire come si tratti di un caso, abbastanza unico nel panorama politico italiano, di un partito con metà dei rappresentanti nelle istituzioni e un programma elettorale vicini a istanze di sinistra, ma con una base per 3/4 proveniente dal centrodestra. Dal 2018 la stessa narrazione è stata adoperata dai partiti di destra per richiamare a casa il proprio elettorato che di fatto ha abbandonato il M5s.

Altrettanto errata è l’ipotesi che l’elettorato del M5s si sia “salvinizzato” nel corso dell’ultimo anno e mezzo o che i recenti insuccessi alle elezioni regionali siano imputabili all’alleanza di governo col Partito Democratico. La verità è che, dopo i risultati politici del 2018, l’alleanza Lega/M5s si è rivelata mortale per il futuro di uno dei due partiti: quello più giovane e più fragile. Come avrebbero potuto sopravvivere entrambi condividendo lo stesso elettorato? Due populismi che adoperavano una comunicazione studiata a tavolino come molto simile, ma un solo voto disponibile per l’elettore.

Il grafico e i dati

Abbiamo estrapolato da un lavoro del dottor Giambattista Amati, docente di Information Retrieval all’Università di Tor Vergata di Roma, i dati relativi ai flussi elettorali (inclusi i cambiamenti di opinione indicati dai sondaggi settimana per settimana e anno per anno) in tre periodi diversi che rappresentano tre momenti topici nella storia politica del M5s. I dati sono stati rappresentati visivamente in una serie di grafici che dimostrano la competitività tra i diversi partiti (schieramenti) per uno stesso elettorato.

I primi due grafici illustrano l’andamento globale di ciascun schieramento politico (Csx, Cdx, i partiti di sinistra non coalizzati, quelli di destra non coalizzati, i partiti di Centro e il M5s) dal 2008 fino alle elezioni politiche del 2013. Incrociando uno dei partiti dell’elenco scritto in verticale con uno dei partiti dell’elenco in orizzontale ci si trova davanti una sfera di colore rosso o blu.

Se la sfera è di colore rosso o rosso bruno significa che i due partiti sono fortemente in competizione per lo stesso elettorato; viceversa, se il colore è blu o azzurro significa che la possibilità di uno scambio tra i due partiti è piccola o inesistente e che i due partiti non sono in competizione per lo stesso elettorato. Le dimensioni e le intensità di colore delle sfere indicano una maggiore, minore o pressoché nulla possibilità di erosione di voti tra una forza politica e l’altra.

È ben evidente che alle elezioni politiche 2013 l’elettorato grillino (oltre il 25% del totale dei votanti) venne fuori da una competizione vinta sul Centrodestra e la destra (con una minima parte di elettori provenienti dalla sinistra estrema). Nulla invece si può rilevare in quel risultato per quanto riguarda l’area ascrivibile al Pd.

Solo successivamente (grafico 3), nel periodo di opposizione del M5s al governo Renzi, il Centrosinistra ha ceduto elettorato al M5s, che passò infatti dal 25% del 2013 al 33% del 2018, otto punti percentuali in più nei quali, in buona sostanza, si può riconoscere l’elettorato di Centrosinistra “deluso”.

Infine, dopo il picco dell’aprile 2018 in cui raggiunge nei sondaggi il 35%, il M5s ha iniziato un lento ma deciso cupio dissolvi, scendendo fino al 17% delle elezioni Europee del maggio 2019, con una perdita di 16 punti, mentre la Lega, suo alleato di governo, ne ha guadagnati 17 (1). Nel grafico 4 infatti è possibile rilevare nuovamente la forte competizione (sfera rossobruna) tra i due schieramenti come nel lontano 2013, competizione vinta stavolta dal polo di Centrodestra.

I fatti

Le vittorie delle due sindache del M5s, Chiara Appendino a Torino e Virginia Raggi a Roma, sono state ottenute grazie all’appoggio dichiarato dei partiti di destra nel corso dei rispettivi ballottaggi. La maggior parte dei parlamentari e dei consiglieri regionali o comunali che negli ultimi 5 anni hanno abbandonato il M5S è passata alla Lega o a Fratelli d’Italia. Fino al 2017 non c’è stata una vera campagna dei partiti di Centrodestra contro il M5s, che faceva comodo come testa di ariete contro i governi di centrosinistra.

La cosiddetta “terza via” che rappresenterebbe il M5S è un’invenzione pressoché recente e sicuramente vale da sola come smentita, nel nostro caso, di una collocazione di tipo progressista. Il fatto che questa terza via non sia visibile nei fatti – e forse anche difficile da ipotizzare – è alla base della crisi identitaria e di consenso del partito.

Il futuro

Quello che rimane dell’elettorato grillino, stimato nei sondaggi tra il 10 e il 16% dei votanti, è ancora composto da persone con affinità miste con i due schieramenti principali presenti sulla scena politica italiana. Forse oggi prevale di misura la parte di sinistra (più al Nord e al Centro che al Sud del nostro paese), come dimostra il recente risultato alle regionali emiliano-romagnole.

Quale strategia adotterà il Movimento per mantenere il proprio elettorato o recuperare i voti persi? Una prima strategia abbozzata è puntare sulla presunta terza via, ma rischia di diventare l’ennesima strategia sbagliata. I recenti attacchi di alcuni esponenti politici grillini al movimento delle Sardine, per via della foto con Benetton e Toscani, o le manifestazioni annunciate sul tema del taglio dei vitalizi, sono tentativi di ristabilire una supremazia nel mondo della politica antisistema e delle piazze.

Ma oltre a fare, ancora una volta, il gioco dei partiti di destra, difficilmente otterranno risultati. Come spiega bene Ilvo Diamanti nella sua analisi per la Repubblica del 3 febbraio 2020, «sarà difficile recitare la parte del non-partito perché il non-partito oggi è un partito, e quella di non-politici è una etichetta contraddetta dai fatti e ormai poco condivisa dall’opinione pubblica».

La credibilità di ciò che rimane del M5s è in discussione anche per chi è di destra. Se ci dovesse essere una scissione con la formazione di due piccoli partiti, uno che va a destra, magari con Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone, l’altro che va a sinistra, quale avrebbe più chance di sopravvivere? Chi, oggi, può immaginare Giorgia Meloni sempre più lanciata nel suo ruolo di guida credibile della destra italiana allearsi col partito di Di Battista? Potrebbe farlo Salvini, certo, ma pagherebbe un prezzo elettoralmente non piccolo.

Al contrario, un partito di sinistra ambientalista ed ecologista nato dal M5s potrebbe coprire lo spazio lasciato vuoto dai Verdi italiani poco presenti e poco incisivi a livello nazionale. Beppe Grillo lo ha capito per primo (anche se in ritardo) e oltre che Garante rimane proprietario del nome e del simbolo del partito (come stabilito dal tribunale di Genova nel 2019).

In copertina ANSA | Gli allora vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini parlano nel cortile di palazzo Chigi al termine della riunione con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Roma, 10 giugno 2019

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