Il coronavirus fa calare le emissioni di CO2 in Cina. Ma i benefici sarebbero irrilevanti

Il calo di alcune emissioni inquinanti in Cina rappresenta una magra consolazione: ecco perché

Secondo diversi analisti che monitorano le tendenze energetiche e la qualità dell’aria, le misure prese in Cina per contenere l’avanzata del nuovo Coronavirus hanno portato a una riduzione della produzione tra il 15 e il 40%. Questi dati riguardano soprattutto i settori chiave, fatta eccezione per gli altiforni dell’acciaio.


La conseguenza più probabile è un calo delle emissioni di CO2 almeno di un quarto rispetto a quanto ci si aspetta di solito a cavallo del Capodanno cinese. Tanto per farci un’idea, lo scorso anno sono state rilasciate dalla Cina 400 milioni di tonnellate di CO2 (400 MtCO2); facendo un calcolo aprossimativo, deduciamo che la riduzione globale di CO2 sia stata oggi di 100 MtCO2. 

Come vedremo dal punto di vista dell’impatto sul clima, questi dati sembrano essere effimeri, tuttavia è notevole come una emergenza sanitaria possa collateralmente portare – anche se in un periodo circoscritto – a ottenere dalla Cina quel calo di emissioni che il governo di Pechino è reticente a concedere.

Una magra consolazione

A livello economico questo genera soprattutto preoccupazioni: il calo è dovuto all’emergenza sanitaria in corso, non a un cambio di rotta nella scelta delle fonti energetiche; rappresenta piuttosto la cifra di un problema economico, rilevato anche dall’Opec (Organizzazione dei paesi produttori di petrolio).

La domanda di petrolio ha quindi subito un duro colpo e Paesi come l’Arabia Saudita fanno pressione affinché si abbassi la produzione. Si temono ulteriori scosse, qualora l’emergenza in Cina comportasse nuovi blocchi nei focolai dell’epidemia. 

A parte il caro prezzo – l’epidemia ha mietuto nel mondo oltre 2800 vite umane – nulla fa pensare che questo calo di consumo comporti una riforma nei modi con cui si produce energia e lavoro in Cina, che continua a essere una bestia nera soprattutto nel consumo del carbone, la cui domanda è lo stesso in calo.

Va precisato comunque che di suo il Capodanno cinese rappresentava già un periodo di significativo calo nella domanda di energia, ma era circoscritto solo a quell’evento. La norma è che nei 10 giorni successivi alla vigilia vi sia in media una riduzione del 50%. Stavolta il fenomeno persiste, non mostrando alcun segno di recupero.

Risulta in crisi anche un altro inquinante associato alla produzione industriale: il diossido di azoto (NO2), con un calo del 36% rispetto a quanto ci si aspetterebbe subito dopo il Capodanno cinese. Purtroppo tutto questo avrà un impatto nel lungo periodo piuttosto irrilevante.

Carbonbrief | La tabella mostra il consumo giornaliero di carbone durante il Capodanno cinese da parte delle sei maggiori aziende che alimentano la domanda di energia, dal 2014 al 2020.

Foto di copertina: Kevin Dooley/flickr | Beijing smog.

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