Coronavirus, il miracolo delle penne nere in Veneto: ripristinati cinque ospedali

I lavori sono cominciati traslocando letti da un quintale e mezzo giù per le scale. Poi le operazioni di pulizia e igienizzazione degli ambienti

Gli Alpini della Protezione civile del Veneto sono riusciti in un’impresa che pareva praticamente impossibile. Hanno rimesso in sesto cinque strutture ospedaliere abbandonate da anni: gli ospedali di Valdobbiadene, Zevio, Monselice, Isola della Scala, Bussolengo sono stati ripristinati per far fronte all’emergenza Coronavirus ed ora potranno ospitare circa 740 pazienti.

Bruno Crosato, coordinatore della Protezione civile Ana della sezione di Treviso e responsabile della Colonna mobile nazionale degli Alpini ha commentato così l’impresa al giornale Ytali: «Quando siamo arrivati con i funzionari della Regione mi sono messo le mani nei capelli, perché si immagina cosa può essere un ospedale, con ancora i vecchi letti e tutta la mobilia abbandonato da quattro lustri? Non sapevamo da dove cominciare, ma sapevamo che dovevamo farcela, e molto presto».

I lavori sono cominciati traslocando letti da un quintale e mezzo giù per le scale. Poi le operazioni di pulizia e igienizzazione degli ambienti: la tinteggiatura dei muri, la polvere da mandare via dai pavimenti e il tasto dolente, i bagni. «Non dico come abbiamo trovato i bagni, con l’acqua marrone che usciva dai rubinetti». 

I volontari, instancabili, senza concedersi mai una pausa – fatta eccezione per un pranzo veloce – hanno rinnovato ogni angolo delle strutture: «Abbiamo cambiato tutti i copri water, sistemato i servizi igienici, aiutato i tecnici che hanno ripristinato gli ascensori e gli impianti di condizionamento e di ossigenazione, operato assieme agli elettricisti e agli idraulici. E poi risistemato gli infissi, verificati e messi a punto gli impianti di illuminazione, lavato e sanificato tutta la mobilia recuperabile. Quindi abbiamo trasportato in loco i letti da altri ospedali, li abbiamo sanificati e messi nelle varie camere, assieme ai materassi». 

Sono 480 gli alpini che si sono resi disponibili affinché questo accadesse. E tanti altri sono stati lasciati a casa perché c’era già un numero sufficiente di operai. Per impedire il contagio tra di loro, hanno lavorato con i dispositivi di protezione individuale, con le mascherine idonee e mantenendo rigorosamente la distanza di un metro l’uno dall’altro.

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