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Fase 2, Lopalco sulla corsa ai test sierologici a pagamento: «I furbacchioni hanno fiutato il business, ma non garantiscono su contagiosità e immunità»

17 Maggio 2020 - 14:14 Riccardo Liberatore
epa08400615 Noel Cotton, a paramedic in full protective clothing, collectes blood samples for a serological test on a woman suspected of being infected with the SARS-CoV-2 coronavirus at the Kilicare Medical and Diagnostic Center in Brussels, Belgium,  04 May 2020. Klinicare is, from 04 May 2020,  the first diagnostic center to proceed at serological blood test in Brussels, giving the opportunity to patients to test Corovanvirus infection as well as antibodies.  EPA/OLIVIER HOSLET
In un post su Facebook l'epidemiologo ha illustrato quali sono i limiti dei tamponi e dei test sierologici invocati da una parte del Paese
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Anche durante la conferenza stampa tenuta a Palazzo Chigi ieri sera, in cui Giuseppe Conte ha illustrato il piano del Governo per la “fase due” della Fase 2, è riemerso il tema delle tre “T” – tracciamento, trattamento e test – che da settimane è ragione di critica nei suoi confronti e nei confronti del suo esecutivo.

L’app Immuni dovrebbe entrare in fase di sperimentazione da settimana prossima e il premier ha annunciato nuovi test per circa 150mila persone, ma siamo ancora lontani da avere un quadro generale della diffusione del Coronavirus in Italia. Ma quanto è sensata l’enfasi sui test sierologici?

A rispondere a chi li invoca come garanzia di non-contagiosità o addirittura di immunità al virus ci ha pensato l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, che sulla sua pagina Facebook sottolinea: «Ora è il momento della sierologia. La spinta popolare a fare il test sierologico è forte e, ovviamente, i furbacchioni hanno fiutato odore di business a lunga distanza».

I limiti della “t” di “test”

Sui tamponi il discorso che fa Lopalco riguarda soprattutto il tipo di garanzie che possono dare (molte a breve termine e poche a lungo termine), facendo intuire che soltanto una strategia di tamponamenti continua potrebbe permettere una sorveglianza in tempo reale del coronavirus. Come sintetizza Lopalco, «un tampone negativo alle ore 8:00 non esclude essere positivo alle ore 8:01».

Rispetto ai testi sierologici invece l’epidemiologo sottolinea che, per quanto siano utili per mappare la diffusione del Coronavirus in Italia, la presenza degli anticorpi non è né garanzia di immunità – la risposta qui è forse: «Un livello alto di IgG (bisogna quindi fare un test che ne misuri il titolo) potrebbe correlare con la presenza di anticorpi neutralizzanti (protettivi), ma non è sicuro sia così e, certamente, dipende anche dalla qualità del test che viene fatto – né affranca l’individuo dalla necessità di praticare l’isolamento.

Per spiegarlo Lopalco utilizzo una grafico che indica il comportamento degli anticorpi, sia IgM che IgG, in caso di infezione da SARS-CoV-2. Sono due i punti cruciali: il primo è che esiste una finestra di tempo in cui sono presenti gli anticorpi in cui la persona è ancora positiva al Coronavirus. Insomma, la loro presenza non è garanzia di non-contagiosità.

Lopalco / Facebook – Cronologia dello sviluppo dell’infezione e degli anticorpi

In secondo luogo siccome «gli anticorpi iniziano ad essere identificabili a partire dalla fine della seconda settimana dopo l’inizio dei sintomi, quindi più o meno fine della terza settimana da quando abbiamo contratto l’infezione» comunque «per due-tre settimane ho potuto contagiare allegramente chi mi stava vicino. Non serve dunque a identificare i portatori. Per quello serve il tampone».

Insomma, la “t” di testi sierologici non può aiutarci più di tanto con l’altra “t” di tracciamento, per cui servono i tamponi o meglio, tenendo conto di quanto scrive Lopalco all’inizio del post, servirebbe un “tamponamento” regolare con intervalli molto brevi, il che pone dei chiari ostacoli materiali e logistici.

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