Trivulzio, la protesta dei familiari degli anziani morti nella Rsa: «Ce l’hanno ammazzati, mio marito l’ho visto in un sacco di plastica» – Il video

Tra i manifestanti c’è chi ha perso nella casa di cura i propri cari e chi, invece, chiede di poterli vedere. Le visite, infatti, sono ancora vietate

«La sera prima dicevano che mio marito non avesse nulla, l’indomani me l’hanno consegnato in un sacco di plastica. Il cuore non ha resistito. Mio marito, tra l’altro, è morto dopo essere stato trasferito dal Pio Albergo Trivulzio all’ospedale San Paolo. Lo hanno fatto morire lì per non segnare un decesso in più nella struttura. Per me è stato un trauma, ora penso sempre a quel sacco di plastica e a mio marito lì dentro. Sono rimasta sola». A parlare a Open è un’anziana donna che, poche settimane fa, ha perso il marito, ricoverato nella residenza sanitaria assistenziale (Rsa) su cui è scoppiata la bufera per il decesso di oltre 100 pazienti durante l’emergenza Coronavirus. La Procura di Milano ha aperto un’indagine.

«Hanno ammazzato mia madre»

«Per 50 giorni mia madre ha sofferto come una candela, me l’hanno ammazzata», è lo sfogo invece di un’altra donna che ha preso parte al sit in organizzato questo pomeriggio davanti al Trivulzio.

«Ho visto morire mia madre in videochiamata»

Le testimonianze sono tantissime: «Mia madre ha avuto un crollo fisico il 7 maggio ed è deceduta otto giorni dopo. L’hanno mandata in ospedale quando ormai era troppo tardi. Al Pio Albergo Trivulzio non è stata curata a dovere, quando chiedevo che venisse ricoverata, quasi si offendevano. Se l’avessero mandata in ospedale un mese fa, l’avrebbero salvata. Il rimorso, adesso, è che l’ho vista morire in videochiamata. Non ero accanto a lei quando ha esalato l’ultimo respiro, non potevo tenerle la mano. A Gallera e Fontana dico: perché vi ostinate a non ammettere le vostre colpe? Se non volete proprio ammetterle, allora dimettetevi. Qui la situazione è tragica, sono tre mesi che non sappiamo cosa succede nella struttura».

«Hanno accesso la miccia»

C’è chi ha perso anche il padre: «Mio papà, che da tempo si trovava al Trivulzio, ha scoperto di essere positivo solo quando è stato trasferito in ospedale. E pensare che fino a poche settimane prima mangiava tranquillamente, aveva ripreso persino a camminare. Non ci aspettavamo di certo un epilogo del genere. Come si fa a portare pazienti con sintomi da Covid-19 dall’ospedale di Sesto San Giovanni al Pat? Hanno acceso la miccia. C’è stata commistione tra pazienti infetti e non. Un’ingiustizia».

«Vogliamo vedere i nostri parenti»

Intanto le visite sono vietate. E c’è chi ha il desiderio, dopo mesi, di rivedere i propri parenti. «Mio padre mi manca tantissimo – ci confessa una ragazza, in lacrime – lo vedevo tutte le sere e stavo con lui tutti i weekend. Adesso, invece, è da solo, sta soffrendo e rischia un tracollo psico-fisico. Ha l’Alzheimer, è fragile e dalla struttura mi dicono che non sanno quando gli faranno il secondo tampone, visto che è positivo al Covid-19».

«A metà marzo mi hanno detto che mia madre aveva preso il Covid-19 e da quel momento non sono riuscita più a vederla. Temo per la sua vita, mi manca tantissimo» ci racconta un’altra donna. «Abbiamo chiesto alla struttura di farci entrare, di vedere i nostri cari anche dietro un vetro, in tutta sicurezza. Devono sapere che non sono stati abbandonati» aggiunge Alessandro Azzoni, portavoce del Comitato secondo cui all’interno del Pat «anziché difendere gli anziani, non hanno impedito che il Coronavirus dilagasse indisturbato».

Il comitato per le vittime del Trivulzio – come anticipato da Open – presenterà nei prossimi giorni un esposto collettivo in Procura. La battaglia è appena cominciata e loro vogliono vederci chiaro. Di chi è la responsabilità di tutte queste morti?

Foto e video di Fabio Giuffrida per Open | Foto in copertina di Matteo Corner per Ansa

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