Come la pandemia ha inasprito le difficoltà delle donne in gravidanza e delle vittime di violenza di genere

Prigioniere in casa o costrette ad affrontare gravidanze a rischio. Una pandemia parallela che colpisce solo le donne

L’eventualità che il nuovo Coronavirus possa mettere a rischio in gravidanza la salute di madri e nascituri, al momento, si basa su dati correlativi, che possono celare dei fattori indiretti, come per esempio il disincentivo a comunicare i propri sintomi, oppure la scarsità di personale medico specializzato, dovuta al sovraccarico dei reparti di terapia intensiva. A seconda della regione del mondo questi fattori possono essere aggravati da particolari condizioni sociali.

Scarseggiano anche gli studi che possano aiutarci a far luce sull’eventualità che le madri possano trasmettere la Covid-19 ai neonati, i quali statisticamente dovrebbero essere comunque i meno a rischio. Ma c’è una sindrome definita MIS-C (multisystem inflammatory syndrome in children), inizialmente identificata con la malattia di Kawasaki, che sembrerebbe correlata alla presenza del virus nei bambini. Negli Stati Uniti sarebbero stati identificati 300 pazienti, il 7% dei quali sotto l’anno di età.

L’Oms ha recentemente pubblicato una Guida essenziale dedicata al mantenimento dei servizi da considerare di prima necessità, come quelli relativi alla salute riproduttiva, oltre alla prevenzione della morbilità materna e infantile.

Più recentemente Sophie Cousins ha firmato per The Lancet un «World Report» sull’effetto «devastante» che potrebbe avere la Covid-19 su donne e ragazze, intervistando la direttrice esecutiva del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) Natalia Kanem. Sembrerebbe che uno dei problemi principali della pandemia non sia soltanto SARS-CoV2, specialmente se si è una donna in gravidanza.

Non siamo proprio tutti e tutte sulla stessa barca

Tra i problemi collegati al lockdown e alle conseguenze dell’emergenza sanitaria, non abbiamo solo la chiusura dei presidi essenziali per la contraccezione e l’aborto, ma anche il limitato accesso a cure sessuali e riproduttive; infine le donne sono quelle maggiormente esposte alla violenza di genere, soprattutto domestica – già deprecabile in sé – e non certo un toccasana se si aspetta un bambino. 

In Italia tra i mesi di marzo e aprile sono oltre un migliaio le donne che hanno contattato i centri antiviolenza. Secondo The Lancet, in Colombia è stata registrata una impennata del 175% delle violenze, contro donne letteralmente intrappolate in casa col loro coniuge. Ed è questo un elemento che ha contraddistinto la pandemia, forse più di altre crisi globali.

«Sebbene numerosi paesi abbiano ora alleggerito le restrizioni – spiega Cousins – gli effetti delle restrizioni sui viaggi, la chiusura dei servizi sanitari, le difficoltà economiche e la violenza di genere sono già evidenti. Con la pandemia che cresce in molti luoghi, i governi devono prendere decisioni difficili su come proteggere al meglio la salute dei loro cittadini»

Questo ovviamente non significa che allora dovremmo porre fine alle misure di contenimento. Solo dovremmo ricordare che una crisi globale non ci mette necessariamente tutti e tutte «sulla stessa barca». Queste situazioni possono anzi accentuare situazioni già problematiche, specialmente se si hanno difficoltà sociali. Lo abbiamo visto anche trattando il problema della «povertà energetica», nell’ambito del Riscaldamento globale. 

«In una parola, è devastante – continua Kanem – Ci sono molte donne in situazioni di disperazione in questo momento e tutto ciò si traduce in devastanti conseguenze sulla salute e sociali per quella donna, per quella ragazza, per quella famiglia, per quella comunità»

Una pandemia dentro la pandemia

È stata definita una «pandemia dentro la pandemia». Secondo alcune stime del UNFPA, sarebbero almeno sette milioni nel mondo le donne con gravidanze indesiderate, a causa delle circostanze dovute all’emergenza sanitaria. Ed è questa forse, la probabile ragione della reticenza a sottoporsi ai controlli. Probabilmente in questo modo si crea anche il parallelo tra gravidanze a rischio, aborti e SARS-CoV2; non quindi per ragioni intrinseche al virus. 

Si calcola che vi siano oltre nove milioni di donne vulnerabili in 37 Paesi. Alcuni come il Nepal e l’India hanno attraversato per diversi mesi dei lockdown piuttosto rigidi, e devastanti per quanto riguarda la conservazione dei servizi minimi di assistenza. Pensiamo solo a quante nel mondo vivono in zone isolate dai centri urbani.

La crisi subita in questo periodo nelle catene di distribuzione dei prodotti contraccettivi ci mette a rischio anche da altri patogeni, in primis l’HIV. Eppure proprio questo genere di virus – possiamo aggiungere anche Ebol – dovrebbe averci insegnato qualcosa. Spesso infatti, ciò che non riesce a fare un virus ce lo mettiamo noi, col nostro lascito di pregiudizi e il vecchio costume di voltarci dall’altra parte.

Foto di copertina: vperemen | Masked girl scared of coronavirus. Coronavirus panic.

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