In Lombardia quasi 2 mila casi, la dottoressa Pedrini: «Perché è sbagliato fare paragoni con marzo» – L’intervista

La segretaria della Federazione Italiana Di Medicina Generale (Fimmg) in Lombardia spiega che, rispetto alla fase 1, oggi vengono fatti molti più tamponi a casi lievi o asintomatici. Sintomo di una maggiore attenzione e preparazione

Con i casi di Coronavirus in aumento nel Centro-Sud, soprattutto in Campania e nel Lazio, nelle scorse settimane la Lombardia aveva smesso di essere la grande osservata d’Italia. Ieri, a fronte di circa 29 mila tamponi in più, la Lombardia ha registrato 1.844 nuovi casi positivi, più del doppio della seconda regione per numero di casi positivi, la Campania, dove i positivi sono stati 818 con 11.396 tamponi. La provincia di Milano, che ieri ha registrato oltre la metà dei casi positivi in Lombardia, pare essere quella più in difficoltà.


Nonostante nella regione ci siano 62 persone ricoverate in terapia intensiva (a inizio marzo, all’indomani del lockdown, erano 560) il governo regionale si è riunituo con il Cts e ha prospettato l’introduzione di nuove misure restrittive in aggiunta a quelle previste nel recente Dpcm. Per Paola Pedrini, segretario della Federazione Italiana Di Medicina Generale (FIMMG) in Lombardia, la popolazione è molto più attenta e preparata e, rispetto a marzo, anche la sanità lombarda si sta muovendo meglio.

Dottoressa, è preoccupata?

«L’allerta comincia ad aumentare, questo è certo. Noi eravamo comunque preoccupati per l’arrivo dell’autunno e purtroppo abbiamo avuto la conferma e i casi stanno progressivamente aumentando. Direi però che l’attenzione della popolazione è superiore rispetto ad allora perché ha vissuto tutto, le mascherine le stiamo giù utilizzando da tempo quindi siamo già pronti a ridurre il più possibile i rischi. Ma l’attenzione rimane alta perché aumenta il freddo e la vita negli spazi chiusi. Stiamo in allerta».

Ieri la percentuale fra tamponi effettuati e positivi è del 6,3%. La regione ne fa abbastanza?

«Rispetto a marzo sicuramente, la differenza è enorme. A marzo tutti quei positivi erano polmoniti e tutti i ricoveri erano per persone in insufficienza respiratoria. La grande differenza è che in quel periodo sul territorio non avevamo possibilità di chiedere tamponi per persone che rimanevano a casa, ma solo per chi era in ospedale, mentre adesso questa possibilità c’è. Quindi risultano meno positivi sul numero di tamponi perché li facciamo prima e anche per sintomi più lievi».

C’è un numero totale a cui dovremmo ambire?

«Non esiste un numero magico. Magari piuttosto che fare più tamponi, bisognerebbe fare più tracciamento con i contatti stretti. Deve essere la parte più importante per bloccare i focolai che si stanno sviluppando».

La situazione nelle terapie intensive sembra essere sotto controllo, però negli ultimi giorni è iniziata una ricognizione sugli hotel della città e alcuni pazienti sono stati trasferiti altrove.

«In questo momento, con l’aumento dei casi e l’eventuale aumento dei ricoveri bisogna cercare di non bloccare come marzo e aprile l’attività degli ospedali con altri pazienti. Questo è fondamentale. Usare strutture separate – che sia l’ospedale in Fiera o altro – è l’ideale. Queste attività vanno fatte sin dall’inizio, non bisogna aspettare che gli ospedali si riempiano per correre ai ripari. Ci stiamo muovendo bene questa volta».

Possiamo dire altrettanto rispetto ai medici di base? Nella prima fase molti lamentavano la mancanza di dispositivi di protezione e, più in generale, di coordinamento.

«Andiamo meglio, nel senso che abbiamo la possibilità di richiedere i tamponi, facciamo l’isolamento dei positivi e segnaliamo i contatti stretti. Tutta questa attività non veniva fatta all’epoca. Non avevamo neppure i dispositivi di protezione. Che io sappia ultimamente non ci sono stati casi di contagi tra medici di base in Lombardia. Complessivamente, direi che stiamo andando meglio».

Come si spiega però questo aumento di casi in regione, soprattutto a Milano?

«Questo è il compito del tracciamento dei contatti, che permette di capire dove è avvenuto il contagio. Dobbiamo agire a livello locale. Milano è una città particolare, anche dal punto di vista del via vai delle persone – ma anche città più piccole, come Monza e Varese, sono interessate da questo aumento. Lavorando a Bergamo la percezione che ho è diversa, perché fortunatamente non abbiamo un grande aumento di casi».

Secondo lei perché?

«Forse perché davvero la popolazione è più attenta, visto quello che ha vissuto. Diciamo che nei pazienti c’è ancora il timore di andare in ospedale o negli studi medici. A volte ci chiedono: “Ma è davvero necessario fare questa visita?”. Insomma, c’è molta prudenza».

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