I numeri in chiaro. Taliani: «Le case a Natale ancora più pericolose degli assembramenti da shopping»

di Giada Giorgi

Mentre la curva dei nuovi positivi da Covid-19 racconta di un nuovo leggero calo, con 16.308 contagiati, il numero dei decessi, anche qui in lieve diminuzione, continua però a registrarsi ancora su numeri troppo alti. 553 morti in 24 ore è il dato del 19 dicembre, con un indice Rt che, come ha annunciato il monitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità, è tornato pericolosamente a salire. La lettura di quello che i dati attuali vogliano dire è fondamentale per affrontare con consapevolezza il periodo delle festività. A questo proposito è oggi l’infettivologa Gloria Taliani a mettere, insieme ad Open, i numeri in chiaro:


Professoressa, il leggero calo dei decessi può farci ben sperare?


«Quello che la morte oggi ci racconta è il risultato di un accumulo di casi verificati molte settimane fa e questo in maniera ancora più legata al momento che le strutture sanitarie stanno attraversando. Nei reparti c’è un supporto anestesiologico rianimatorio adeguato rispetto ai primi mesi di pandemia, molti in area medica si sono organizzati diventando terapie sub intensive al di fuori della rianimazione. Un paziente che oggi muore è un paziente che mediamente ha avuto un tempo di ospedalizzazione molto lungo, di 5 o 6 settimane almeno.

Lo scarto sui decessi però è elemento presente nella raccolta dati fin dall’inizio pandemia, qual è la differenza?

«Dai primi periodi c’è stata una variazione formidabile rispetto allo stadio di avanzamento in cui le strutture sanitarie si ritrovano ad accogliere i pazienti che vengono poi ricoverati. Oggi i malati arrivano “presto” in ospedale, in una situazione cioè in cui i sintomi sono nella fase iniziale di sviluppo. Questo vuol dire che quelli che peggiorano lo fanno in struttura, facendo un lunghissimo percorso. Guardando le attuali cartelle cliniche dei miei pazienti, hanno sempre una storia breve di malattia. A marzo e aprile invece gli infettati rimanevano a casa a lungo, arrivando nelle strutture sanitarie in stadio molto avanzato.

Perché allora il numero di decessi rimane ancora alto nonostante la maggiore capacità di diagnosi e accoglienza?

«Bisogna considerare il pacchetto di pazienti che resiste allo spostamento in intensiva e quindi al passaggio in fase acuta della malattia. Questo è un pacchetto che prima o poi va incontro ad una soluzione o di dimissione o di decesso. Il punto è che il pacchetto dei pazienti in questa specie di limbo è ancora molto alto, di conseguenza anche il numero dei morti giornalieri rimane inevitabilmente elevato. Esistono pazienti arrivati in ospedale un mese e mezzo fa che si trovano tuttora in sub intensiva: l’esito di queste persone lo sapremo solo tra poco più di una settimana. Non solo. Al momento sulla curva non vengono computati né come nuovi ricoveri né come intensive, anche se sono da considerare a tutti gli effetti dei pazienti gravi, per i quali sarà prevedibile un esito anche purtroppo di decesso. Un dato che fa scendere lentamente la curva delle vittime nonostante sia relativo a pazienti entrati in ospedale ormai settimane fa».

Sui nuovi contagi?

«Possiamo riconoscere un andamento piuttosto caratteristico della curva di infettati almeno da ottobre. Un andamento cioè a dente di sega, in crescita e in decremento alternati, che a inizio pandemia non avevamo mai riscontrato. Al momento questa oscillazione è stabile».

Ma l’Istituto Superiore di Sanità ci dice che l’indice Rt è tornato a salire. Sappiamo che a questo dato può corrispondere l’imminente risalita di contagi e quindi di reparti pieni e relativi decessi. La stretta di Natale doveva esser pensata anche per gli attuali giorni di assembramento da shopping?

«Al netto del bisogno di non infliggere a questo Paese una mortificazione sul piano economico, direi che possiamo individuare ancora un’ulteriore ragione per cui la stretta di Natale non ha riguardato anche gli acquisti. Dal punto di vista scientifico la scelta di pensare le limitazioni nelle situazioni domestiche è perché paradossalmente il pericolo lì è maggiore rispetto alla folla in strada.

La stragrande maggioranza delle persone che sta facendo acquisti indossa la mascherina, i negozi stanno obbligando ancora al numero contingentato di clienti da far entrare e lo vediamo dalle file che si creano in strada. Il tentativo sociale di adeguarsi alle regole c’è. Ragionamento diverso è da fare nelle occasioni che ci vedono rapportarsi con familiari ed amici: quando ci si incontra con i familiari la mascherina diventa elemento stretto da mantenere, la tendenza è subito quella di avvicinarsi, di vedere persone con cui si ha molta più confidenza e quindi di cercare un contatto.

Sono dinamiche che conosciamo e che purtroppo sappiamo bene come vanno a finire: né più e né meno di come sono andate quest’estate. L’incremento dei casi potrebbe comunque esserci dopo Natale, ma certo è che se non ci fossero queste restrizioni da seguire andremmo incontro a un disastro assicurato. Dunque l’apparente divergenza di obblighi e norme tra i giorni che precedono il Natale e le più strette date delle festività a mio avviso risulta coerente: limita quello che è più pericoloso.

A proposito di pericolo, cosa è da evitare mettendosi a tavola con i due congiunti stretti, magari i genitori anziani, che la deroga del nuovo decreto consente di poter incontrare?

«Senza dubbio l’invito di massimo rigore che farei è nei confronti dei giovani. In case poi dove non ci sono grandi tavolate a disposizione o spazi molto ampi, meglio stare in piedi anche per mangiare, distanziandosi per quanto possibile. Trovo che sia già un grande privilegio condividere le festività con alcuni nostri familiari, lo scenario che temevamo era quello di un’assenza di deroghe e quindi di un lockdown completo. Così non è. In ogni caso non mi avvicinerei mai ad un anziano a cuor leggero senza mascherina. Se vogliamo proteggerli stiamogli lontano.

La notizia lanciata oggi da Boris Johnson, oltre a quella di un lockdown completo per Londra e buona parte del sudest dell’Inghilterra, è stata quella di una nuova variante del virus che renderebbe ancora più potente la sua capacità di trasmissione. Il virus continua a cambiare, un pericolo per i vaccini che stanno per arrivare?

«Al momento non un pericolo ma sicuramente una preoccupazione. Il fatto che il virus cambi non è un elemento anomalo, le varianti sono sempre possibili nei virus ad Rna. Nella fase di replicazione da organismo a organismo l’accuratezza con cui il genoma si trasferisce non è sempre elevata, questo fa sì che possano emergere dei cambiamenti. Il coronavirus anzi è abbastanza stabile nella sua identità, almeno più di tanti virus che hanno la tendenza a cambiare il loro aspetto genetico in modo più frequente.

Ciò non toglie che le varianti attuali vanno senza dubbio osservate con attenzione e aggiungono una dimensione di preoccupazione anche nei rapporti internazionali. Tutto vorremmo tranne che portarci a casa questi differenti genomi. Nonostante questo possiamo dire che al momento le prove scientifiche non ci dicono nulla su una maggiore aggressività del virus in sé ma confermano una capacità rafforzata di contagio. Va da sé che, anche in merito alla notizia arrivata dal Regno Unito, rimane fondamentale e doveroso proteggersi a vicenda con l’unica arma attualmente davvero efficace, le regole anti virus».

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