Coronavirus, scuola, sci, ristoranti: l’Italia è pronta a partire il 7 gennaio? Ecco i nodi delle riaperture

di Giada Ferraglioni

Il governo ha promesso il ritorno in classe degli studenti delle superiori al 50% e la riapertura degli impianti sciistici. Ma i timori del Cts frenano i facili entusiasmi

L’entusiasmo del V-Day ha accompagnato l’Europa alle porte del 2021. Una manciata di ore ci separa dal primo mese di un nuovo anno e, in questi giorni di pausa natalizia, in Italia gli occhi sono puntati su una data: quella del 7 gennaio. Ieri, 27 dicembre, il ministro della Salute Roberto Speranza l’ha definita ancora una volta «il giorno della ripartenza». Ma tra ottimismo e speranze, la verità è che la monetina sul futuro non ha ancora deciso da che parte cadere: non sappiamo se il nuovo anno ci regalerà una ripartenza, come promesso dal governo fin da inizio dicembre, o se decreterà l’inizio di una terza, violenta, ondata di Coronavirus.


D’altronde la vera partita la stiamo giocando in questi giorni di festività. Tra due settimane sarà chiaro se le deroghe di Natale avranno fatto più danni del previsto, annullando parte dei progressi costruiti a suon di chiusure, o se invece saranno state un compromesso sostenibile. E mentre si vive l’attesa, gli esperti del Comitato tecnico scientifico e una parte della politica hanno iniziato a mettere le mani avanti: le riaperture promesse a partire dal 7 gennaio potrebbero non essere poi così certe.

ANSA/TINO ROMANO | Torino, 23 dicembre 2020

Bar, ristoranti, palestre e piscine: non se ne parla

Gli scienziati e i virologi lo ripetono da settimane: molto dipenderà da come arriveremo a quella data. Speranza ha confermato che si continuerà con il sistema delle tre fasce di rischio e il premier Giuseppe Conte non ha escluso che, qualora i numeri dovessero subire una nuova impennata, la zona rossa potrebbe tornare una realtà per i territori che saranno colpiti maggiormente. In quest’ottica di cautela non viene ancora affrontato (pubblicamente) il tema dei bar e dei ristoranti aperti dopo le 18, né ci si spinge a ipotizzare una data per la fine del coprifuoco. Tantomeno si parla della ripresa di palestre, piscine e sport di contatto. In contesto così confuso, a essere a rischio appaino anche quelle che sembravano le due uniche certezze del nuovo anno: il rientro in classe di buona parte degli studenti delle superiori e il via libera alla stagione dello sci (voluto dalle Regioni e sancito nell’ultimo Dpcm).

I nodi che complicano il quadro sono sempre gli stessi, e ancora faticano a essere sciolti. Sia che si tratti degli impianti sciistici – che i presidenti dei territori vorrebbero rendere agibili subito dopo l’epifania – , sia che si tratti di scuola, la questione degli assembramenti sui mezzi di trasporto spicca tra le tante. Spaventano gli studenti delle superiori che salgono tutti insieme su un unico bus, e spaventano le decine di turisti alla carica sia su cabinovie e funivie sulle montagne, sia su autobus e filobus nelle varie località. Gestire gli assembramenti, di qualsiasi natura siano, rimane la difficoltà numero uno nel contenimento della pandemia.

Superiori in classe al 50% il 7 gennaio. O forse no

Lo aveva detto Conte durante la conferenza stampa del 3 dicembre (quella, per intendersi, in cui ha presentato il Dpcm di Natale). «Lavoriamo per rientro a scuola il 7 gennaio». L’obiettivo, anche oggi, è quello di far tornare in aula in quella data il 50% degli alunni, per arrivare al 75% nell’arco dei giorni successivi, con un’apertura differenziata scuola per scuola, paese per paese. Il Comitato tecnico scientifico ha ribadito più volte che la scuola è un posto sicuro. E i dati lo dimostrano, ha sostenuto a varie riprese il coordinatore Agostino Miozzo.

Del resto, come conferma il rapporto appena pubblicato dal Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc), il ritorno nelle aule a metà agosto, coinciso con un generale rilassamento delle altre misure restrittive in molti paesi europei, non appare essere stato un motore di contagio nella seconda ondata di casi ad ottobre in Europa. Il problema vero sono i trasporti e le altre attività che ripartono. Da questo punto di vista, in Italia si sta lavorando allo scaglionamento degli ingressi su diversi orari e nel weekend, con tutte le difficoltà del caso che hanno accompagnato i lavori di agosto.

Proprio Miozzo, alla luce delle incertezze della curva e delle difficoltà della logistica, non ha esitato a mostrarsi elastico sulla data di ripartenza. «Ci siamo dati una scadenza che è il 7», ha detto, «ma se il 7 diventa 11 o 15 non è drammatico». Lo stesso Conte, poi, ha detto che si procederà con «flessibilità». In tutto questo c’è un altro aspetto da non dimenticare, quello dell’areazione delle classi durante i mesi invernali. Pur citato solo di straforo nel verbale n.100 del Comitato Tecnico Scientifico del 12 agosto 2020, quello della trasmissione aerea del virus resta un punto cruciale in ottica del rientro in classe.

Chi si è espresso totalmente contro alle riaperture al 50% il 7 gennaio è Vincenzo De Luca, presidente della Campania. Fin dall’inizio dell’autunno, De Luca ha frenato a suon di ordinanze la didattica in presenza. «Come si fa a dire che si apre senza verificare il 3, il 4 gennaio la situazione?», ha dichiarato in questi giorni. «In Campania non apriamo tutto il 7. Si devono valutare i dati e l’idea di mandare a scuola il 50% degli studenti è un’idea che la Campania non condivide».

Impianti sciistici: le Regioni premono, ma il Cts boccia il loro piano

ANSA/GIAN EHRENZELLER

Le immagini degli impianti presi d’assalto durante le prime nevi sono ancora vive nella memoria del Comitato tecnico scientifico. Tanto che, nonostante la promessa del Dpcm sulle riaperture, continua a mostrarsi reticente. Lo scorso 26 dicembre, gli esperti che si occupano di dare consigli (non politici) all’esecutivo hanno definito «critico» il piano presentato dai presidenti per la ripartenza della stagione sciistica – importante attrazione turistica dei territori di montagna – e hanno proposto delle modifiche.

Il nodo è sempre quello dei trasporti: «una parte rilevante dei mezzi di risalita nei comprensori sciistici (in particolare cabinovie e funivie) presenta caratteristiche strutturali e di carico tali da poter essere assimilati in tutto e per tutto ai mezzi utilizzati per il trasporto pubblico locale (autobus, filobus, tram e metropolitane)», scrivono dal Cts, «rappresentando pertanto un contesto a rischio di aggregazione medio-alto, con possibilità di rischio alto nelle ore di punta in base alla classificazione del livello di rischio di contagio da SARS-CoV-2».

Le valutazioni sul da farsi, comunque, sono rimandate alla verifica della curva epidemica «che avremo a gennaio», ha detto Miozzo. Troppo presto, quindi, per vederci chiaro. E mentre gli assessori delle Regioni delle Alpi la definiscono una «situazione grottesca» e «una colossale presa in giro», non resta che aspettare ancora. D’altronde, come aveva detto qualche settimana fa il virologo Andrea Crisanti, «siamo un Paese di pazzi se pensiamo allo sci con centinaia di morti al giorno».

Foto di copertina: Ansa/Matteo Corner

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