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Covid, quando arriva il picco? Secondo il modello matematico del Cnr «4 milioni di positivi entro il 31 gennaio» – L’intervista

Omicron continua a diffondersi a gran velocità e la domanda a cui si cerca di trovare risposta è quando tutto questo finirà. Ne abbiamo parlato con il direttore del Dipartimento di Scienze Fisiche del Cnr Corrado Spinella

Omicron continua a diffondersi a gran velocità e la domanda a cui si cerca di trovare risposta è quando tutto questo finirà. O almeno quando la quarta ondata da nuova variante arriverà al suo picco per poi scendere. Il tema non è semplice e il caos di previsioni lanciate a volte da sfere di cristallo poco attendibili rende il tutto più complicato. Esistono però dei modelli matematici, calcoli e parametri, che coordinati riescono a stimare date e periodi di evoluzione e diffusione di un fenomeno. È per questo che il direttore del Dipartimento di Scienze Fisiche del Cnr, il prof. Corrado Spinella, raggiunto da Open, spiega nel dettaglio come si calcola un picco e quando aspettarci quello relativo alla nuova variante Omicron.


Professore, il modello matematico del Cnr è attualmente in grado di calcolare un picco di contagi? Se sì, quando lo raggiungeremo e che cosa succederà poi?


«Si parla di stime che godono di una certa accuratezza e affidabilità e che stiamo usando da inizio pandemia. Nessuno ha la sfera di cristallo né può essere deterministico, dobbiamo tenere conto che la natura potrebbe intervenire con delle modifiche del sistema, lo abbiamo visto con le varianti. Tuttavia il modello di calcolo su cui ci basiamo riesce attualmente a prevedere il raggiungimento di un picco di contagi e occupazione delle strutture ospedaliere tra il 30 e il 31 gennaio».

Di che numeri parliamo?

Il massimo assoluto apparterrà solo ai contagi. Si arriverà in un giorno a registrare 4,5 milioni di contagiati circolanti su tutto il territorio nazionale. Un picco senza precedenti. Il numero dei ricoveri corrisponderà al dato della prima ondata. La previsione è di 25mila ospedalizzati di picco massimo. E questo ci dice molto sull’efficacia dei vaccini. In particolare della dose booster: secondo il nostro modello, questa permetterà di controllare il picco negli ospedali di quasi un fattore 2, e cioè di evitare il doppio dei dati che abbiamo oggi. Il 31 gennaio avremmo potuto avere in sostanza 50mila ricoverati. Solo intorno a fine marzo scenderemo sotto i 5000».

Come ci accorgeremo che il picco sta arrivando?

Guardando i valori dell’incidenza. I numeri continueranno ad aumentare ma in termini di incidenza giornaliera si comincerà a notare un rallentamento: il giorno prima ne posso avere 100, il giorno dopo ne ho 70. Come si nota c’è comunque un aumento ma più basso della cifra precedente. Fino ad arrivare al punto in cui la differenza tra l’incremento del giorno prima e l’incremento del giorno dopo si annulla».

E la discesa che aspettiamo?

«Avverrà subito dopo. Quindi prima una decelerazione e poi la vera e propria inversione di rotta. Sul fronte dei ricoveri, quello che ci deve preoccupare di più, come accennavo prima, il mese di marzo sarà il periodo di completa tranquillità. Consideriamo poi che le cose potrebbero andare ancora un po’ meglio per le conseguenze positive delle attuali misure di restrizione».

Parla di modello matematico. Vuole spiegarci quali sono i criteri su cui vi basate per ottenere i risultati di cui ci parla?

«Il dipartimento di Scienze Fisiche del Cnr ha un modello matematico che viene utilizzato per seguire l’evoluzione dell’epidemia soprattutto in Italia sin dagli inizi dell’emergenza e tiene conto di alcuni indicatori essenziali. Prima di tutto il modello permette di ricavare l’andamento dei casi in funzione della mobilità delle persone. Più le persone si muovono, più aumentano il numero di contatti e incontri medi giornalieri. Questo non fa che accelerare la propagazione del contagio. In prima istanza quindi il calcolo tiene conto di questo aspetto, fondamentale per esempio in questi mesi per valutare l’effettiva efficacia delle misure di contenimento decise di volta in volta dal governo.

Un altro aspetto che riusciamo a seguire è quello dell’impatto delle varianti. E lo facciamo con una metodologia che in gergo chiamiamo “auto consistente”: il programma cioè impara da sé il codice per capire se sul territorio nazionale si sta manifestando una variante e che impatto sta producendo. Questo ha permesso al Cnr di capire con un certo anticipo, e di questo sono molto orgoglioso, l’impatto della variante inglese per esempio».

Quale indicatore viene usato per accorgersi di una nuova variante in diffusione?

«La distanza di trasmissibilità del contagio. E cioè quanto vicino tra loro sono le persone affinché il contagio possa propagarsi. Ed è proprio questo parametro che ci ha fatto accorgere della mutazione Alfa. Nel caso di Omicron abbiamo stimato un incremento del 50% della distanza di trasmissibilità rispetto alla Delta. La Omicron contagia a una distanza che è il 50% maggiore rispetto alla Delta. Se uno è affetto da Omicron in poche parole è bene stare più lontano di quanto non facciamo con la Delta. L’indicatore della distanza del contagio si incrocia poi con quello dello spostamento delle persone che spiegavo prima.

In altre parole: se mi accorgo che le persone hanno un livello costante di incontri medi giornalieri e che quindi i loro spostamenti sono piuttosto stabili, ma nonostante questo rilevo un dato sui contagi che comincia a cambiare e magari anche ad aumentare, il modello è in grado di capire perché cambia e quali caratteristiche la nuova variante presenta per essere così diffusa e aggressiva. Un’analisi dei dati che richiede poi un confronto con esami di laboratorio, per capire di quale variante si tratta».

Esami che prima di ogni istituto di ricerca, dovrebbe essere Iss e Ministero della Salute a fornire, giusto?

«Quando si è trattato della variante Alfa è accaduto. Abbiamo confrontato i dati del modello ottenuti in anticipo con quelli usciti dal sequenziamento e dalla rilevazione dell’incidenza fatti uscire dall’Istituto superiore di sanità mesi dopo. In quel caso verificammo che i nostri dati coincidevano perfettamente».

E con Omicron?

«La verifica non è stata effettuata perché i numeri dell’Iss non sono ancora arrivati. Quindi l’analisi dei dati con il nostro modello rimane l’unica al momento che può stimare la nuova variante in termini di incidenza. E cioè la percentuale di affetti da una variante rispetto a un’altra».

Come mai questi dati non sono stati resi disponibili?

«Questo non lo so. So che secondo le nostre stime la diffusione di Omicron in Italia ha superato il 70%. Significa che 70 su 100 infetti da Covid sono contagiati dalla Omicron. E continua a correre».

Sembra ormai dominante. Gli ultimi dati flash (quelli recuperati da un’analisi giornaliera a campione) del governo non parlavano di percentuali simili?

«Verso fine novembre si parlava del 30%. Ma una variante che ha una trasmissibilità come quella di Omicron ci mette poco più di un mese per conquistare il campo. Ad oggi posso dire che la mutazione è più che dominante. Attendiamo la verifica sul campo dell’Istituto superiore di sanità. Non c’è modello che può convincere se non si dispone di una quantità di dati sufficiente».

A proposito di dati, l’idea di eliminare il monitoraggio giornaliero quali conseguenze potrebbe portare al vostro lavoro?

«Sarebbe un danno e reputo anche solo l’ipotesi sbagliatissima. Un monitoraggio giornaliero consente a modelli di questo tipo di fornire stime più accurate. Se diamo dati settimanali non riusciremo ad essere più né reattivi né precisi».

Diceva all’inizio che le previsioni saranno quelle calcolate se nessun’altra variante dovesse interferire nell’andamento epidemiologico. In questi giorni si parla di una Omicron 2.

«Omicron ha già una distanza di trasmissibilità molto alta. Quello che emerge è che la trasmissibilità è tra le più alte di quelle che possiamo immaginare. In queste condizioni, una nuova variante aggressiva se la dovrà giocare con una Omicron già molto potente in termini di diffusione. A parità di distanza di trasmissibilità, la differenza sull’incidenza la fa il fatto che una ha già occupato il campo rispetto all’altra. Quello quindi che dobbiamo sperare è che la nuova possibile variante aggressiva non arrivi troppo presto. E che dia tempo alla Omicron di diffondersi in maniera ancora più dominante».

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