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I progetti dei partiti per le buste paga, dal salario minimo agli sconti sulle tasse: quali sono le proposte

Rimangono ampie le distanze tra le forze politiche in campagna elettorale su come aumentare i redditi dei lavoratori dipendenti, tra chi punta a far leva sui minimi a chi invece spera di incentivare nuove assunzioni agevolando le aziende con il fisco

L’Italia rimane l’unico Paese europeo dove gli stipendi sono diminuiti dal 1990 ad oggi. Il salario minimo non è diventato legge. Ma dovrà farlo per rispondere all’obbligatorietà dettata dalla direttiva Ue, e sarà il prossimo esecutivo, dopo le elezioni del 25 settembre a capire come, cercando di trovare una sintesi tra le posizioni dei vari partiti, in certi casi molto distanti tra loro così come da quelle dei sindacati e delle associazioni del lavoro. Come ricorda Repubblica, il divario principale esiste tra le fazioni che credono nell’efficacia di una legge che imponga una paga minima – caldeggiata dal ministro per l’Economia Daniele Franco ma osteggiata da destra – e chi invece preferirebbe affidarsi alla sola contrattazione collettiva, che in Italia comunque copre in larghissima parte i rapporti di lavoro. Di seguito vediamo quali sono i principali punti dei partiti sui salari e sul lavoro precario.


Pd: Sì al salario minimo e no al precariato

I dem si schierano a favore del salario minimo oltre che di una riduzione significativa del cuneo fiscale – ovvero la differenza tra il costo lordo del lavoro e quanto effettivamente percepito dal lavoratore. Lo sconto però, dovrebbe andare a favore più dei dipendenti che delle imprese. Questo non vuol dire che la contrattazione collettiva verrebbe abbandonata, anzi, appoggiando quanto chiesto da Orlando, il Pd pare intenzionato a rendere obbligatori i minimi dei contratti maggiormente applicati o firmati dalle associazioni più rappresentative. Infine, la compagine di Enrico Letta si pone come obiettivo la lotta al precariato e l’abolizione dei «finti stage».


M5S: «Deve esistere un paracadute legale»

Anche i pentastellati, che fanno del salario minimo legale un loro baluardo, sono a favore della misura, e ne fisserebbero il valore a 9 euro l’ora. Ci sono spiragli di trattativa anche sulla contrattazione collettiva: «Siamo disposti a confrontarci con chiunque sia animato da un’autentica volontà di cancellare dal mercato del lavoro paghe di 3/4 euro l’ora», afferma Valerio Romano, capogruppo M5S nela commissione Lavoro al Senato. «Nessuno vuole svilire il ruolo della contrattazione collettiva, ma deve essere previsto un paracadute legale», continua.

Lega: no al salario minimo, sì a tagli fiscali alle imprese

A schierarsi contraria al salario minimo è la Lega, che punta solo su contrattazione collettiva e riduzione del cuneo fiscale. «Sul salario minimo se non tagli le tasse alle imprese non c’è per nessuno». Sono queste le parole del segretario Matteo Salvini. A spiegarle ci pensa Claudio Durigon, il responsabile al lavoro della Lega: «Prevedere solo un minimo orario fa perdere ai lavoratori i risultati di decenni di battaglie: dalla tredicesima al welfare», afferma. L’idea è di spingere la piccola percentuale di lavoratori che non sono coperti dai contratti verso questa forma di tutela. Infine, aggiunge Durigon, se si vogliono incentivare aumenti di stipendio «devono essere defiscalizzati premi e aumenti, altrimenti le imprese non potranno permetterseli».

FI e FdI: Sconti alle imprese che assumono giovani e donne

Ancora più critica Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che ha derubricato il salario minimo a «specchietto per le allodole» suggerendo invece consistenti tagli alle tasse per le imprese che creano nuovo lavoro, con particolare attenzione ai giovani e alle donne, punto, questo, caro anche agli alleati di Forza Italia che punterebbero, appunto, su incentivi all’imprenditoria. In che forme? A spiegarlo è Roberta Toffanin, responsabile al lavoro del partito di Silvio Berlusconi che chiede la reintroduzione dei voucher per combattere il lavoro nero, l’aumento della soglia di detraibilità dei benefit aziendali e la detassazione degli aumenti retributivi per la contrattazione di secondo livello (ovvero quella che va oltre il contratto collettivo nazionale di riferimento, ndr). Insomma, anche qui un “NO” al salario minimo, ma una spinta per estendere il più possibile la contrattazione

Azione e Italia Viva: valore del minimo dettato da esperti

Entrambi i partiti sono a favore del salario minimo, ma chiedono che le determinazione della soglia «non sia politica», bensì che la cifra venga determinata da una commissione di esperti. Anche Renzi e Calenda, come le destre, puntano a sgravi fiscali per le imprese per aumentare gli stipendi. Inoltre, per Azione, i fondi così ottenuti dovranno essere reinvestiti nella formazione continua dei lavoratori e in una regolazione più precisa del lavoro da remoto. Italia Viva, invece, intende riproporre «il disegno di legge già depositato che prevedeva un meccanismo di partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese». Infine, il partito di Renzi propone l’istituzione dell’imposta negativa, con la quale i redditi sotto una certa soglia non pagano tasse, ma, al contrario, ricevono sussidi.

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