«Mi diceva: “Tu oggi muori”. Sono salva perché ho urlato». Il racconto della ragazza aggredita poche ore prima dal presunto killer di Aurora Livoli

È stata aggredita poche ore prima, a poche centinaia di metri di distanza. Camila, studentessa come Aurora Livoli, è l’ultima persona ad aver incrociato a Milano l’uomo oggi sospettato di aver ucciso la diciannovenne trovata morta la mattina del 29 dicembre in un cortile di via Paruta. «Stavo guardando il telefono, all’improvviso quell’uomo mi ha presa da dietro per il collo stringendomi fortissimo. Così forte che non riuscivo a respirare né a parlare. Mi chiedeva di dargli il telefono e i soldi e mi diceva di stare zitta. Avevo paura, quindi ho fatto quello che mi diceva e gli ho dato il cellulare, perché non avevo soldi con me», racconta così a La Repubblica la giovane. Domenica sera, intorno alle 22, Camila si trova alla fermata della metropolitana di Cimiano. È sola sulla banchina quando viene assalita alle spalle da Emilio Gabriel Valdez Velazco, 57 anni, ora in carcere per quell’aggressione e indagato per il femminicidio. «Mi diceva solo “tu oggi muori, morirai” mentre cercava di trascinarmi in un luogo buio e isolato», racconta.
«Mi stringeva il collo fortissimo»
Camila stava tornando a casa dopo una serata fuori con gli amici. «Ero andata al cinema con gli amici e stavo tornando a casa. Ho preso la 51 che mi lasciava a Cimiano e avevo già una sensazione strana come se qualcosa non andasse», spiega. Perde la metro e resta ad aspettare da sola. «Erano circa le 22». È in quel momento che l’uomo l’afferra. «Stavo guardando il telefono, all’improvviso quell’uomo mi ha presa da dietro per il collo stringendomi fortissimo. Così forte che non riuscivo a respirare né a parlare». Le chiede soldi e cellulare, intimandole di stare zitta. «Avevo paura, quindi ho fatto quello che mi diceva e gli ho dato il cellulare». Ma l’aggressione non si ferma. «Mi ha detto di alzarmi. Io sentivo che mi stava portando verso i binari, così ho fatto forza con i piedi perché ho capito che mi voleva buttare sui binari». Quando lei si oppone, l’uomo cambia direzione: «Mi ha detto di scendere le scale mentre mi stringeva più forte il collo e mi continuava a dire di stare zitta, che mi avrebbe uccisa».
«Io salva perché ho urlato»
A salvarla è il rumore della metropolitana in arrivo. «Ho sentito che il metrò stava arrivando. Si è accorto anche lui, infatti si è spaventato e mi ha messo l’altra mano sulla bocca per non farmi urlare». Camila capisce che quella è l’unica occasione. «Ho pensato: “Se le persone escono e mi sentono urlare, vengono di sicuro”». Trova la forza di reagire. «Ho tolto la sua mano dalla mia bocca e ho iniziato a urlare “aiuto aiuto”». La presenza di altre persone lo mette in fuga. «Lui è rimasto sorpreso dalla reazione, è stato fermo con le mani alzate». Camila riesce a riprendersi il telefono. «Poi lui ha cominciato a dire “è mia moglie” ed è scappato».
«Potevo essere io al suo posto»
Poco dopo quell’aggressione, lo stesso uomo avrebbe incontrato Aurora Livoli. Il suo corpo verrà trovato la mattina successiva, a circa cinquecento metri dalla fermata di Cimiano. Camila non riesce a smettere di pensarci. «Mi dispiace tantissimo per lei. Posso immaginare quello che ha provato, forse le ha fatto la stessa cosa». Anche Aurora aveva segni sul collo. «Anche io li avevo dopo che mi ha aggredito, e infatti sono andata al pronto soccorso». Il pensiero torna sempre lì: «Potevo essere io al suo posto».
Il riconoscimento
Il giorno dopo la denuncia, i carabinieri le mostrano alcune fotografie. Camila non ha dubbi. «Mentre mi stringeva io ho inclinato un po’ la testa e l’ho visto di profilo. Mi era rimasto impresso che aveva delle rughe in faccia e i capelli corti». Ricorda anche l’abbigliamento. «La maglia o il giubbotto erano neri». Quando lo vede in foto, lo riconosce subito. «Appena me l’hanno fatto vedere, l’ho riconosciuto subito. Era lui».
