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Fill Pill: «Vorrei portare il pubblico a ridere delle tragedie». L’intervista

21 Aprile 2026 - 17:04 Gabriele Fazio
Stasera sarà in scena all'Ambra Jovinelli di Roma, ma i biglietti sono già esauriti. Nei prossimi giorni sarà a Pescara, Asti, Torino, Bologna e Cesena

Uno degli stand-up comedian più in hype, oltre 130mila follower su Instagram, un successo dovuto alla sua indubbia verve, ma anche al fatto che, attraverso una risata, Fill Pill fa anche divulgazione ambientale. In questo periodo gira con il suo nuovo spettacolo dal titolo Brufenocene, in cui rivaluta il potere del dolore, minimo comune denominatore delle nostre vite e fonte inesauribile, oltre che intramontabile, di spunti satirici preziosi non solo per ridere e far ridere, ma anche per tenersi in equilibrio. Stasera, 21 aprile, sarà di scena all’Ambra Jovinelli, ma inutile mettervi in fila in biglietteria, perché i posti sono già esauriti, per il secondo giorno di fila. Nei prossimi giorni sarà di scena a Pescara, Asti, Torino, Bologna e Cesena.

Quale miglior periodo per intervistare un comico con un master in gestione delle risorse energetiche. Partiamo con una domanda seria: quanto dobbiamo preoccuparci?

«Allora esco fuori dalle mie funzioni comiche: chiaramente il discorso è che io non sono più dentro quell’ambito come tecnico, è chiaro che per quello che faccio come divulgatore in ambito di sostenibilità ogni settimana, studio certe tematiche, però non sto sugli analytics ogni singolo minuto. Quello che ti posso dire in linea generale è che sì, la situazione è brutta e questo non servivo io per dirlo, però io negli ultimi anni sono diventato un po’ come il candido di Voltaire, cerco di trovare sempre un lato positivo pure dove sembra non esserci. Credo che questi dissesti geopolitici poi sul lungo termine aiutino sempre un pochettino gli stati a riassestarsi ed andare lungo la retta via. Un po’ come fu con il conflitto russo-ucraino: per anni sei stato ciecamente dipendente dalle economie degli stati che erano instabili geopoliticamente e hai detto “Vabbè, intanto ci arriva il gas dalla Russia, intanto ci arriva il gas dall’Algeria e poi Dio provvede”, il discorso è che quel Dio che provvede sono poi i conflitti e quindi ti ritrovi in una situazione dove, se non ti svegli e non ti autonomizzi sempre di più dal punto di vista energetico, poi a un certo punto sconti i danni e credo che questo ti serva a prendere un po’ le misure. Per esempio questo riguarda pure la nostra dipendenza dalla Cina per i moduli di composizione del fotovoltaico e dell’eolico, ciò vuol dire che se domani la Cina invade Taiwan e tu prendi una posizione che non è comoda alla Cina, tu dove li prendi quei moduli domani per costruire nuovi pannelli?».

Ecco, passando alla tua carriera di stand-up, partendo da tutto ciò come hai fatto un giorno a pensare che fosse terreno fertile per la comicità?

«Non è mai stato un ragionamento strategico, è sempre stato qualcosa che faceva parte di me, cioè il fatto di essermi sempre occupato di tematiche legate all’ambiente e la volontà di comunicare in maniera comica all’uomo da un palco. Quindi a un certo punto si sono uniti i due fronti e ho detto “Ok, si può coniugare questa cosa”, perché è la cosa che poi a me eccita di più, cioè parlare di cose serie senza prendersi troppo sul serio. Perché se avessi fatto solo l’uomo di ricerca sarei stato frustrato nel non fare l’artista, facessi soltanto l’artista lontano da tutte queste tematiche sarei assolutamente più soddisfatto rispetto a fare solo una carriera da ricercatore, ma magari darei soddisfazione soltanto all’ego e non alla parte più attivistica o divulgativa che c’è in me, quindi per me l’unica possibilità era trovare una sintesi tra queste due cose».

In questo spettacolo con cui sei in giro in questo momento, per dire, l’ambiente non c’entra…

«No, infatti, l’ambiente non c’entra, a differenza del precedente, che era divulgativo/comico, quindi era solo a tema ambiente. Però sono attività che convivono, perché poi il fine ultimo è quello di poter avvicinare a tematiche che di solito rientrano solo in una bolla di persone già educate e fidelizzate a un certo tipo di ambientalismo, persone a cui non arriverebbe, quindi un pubblico più generalista, facendolo in maniera che non sia esclusiva, utilizzando l’interpretazione della maschera, gli espedienti comici un po’ più pop, con l’idea di poter portare a parlare di trattamento di acque reflue o di tematiche anche più di nicchia dal punto di vista ambientale, ad essere di interesse, dato che veramente sono centrali. Tutte tematiche che però non arrivano al pubblico generalista, perché quello che arriva al pubblico generalista è soprattutto qualcosa che ti tocca emotivamente, e allora a quel punto l’espediente comico per me è l’unico strumento per poter portare all’attenzione quei temi là. Poi se lo vuoi approfondire, non sono più io la figura, perché chiaramente non lavoro più come tecnico, e quindi a quel punto se poi vuoi approfondire c’è la letteratura scientifica. Il mio ruolo è appunto quello che fa un divulgatore, cioè portare dei concetti complessi semplificandoli senza banalizzarli, non so quanto ci riesco, però diciamo che un po’ l’obiettivo».

Tu quando fai divulgazione affronti una materia che da alcuni viene negata, questo quanto fa ridere e quanto invece fa preoccupare?

«Il negazionismo è una cosa che io ho sempre affrontato in piccolissima parte, perché c’è già gente che ne ha parlato meglio di me, Massimo Polidoro, Barbascura, c’è anche il giornalista Leonardo Bianchi che se ne occupa del podcast Complotti, cioè è un tema molto mainstream nell’ambito della divulgazione e per me non è l’attenzione primaria. Ho notato che molte persone si elevano un po’ su una posizione morale, ridono insieme a me dei negazionisti dicendo “Ah, ma non siamo loro”, e invece la cosa che voglio fare io (e questo è il lato stand-up comedian) è che nessuno si deve sentire salvo. Nell’ultimo spettacolo divulgativo comico io portavo temi dove gente che si è sempre creduta ambientalista quando la vai a prendere nel dettaglio alla fine ammettono di non sapere. Per me è molto più eccitante questo esercizio, perché andarsela a prendere con i negazionisti è utile solo per capire il meccanismo emotivo che c’è dietro, e non parlo delle persone che mettono in dubbio determinati dogmi, perché viviamo in un mondo cui confine tra complotto e speculazione è fine. Il discorso è che le persone che vivono in una realtà dove non hanno gli strumenti di istruzione culturali per tradurre dei fenomeni complessi, entrano proprio nel mondo parallelo, mondo Qanon, nel mondo della sostituzione etnica, del controllo tramite vaccini, insomma tutto un mondo che supera anche l’aspetto fantasy, perché non ha logica nemmeno nelle logiche di potere. E quindi il meccanismo che a me interessa è dire: ma perché arriviamo a delle conclusioni che vanno anche oltre? Il fatto è che la realtà è talmente tanto complessa che se tu non hai gli strumenti, hai bisogno di risposte semplici, e chiaramente poi c’è una frangia di politica che specula su quella roba in maniera importante. Però è un aspetto dove io non spingo più di tanto, sia perché veramente è stato parecchio forzato, sia perché è stato parecchio tracciato anche da persone prima di me, sia perché preferisco».

Mai capitato? La tentazione comica potrebbe essere forte…

«Su una parte ci vado, per esempio nello stesso spettacolo parlavo di come attraverso teorie speculative, soprattutto in America, adesso Kennedy abbia veramente portato la soglia di immunizzazione sulla vaccinazione per il morbillo a un tasso critico del 93%, che è quello che ha portato nuovi casi di morbillo dopo vent’anni che non c’erano negli Stati Uniti dell’America. Quindi io là lo reputo interessante, perché è la politica che se ne fa fregio. Però la signora di Mantova che viene dopo lo spettacolo e mi chiede di parlare delle scie chimiche, è una roba che mi fa quasi tenerezza per certi aspetti, scatta un meccanismo per cui faccio fatica a prendermela con gli ultimi, mi interessa quando invece è la politica che la sfrutta».

Nella tua stand-up c’è sempre l’elemento pubblico, li fai partecipare molto. Come si reagisce quando ti chiedono, per esempio, di parlare di scie chimiche?

«No, ma quello è successo veramente soltanto una volta, ma era un festival dove non c’era il mio pubblico, c’era un pubblico di freak che, come dire, sulla parte ambientale magari c’è quel confine labile tra ambientalismo e complottismo, che fa parte molto di certi ambienti freak, gente che è favorevole alla raccolta della plastica, però poi per il resto è tutto quanto un complotto. Però con il pubblico che viene ad un mio spettacolo non è mai successa una roba del genere, perché anche se trovi, fortunatamente, persone molto distanti dal mio mondo, sono persone che poi hanno riso, sono contenti, quindi anche soltanto per la forma di intrattenimento quella cosa se la accollano. Leggo tanti commenti, soprattutto su Facebook, di persone che dicono “Sono sempre stato scettico rispetto a tutto ciò che riguarda il cambiamento climatico, ma forse sei arrivato tu che mi hai convinto”, quello è il commento che voglio ricevere. Quando ho cominciato il mio era un pubblico più da bolla, super targettizzato, che aveva le mie stesse idee ambientali, adesso chiaramente facendo anche stand-up non legata necessariamente a quei temi, arriva un pubblico che è completamente diverso rispetto a me».

La vostra generazione di stand-up trae molta ispirazione dai comici americani, che lì vengono visti come detentori di una certa verità. Anche nel nostro paese abbiamo un partito fondato da un comico, il che vuol dire che anche da noi quell’effetto può in qualche modo sfuggire di mano. Tu che ci metti dentro la divulgazione ti sei mai preso cura di questo aspetto del tuo fare spettacolo?

«Io in precedenza ho fatto politica, non partitica, sono stato consigliere comunale dei giovani qui nel mio comune d’Albano Laziale, quindi sono sempre uno che si è prodigato anche a livello attivistico, a livello politico. Però da quando ho iniziato questo mestiere c’ho sempre tenuto a separare le due parti, perché se tu vieni in un contesto comico ti devi aspettare che i paradossi che crei a livello comico sono un’iperbole e qualcosa che non c’è nella realtà o un’iperbole della stessa, perché se poi la realtà diventa come quella comica per me diventa un disastro. È normale che da comico io risulto più carismatico, perché scelgo determinate cose, ci faccio la battuta sopra e sembro più preparato. Alcuni politici ricevono un sacco di merda addosso, non tanto perché siano deplorevoli umanamente, ma perché la politica per me è solo a perdere dal punto di vista dell’ego, dell’individuo, è normale che lì ti freghi, perché ti viene posto un quesito su tutto, rispetto al riarmo, rispetto cosa vuoi fare con la crisi energetica, e necessariamente scontenti qualcuno. Con la comicità, sì scontenti, ma c’è sempre il riso che è una forma di tutela, l’umorismo è sempre quello che ti salva, è un meccanismo molto diverso dalla politica, che è una cosa molto seria, quindi io non confonderei mai i due ambiti».

Ancora te ne occupi?

«Io faccio politica intesa come la intende Jules Renard, l’autore di Pel di Carota, cioè lo faccio col volontariato, con l’attivismo, se faccio qualsiasi cosa che abbia un risvolto politico lo voglio fare nell’ombra, non esporrei mai la mia persona da quel punto di vista, perché credo che sarebbe una confusione totale, non conserverei quel tipo di libertà che ho su un palco. Io per esempio su questo con Filippo Giardino ci ho parlato diverse volte, lui faceva proprio un monologo su Grillo, sul fatto che Grillo era comico e portava i suoi paradossi e i suoi paradossi sono diventati politica. Il confine è nell’essere rispettosi verso il pubblico e verso se stessi, facendo un patto sul fatto che se fai politica la separi da quello che fai sul palco, secondo me bisogna distinguere i piani per quanto su alcune cose i confini possono essere labili, nel senso che i miei monologhi non sarebbero mai il programma elettorale di un partito».

Beppe Grillo allora è un traditore della comicità?

«Beh sì, perché tu sfrutti il tuo pubblico per portarlo dentro un partito politico e questo è ideologicamente riprovevole».

Sapresti descrivermi l’energia, le emozioni, che hai provato in quel momento in cui hai capito che potevi fare stand-up, quindi potevi far ridere nella vita?

«I primi palchi li ho fatti a Milano quattro anni fa, perché prima scrivevo qualche monologo comico che mettevo in mezzo alle serate che facevo col mio gruppo musicale, un po’ stile Elio (non come riuscita, ma come idea). Quando ho cominciato la prima volta ho visto subito un riscontro positivo da parte sia degli addetti al settore che dal pubblico e ho sentito proprio una rinascita. Poi era il periodo post Covid, avevo vissuto delle cose personali pesanti e avevo iniziato in contemporanea il master a Milano, quindi mi ricordo proprio sta gioia totale, sta primavera, sto risveglio, tornavo dalle serate di stand-up, dove sentivo proprio sta botta di adrenalina, e lì ho avuto la sensazione che le cose si potessero mettere bene, perché è sempre stata una cosa in crescita, poi ci sono stati dei momenti peggiori, qualche open mic è andato male, qualche sera del cavolo, però sono stati veramente pochi. A quel punto mi sono detto “ok, questa roba può diventare un lavoro”, perché rispetto alla musica, dove è stata veramente una battaglia per dieci anni, confinati in posti del cazzo, davanti a un pubblico ogni volta morto, nella stand-up ho trovato il metodo comunicativo mio, per unire tutte le anime. Ecco, se mi avessero detto quattro anni fa, “Dopo tre anni che hai iniziato ti esibirai all’Ambra Jovinelli, ti avrei detto “no, non è una cosa che mi sarei immaginato sinceramente”. Ci saranno anni di lavoro per migliorare eccetera, ma insomma è una roba che sento mia, ecco».

Ci racconti questo nuovo spettacolo?

«Lo spettacolo è incentrato sulla condizione del dolore nella società occidentale, poi come i tesisti di terza media o di liceo trovi una connessione tra tutti gli argomenti che anche non c’entrano un cazzo tra di loro, credo che questo sia lo spettacolo più intimista fatto fino ad adesso. Parlo di tematiche larghe però, rispetto agli altri dove c’era molta più divulgazione, parlavo molto più di temi anche tecnici, qua c’è anche molto più».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo spettacolo in chi viene a vedere?

«La liberazione, cioè va bene ridere per ridere, la mia comicità preferita è quella surreale, ma non c’è solo quello, credo che le persone abbiano bisogno anche di qualcosa in più. Ridere sulle tragedie, perché è quello su cui secondo me i comici più forti riescono a farti ridere, e l’idea è di mettermi dentro quel filone, per cui riesci a far ridere di cose di cui spesso si tende ad evitare e l’evitarli secondo me è la più grande anticamera poi della tristezza».

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