La Marina militare italiana pianifica l’invio di 4 navi a Hormuz. Dalle cacciamine all’unità di scorta, cosa prevede la missione nello Stretto

Due navi cacciamine, una di scorta e una logistica di appoggio per il rifornimento di carburante. Ma non si esclude che ad affiancarle possa esserci anche una di difesa missilistica, come una fregata o un cacciatorpediniere. Quattro navi in tutto. Sarebbe questo il contribuito dell’Italia in un’eventuale missione nello Stretto di Hormuz non appena, però, la guerra nel Golfo sarà terminata. Lo ha spiegato il Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, intervenendo nella trasmissione Cinque Minuti su Rai1 e in Commissione Difesa alla Camera. «Si tratta di operazioni che devono essere fatte in una situazione non conflittuale perché sono molto delicate e come tutte le operazioni in aree delicate comportano dei rischi», ha spiegato l’ammiraglio.
La coalizione internazionale
L’operazione si inserisce in un quadro internazionale più ampio. «Ovviamente non andiamo da soli – ha precisato Bergotto -, ma all’interno di una coalizione internazionale. In Europa ci sono Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio». Negli ultimi giorni, gli incontri tecnici tra i Paesi coinvolti si sono intensificati, con riunioni a Parigi e Londra, con l’obiettivo di garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto. Le minacce non riguardano solo le mine, che possono essere posizionate sul fondale marino, oppure ormeggiate, ma anche i cosiddetti “barchini” impiegati in attacchi rapidi, e i missili. «In questo caso – ha dichiarto l’ammiraglio – sarebbero necessarie unità navali dedicate alla scorta, ma un eventuale intervento diretto richiederebbe un contesto di conflitto cessato».
Ma cosa può fare la Marina?
L’ammiraglio ha poi illustrato nel dettaglio le capacità operative della Marina militare. «Per noi è fondamentale garantire la libertà di navigazione», ha spiegato, ricordando come l’Italia sia un punto di riferimento nello sminamento grazie a un’esperienza consolidata. «Ogni anno vengono neutralizzati circa 14 mila ordigni esplosivi, tra residuati bellici rinvenuti in mare e lungo le coste. Questa attività continuativa ha permesso di mantenere elevati livelli di addestramento e prontezza operativa del personale».
La Marina dispone di otto cacciamine della classe Gaeta, unità in vetroresina varate negli anni Novanta ma costantemente aggiornate. Queste navi impiegano sistemi avanzati, tra cui veicoli a pilotaggio remoto e mezzi autonomi per l’individuazione delle mine. Una volta individuato un ordigno, viene neutralizzato tramite cariche esplosive, spesso con il supporto di sommozzatori del Comsubin nelle fasi più delicate. Si tratta, a detta dell’ammiraglio, di operazioni lente e complesse, che possono procedere a una velocità di circa uno o due chilometri l’ora, rendendo le unità impegnate vulnerabili e richiedendo condizioni di assoluta sicurezza. Per questo interventi di questo tipo devono avvenire solo a ostilità concluse. «Siamo pronti da sempre – ha ribadito l’ammiragio -, ma il nostro compito è mantenere i rischi al minimo possibile».
Le altre missioni internazionali dell’Italia
L’Italia è già impegnata in diverse missioni internazionali, tra cui Operazione Aspides contro gli attacchi nel Mar Rosso e Operazione Atalanta contro la pirateria nell’Oceano Indiano. In entrambi i casi, la Marina italiana opera all’interno di coalizioni internazionali, spesso con un ruolo di primo piano nel comando delle operazioni. Attualmente, ha ricordato il Capo di Stato Maggiore, nel Mar Rosso è presente una sola nave italiana, che ricopre anche il ruolo di forza di comando, in attesa dell’arrivo di ulteriori unità alleate nelle prossime settimane.
