Trump «salva» 8 prigioniere iraniane: «Nessuna esecuzione», ma Teheran smentisce. Chi sono le manifestanti che dice di aver liberato

Otto volti, otto storie. Giovani donne iraniane che «rischiavano» la condanna a morte per aver preso parte alle proteste in Iran, e per le quali Donald Trump ha chiesto e ottenuto la liberazione. O, almeno, è ciò che scrive il presidente statunitense su Truth. «Ottime notizie!», ha annunciato. «Sono appena stato informato che le otto manifestanti che avrebbero dovuto essere giustiziate questa sera in Iran non verranno più uccise». La rivendicazione di un successo che si intreccia, però, con la frustrazione per un conflitto che sembra sfuggirgli di mano proprio mentre ha fretta di chiuderlo per salvare le elezioni di metà mandato. «Quattro saranno rilasciate immediatamente, le altre saranno condannate a un mese di carcere. Apprezzo vivamente che l’Iran, e i suoi leader – conclude Trump -, abbiano accolto la mia richiesta».

La smentita di Teheran
Ma a stretto giro è arrivata la smentita di Teheran, che riaccende il braccio di ferro a distanza con Washington: «Nessuna di queste donne era in attesa di esecuzione, quindi la loro condanna non poteva essere revocata», ha precisato la magistratura iraniana in un comunicato, accusando Trump di «cercare di fabbricare successi a partire da notizie false». La Casa Bianca, tramite la portavoce Karoline Leavitt, ha difeso il presidente, affermando che sono stati gli stessi iraniani a riferirgli di aver deciso di risparmiare le vite delle otto manifestanti.
Chi sono le otto prigioniere iraniane?
La versione fornita da entrambe le parti è stata però in parte contestata da attivisti e organizzazioni per i diritti umani, che sono riusciti a identificare le manifestanti. Tra loro compare Bita Hemmati, arrestata durante le proteste del gennaio 2026 e condannata a morte – come riportano Masih Alinejad e diversi media locali – insieme al marito Mohammad Reza Majidi per presunti crimini contro il regime. C’è poi la sedicenne Diana Taherabadi accusata di Moharebeh “Inimicizia contro Dio” punibile in Iran con la pena di morte, insieme a Mahboubeh Shabani, fermata dal regime per aver soccorso i manifestanti feriti, e la dottoressa Golnaz Naraghi, arrestata mentre prestava assistenza ai civili colpiti negli scontri e successivamente rilasciata su cauzione a marzo insieme a Venus Hosseini-Nejad, riporta Human Right Watch. Tra i nomi compaiono anche Ghazal Ghalandari, 16 anni, prelevata dalla propria abitazione a fine gennaio, e Panah Movahedi Salamat e Ensieh Nejati, due giovani arrestate durante le rivolte di gennaio. Nonostante le reciproche accuse tra Stati Uniti e Iran, resta il fatto che la pena di morte in Iran sia spesso impiegata come strumento di repressione del dissenso e di controllo della società civile. E la sola partecipazione alle proteste degli ultimi mesi può esporre al rischio di condanne capitali, fino all’impiccagione.
April 21, 2026
