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Madre e figlia avvelenate due volte? La ricina «250 volte oltre la soglia letale». Il “buco” sulle analisi del padre: cosa può rivelare il cellulare della sorella

25 Aprile 2026 - 08:32 Giovanni Ruggiero
Madre e figlia avvelenate
Madre e figlia avvelenate
L'analisi del telefono riguarderebbe almeno 11 chat tra famigliari e amici della 19enne sopravvissuta alla tragedia di Pietracalla. I sospetti sul vicino istituto agrario, in cui sarebbero state fatte ricerche proprio sulla ricina

Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita potrebbero essere state avvelenate due volte prima di morire in ospedale, dove erano arrivate nei giorni dello scorso Natale per sospette gastroenteriti. Come riporta Repubblica, le due donne potrebbero aver ingerito la ricina prima del 25 dicembre e poi a Santo Stefano, dopo essere tornate a casa proprio dal pronto soccorso di Campobasso. A Pietracatella si cerca l’assassino delle due donne, che potrebbe anche aver avuto un complice. Sospetti e ipotesi che la procura di Larino guidata da Elvira Antonelli sta provando a sbrogliare anche dall’analisi del cellulare di Alice Di Vita, sorella e figlia 19enne delle vittime, di cui martedì sarà fatta la copia forense alla questura di Campobasso, alla presenza dei legali delle parti.

L’indagine sull’iphone della sorella Alice

La procuratrice vuole estrapolati i dati degli ultimi 5 mesi, dall’1 dicembre ad oggi, anche se i legali di uno dei sanitari indagati hanno depositato un’istanza per retrodatare di sei mesi le verifiche. Nel provvedimento di sequestro vengono elencati gli obiettivi: le chat di Alice con i componenti del nucleo familiare, finalizzate ad accertare i rapporti intercorrenti tra di loro e le ultime comunicazioni con le vittime. Particolarmente rilevante è la copia delle note salvate dalle quali risulta l’annotazione dei pasti consumati dalla famiglia fra il 22 e il 25 dicembre, periodo cruciale per ricostruire quando e come sarebbe avvenuto l’avvelenamento. Gli inquirenti chiedono anche la cronologia della navigazione Internet, la rilevazione della posizione del dispositivo, degli indirizzi email e degli account social, oltre alle conversazioni con una serie di persone i cui nomi sono espressamente citati, tra cui la zia Laura.

I sospetti sull’amico di Alice e gli accertamenti nell’istituto agrario

Alice avrebbe un amico che frequenta l’istituto agrario di Riccia, dove gli investigatori hanno compiuto accertamenti anche sui computer. L’episodio ha sollevato interrogativi sul possibile collegamento tra la giovane e l’ambiente dell’istituto, dove potrebbero essere state condotte ricerche sulla ricina o su sostanze tossiche. Anche il padre Gianni conoscerebbe una professoressa che è tra i testimoni ascoltati nei giorni scorsi, elemento che amplia il perimetro delle persone potenzialmente coinvolte nelle indagini. «Probabilmente perché Alice è l’unica a non essere mai stata male e in quei giorni veicolava le informazioni tra i vari membri della famiglia», spiega l’avvocato Vittorino Facciolla che difende Gianni e Alice, chiarendo perché solo il cellulare della ragazza è stato richiesto e non quello del padre o delle vittime.

Cosa è emerso dalle analisi del sangue: concentrazioni altissime di ricina

Gli inquirenti, sulla base delle indicazioni arrivate dagli esperti del Centro antiveleni di Pavia, non avrebbero dubbi sul fatto che Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara, morte rispettivamente il 28 e il 27 dicembre all’ospedale di Campobasso, siano state avvelenate. La perizia, firmata dal professor Carlo Locatelli ed eseguita sui campioni di sangue prelevati prima e dopo il decesso, certifica un’«esposizione acuta a ricina e del conseguente quadro di intossicazione acuta». Secondo i parametri, in vita la negatività al veleno dà un valore inferiore a 2,7 nanogrammi per millilitro di sangue. Antonella invece aveva un valore di 134. Post mortem il valore deve essere inferiore a 54, quello del cadavere di Antonella era di 720. Sua figlia invece aveva una concentrazione di 630 nanogrammi per millilitro. Lo screening iniziale ha riguardato 1.240 agenti tossici, tutti esclusi dagli esperti del Maugeri. «Le evidenze analitiche sono congruenti con il quadro clinico presentato», scrive il professore, aggiungendo che ulteriori accertamenti tossicologici non hanno evidenziato la presenza di altri agenti tossici idonei a spiegare gli eventi clinici osservati.

Perché le analisi del padre non sarebbero utilizzabili: il problema della conservazione

Gli esami eseguiti sui campioni di sangue di Gianni Di Vita, il marito della donna e padre della ragazza sopravvissuto alla cena del 23 dicembre, sono risultati negativi. Ma il professor Locatelli evidenzia che il campione dell’uomo, prelevato il 28 dicembre quando era stato ricoverato allo Spallanzani in via precauzionale, è stato consegnato al Centro Antiveleni solo il 13 marzo e risulta diversamente conservato, in frigorifero presso l’ospedale romano a temperatura non dettagliata. La presenza del veleno nel sangue si degrada nel tempo, come avvenuto anche nei campioni delle due donne. «È stata riscontrata una riduzione progressiva della concentrazione rilevabile di ricina nel tempo, fenomeno compatibile con processi di degradazione dell’analita all’interno della matrice biologica», spiega Locatelli. Le analisi ripetute eseguite in giorni successivi sul medesimo campione, conservato a temperatura controllata di 4 gradi, mostrano una marcata diminuzione della concentrazione di ricina: nell’arco di 30 giorni può osservarsi una riduzione superiore al 90%. Per questo motivo non si esclude che anche l’uomo abbia assunto o sia entrato in contatto con il veleno, ma la cattiva conservazione del campione rende le analisi poco attendibili. Tuttavia, chiarisce la procuratrice Antonelli, in attesa della comparazione degli esami tossicologici con quelli autoptici che non sono ancora stati consegnati, il fascicolo per omicidio volontario premeditato rimane contro ignoti.

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