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La riforma della Corte dei conti finisce alla Consulta: «Coi limiti al danno erariale violato il patto sociale coi cittadini»

27 Aprile 2026 - 17:04 Olga Colombano
I giudici della Corte dei conti di Genova hanno inviato la norma alla Corte costituzionale. Dubbi sul meccanismo che limita i risarcimenti e scarica parte dei danni procurati dai dirigenti pubblici sulla collettività

La Corte dei conti ha sollevato una questione di legittimità costituzionale sulla legge Foti, la riforma della Corte dei conti che, tra gli altri punti, modifica le regole sulla responsabilità per danno erariale, ovvero il danno economico subito dallo Stato o da un ente pubblico a causa di errori, negligenze o cattiva gestione da parte di funzionari, amministratori o dipendenti pubblici. Secondo i giudici, il nuovo sistema rischia di indebolire il principio per cui chi provoca un danno alla pubblica amministrazione deve risarcirlo in modo adeguato, perché introduce limiti che riducono le somme recuperabili.

Cosa cambia con la legge Foti

Tra i punti fin dall’inizio più contestati della legge Foti c’è il limite al risarcimento. Con la riforma chi viene ritenuto responsabile di un danno erariale non è più tenuto a risarcire l’intero importo del danno, ma solo fino a un tetto massimo stabilito dalla legge. Questo tetto è collegato allo stipendio del responsabile o a un multiplo della sua retribuzione annua lorda. Di conseguenza, anche quando il danno è pienamente accertato, una parte della perdita non viene recuperata dal responsabile ma resta a carico dell’amministrazione pubblica che l’ha subita.

Le critiche della Corte dei conti e il nodo della questione

Secondo la Corte dei conti, questo meccanismo altera in modo profondo l’equilibrio del sistema. Nell’ordinanza si parla infatti di una disciplina definita irrazionale e iniqua, perché anche in presenza di una responsabilità accertata una quota significativa del danno non viene risarcita da chi lo ha causato. Così, scrivono i giudici, viene meno anche la funzione di deterrenza della norma. Se un dirigente sa che il suo rischio massimo è limitato a una frazione del danno potenziale, diminuisce l’incentivo a operare con il massimo rigore nella gestione del denaro pubblico.

Come si legge nell’Ordinanza che rimette la norma alla Corte: «I cittadini vedrebbero così violato quel “patto sociale” sul quale si regge l’intera impalcatura del sistema tributario (artt. 23 e 53 Cost.) dovendo di fatto patire un duplice danno: 1) il mancato soddisfacimento del bene-interesse, individuale o collettivo, al quale era funzionale il prelievo fiscale e il relativo impiego della risorsa pubblica sprecata; 2) il costo della malagestio, che rimarrebbe in larga parte a carico del soggetto pubblico danneggiato».

Il ricorso e cosa succede ora

La questione nasce da un caso concreto avvenuto a Genova. Un errore durante un intervento chirurgico ha provocato la paraplegia di un paziente e un danno complessivo di 1,35 milioni di euro, risarciti dall’ASL. In primo grado uno dei medici era stato condannato a pagare 945mila euro. In appello ha chiesto di applicare la legge Foti, che avrebbe ridotto la sua responsabilità a circa 170mila euro, pari al doppio del suo stipendio annuo lordo. La differenza tra le due somme resterebbe quindi a carico dell’azienda sanitaria. Ora la parola passa alla Corte costituzionale, che dovrà stabilire se questa nuova norma sia compatibile con la Costituzione.

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