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Cos’è il salario giusto che il governo ha approvato. La frenata sulla retroattività dei rinnovi

28 Aprile 2026 - 19:58 Luca Graziani
sindacati cgil cisl uil
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Oggi in Consiglio dei ministri approvato il decreto Primo maggio. Nella bozza il riferimento ai contratti leader, firmati dalle sigle più rappresentative. Solo chi li applica avrà gli incentivi
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In vista del Primo maggio, il governo mette in rampa di lancio il nuovo decreto lavoro. Il testo, approvato al Cdm di oggi, 28 aprile, nelle ultime ore è stato limato più volte. Ma il punto è già chiaro: niente salario minimo per legge, che la maggioranza ha sempre respinto, ma avanti con il “salario giusto”. Una formula che può sembrare fumosa, ma che ha un effetto molto concreto: per accedere agli incentivi pubblici, le imprese dovranno garantire trattamenti economici non inferiori a quelli previsti dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative». Tradotto: il governo prova a rafforzare i cosiddetti contratti leader, sottoscritti dai sindacati maggiori e dalle associazioni datoriali più rappresentative.

Una scelta che, di fatto, guarda al mondo confederale, a partire da Cgil, Cisl e Uil, e restringe lo spazio dei piccoli sindacati, compresi quelli più vicini al centrodestra, come l’Ugl. Sigle che non sono state coinvolte né convocate dal governo, sottolineano ambienti sindacali: «Aspettiamo di leggere il testo, c’è un confronto in corso tra i sindacati». Meloni, invece, ha rivendicato proprio nella conferenza stampa post cdm «interlocuzioni costanti, anche se non ufficiali», definendo il decreto «un punto di partenza di un patto con i corpi intermedi, le organizzazioni sindacali e datoriali».

La differenza col salario minimo

La questione è proprio il peso della rappresentanza. La bozza non introduce una soglia oraria minima, come chiedevano le opposizioni con la battaglia sul salario minimo. Ma prova a intervenire per un’altra via: se un’azienda vuole accedere ai benefici, non potrà scegliere un contratto al ribasso solo perché più conveniente. Anche nei settori non coperti da contrattazione collettiva, il riferimento dovrà essere il contratto più vicino all’attività effettivamente svolta dall’azienda. 

Una strada già tracciata dal Cnel, con la delega sui salari adeguati poi lasciata scadere dal governo. A febbraio Renato Brunetta aveva difeso sul Sole 24 Ore proprio questa impostazione: non un salario minimo legale, appunto, ma il riconoscimento dei contratti più rappresentativi come parametro del «giusto salario». «La definizione del giusto salario passa attraverso la rappresentanza e il dialogo sociale, non attraverso un intervento pubblico di tipo normativo”, scriveva. Veniva così respinta anzitempo anche l’accusa di voler costruire un “monopolio confederale» a danno dei sindacati minori.

L’obiettivo, sostenevano, è «porre un solido argine istituzionale e di sistema» a chi immagina un «libero mercato della contrattazione collettiva», in cui le imprese possano scegliere il contratto più conveniente «sulla pelle dei lavoratori». È il punto che torna nel decreto: dopo aver archiviato la soglia legale, il governo riconosce di fatto ai contratti più rappresentativi una funzione di riferimento.

Non a caso, prima ancora del via libera del Cdm, la Uil aveva aperto a questa impostazione. Pierpaolo Bombardieri aveva chiesto al governo di non esercitare la delega sul lavoro, vista la trattativa in corso tra Cgil, Cisl, Uil e le grandi associazioni datoriali. Ma sul punto dei contratti in dumping aveva riconosciuto che, se il salario dignitoso fosse stato agganciato ai contratti firmati dai sindacati comparativamente più rappresentativi, «sarebbe una scelta corretta». Come pure condizionare gli aiuti all’applicazione di quei contratti. Anche la Cisl, a decreto approvato, ha accolto positivamente la linea del governo. La segretaria Daniela Fumarola ha parlato di «passaggio importante», perché le risorse vengono riconosciute alle aziende che applicano i Ccnl stipulati dalle parti sociali comparativamente più rappresentative, distinguendo i «buoni contratti» da quelli in dumping. Ancora nessun commento ufficiale, invece, dalla Cgil di Maurizio Landini.

Il ritardo nei rinnovi

Nella bozza era entrato anche un meccanismo per contrastare il ritardo cronico nei rinnovi contrattuali. Se i contratti restano scaduti per dodici mesi, doveva scattare un adeguamento automatico pari al 30% dell’inflazione. La norma, però, è stata modificata più volte: in una versione precedente l’adeguamento era più alto, al 60%. E alla fine non è proprio entrata nel testo definitivo

L’altro capitolo è quello dei rider e del lavoro tramite piattaforme digitali. Qui il decreto introduce una stretta sull’uso degli account e prova a contrastare il cosiddetto caporalato digitale. L’accesso alla piattaforma dovrà avvenire tramite Spid, carta d’identità elettronica, carta nazionale dei servizi oppure tramite un account rilasciato dalla piattaforma a un singolo codice fiscale, con autenticazione a più fattori. Le credenziali saranno personali e non cedibili. Chi cede il proprio account, o usa quello di un’altra persona, rischierà una sanzione amministrativa da 600 a 1.200 euro.

Non è solo una questione di password. Nel testo, infatti, si interviene anche sulla qualificazione del rapporto di lavoro. La bozza prevede che, quando il lavoro tramite piattaforma è eterodiretto o controllato anche attraverso algoritmi, scatti una presunzione di subordinazione, salvo prova contraria. In sostanza, se l’organizzazione del lavoro è decisa dalla piattaforma, il rider non può essere trattato automaticamente come un autonomo. Un passaggio che guarda alle tante vertenze degli ultimi anni e tenta di dare una cornice più netta a un settore rimasto in una zona grigia.

Lo sfruttamento

Il decreto elenca anche alcuni indici di sfruttamento, validi pure nel contesto digitale: compensi sotto i minimi dei contratti nazionali più rappresentativi, ritmi o carichi di lavoro sproporzionati, trattenute abusive, interposizioni fittizie, uso organizzato di identità, documenti o account altrui. Le piattaforme dovranno conservare i dati sulle prestazioni e renderli disponibili alle autorità. È il tentativo di colpire non solo il lavoro povero, ma anche le filiere opache che si sono create attorno al delivery.

Sul fronte degli incentivi, il decreto riscrive e proroga i bonus per le assunzioni. Per le donne svantaggiate assunte a tempo indeterminato nel 2026 è previsto un esonero del 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, esclusi i premi Inail, fino a 650 euro al mese per 24 mesi. Il tetto sale a 800 euro per le lavoratrici residenti nelle regioni della Zes unica del Mezzogiorno. Misure analoghe sono previste per i giovani under 35: esonero totale fino a 500 euro al mese, che può salire a 650 euro nella Zes. E poi incentivi per trasformare i contratti a termine in rapporti a tempo indeterminato, con particolare attenzione ai giovani alla prima occupazione stabile. Il decreto proroga anche l’isopensione fino al 2029 e rifinanzia il Fondo nuove competenze.

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