Gaza, giovani sviluppatori inventano app spostarsi tra le macerie, recuperare gli oggetti nelle case abbandonate e ritrovare i bambini dispersi

A Gaza, sotto attacco da parte dell’esercito israeliano da ormai 30 mesi, la guerra e i suoi effetti continuano a mietere vittime innocenti. Eppure, un intero popolo non si arrende e continua, ogni giorno, a fare i conti con la vita difficilissima nella Striscia. Tra loro, anche i giovani e talentuosi sviluppatori del centro Taqat, a Gaza City: un hub brulicante di idee e popolato da 250 tra freelance e programmatori, che cercano di dare il loro contributo per migliorare la vita quotidiana delle persone.
“Waselni”: la app per gli spostamenti in una zona distrutta
A sviluppare la app Waselni è stata una giovane programmatrice di soli 23 anni: si chiama Saja al-Ghoul e ogni giorno, con gli strumenti che ha, lavora dallo spazio di “Taqat Gaza” alla app, che in arabo significa «aiutami a raggiungere la mia destinazione». Come riporta Al Jazeera, il sistema permette alle persone di condividere viaggi e coordinare gli spostamenti per ridurre i costi di trasporto. Rimane difficile se non impossibile per molti infatti spostarsi, visto il costo dei pochissimi trasporti disponibili aumentato vertiginosamente negli ultimi mesi. Inoltre, la app mette a disposizione un portafoglio elettronico prepagato che può venire in soccorso di utenti che non hanno liquidità. «Chiunque può proporre un viaggio, ad esempio, dalla zona di al-Shifa ad as-Saraya, nel centro di Gaza City, alle 8 del mattino, e poi altre persone possono unirsi allo stesso viaggio e dividere le spese» ha spiegato la sua sviluppatrice.
“Rajja’li”: l’app per ritrovare gli oggetti smarriti
Bahaa al-Mallahi ha 26 anni ed è laureato in sistemi informativi. Nel corso di questi ormai anni difficilissimi nella Striscia di Gaza, ha notato come non esistessero strumenti a disposizione delle migliaia di persone sfollate per poter rientrare in possesso dei loro effetti personali, spesso lasciati in abitazioni ormai pericolanti o persi nei vari spostamenti. «Durante le evacuazioni, le persone hanno perso quasi tutto», inclusi «effetti personali, documenti ufficiali, telefoni, borse…A volte, oggetti di scarso valore economico ma di immensa importanza per i loro proprietari». Da tempo le piattaforme social accolgono fotografie e annunci relativi a questi oggetti, ma spesso senza risultare veramente d’aiuto. Per questo motivo Bahaa ha ideato Rajja’li, dall’arabo “restituiscimelo”, una piattaforma digitale dedicata agli oggetti smarriti: «Se trovate qualcosa, la pubblicate sulla piattaforma. Se perdete qualcosa, la cercate lì».
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L’idea di una app per ritrovare i bambini dispersi
Bahaa non si vuole fermare alla sola possibilità di ritrovare oggetti dispersi, ma ha in mente un progetto molto più ambizioso, anche se molto delicato: quello di adattare la app Rajja’li anche per poter ritrovare i tantissimi bambini scomparsi a causa di sfollamenti o sovraffollamento. «Ogni giorno riceviamo annunci di bambini scomparsi», ha dichiarato. «A causa della vita nelle tende e dell’interruzione delle comunicazioni, trovare i bambini e ricongiungerli alle loro famiglie è difficile». Quando un bambino scompare, sarebbe possibile inviare immediatamente una notifica agli utenti vicini, contenente la foto e la descrizione del bambino, per metterli in guardia e attivarli prontamente nelle ricerche.
I dati sui bambini smarriti
Secondo recenti stime UNICEF, a Gaza ci sarebbero circa 800.000 bambini. La stragrande maggioranza di loro rientrerebbe ormai da mesi nella categoria degli sfollati, vivendo «in condizioni antigieniche e di sovraffollamento, infestati da insetti, parassiti e roditori, oltre che con una grave mancanza di privacy». I dati diffusi dall’ufficio stampa del Governo di Gaza e condivisi da Save the Children nel settembre 2025, riportano di almeno 20.000 bambini uccisi dall’ottobre 2023, corrispondenti a circa il 2% della popolazione infantile di Gaza. Almeno 42.011 bambini sono rimasti feriti, mentre 21.000 sono rimasti invalidi a vita. Solo nei primi 8 mesi dall’inizio del conflitto, erano stati invece già 21 mila le bambine e i bambini dispersi, di cui 17.000 non accompagnati, 4.000 sepolti sotto le macerie mentre un numero imprecisato risultava sepolto in fosse comuni o detenuto e trasferito a forza.
Le difficoltà tecnologiche
Se lavorare con la tecnologia non è un lavoro per tutti e può richiedere grandi risorse ed esperienza, farlo in un contesto di guerra, con continui tagli all’elettricità e interruzioni della rete, può diventare quasi una missione impossibile. Ma non solo: esistono veri e proprio limiti strutturali e sociali che si aggiungono alle difficoltà da superare e combattere. Saja, per esempio, è molto consapevole del fatto che la sua applicazione, per funzionare, ha bisogno della collaborazione di un numero sempre maggiore di utenti: se qualcuno dovesse infatti registrarsi e cercare di usarla per trovare un mezzo di trasporto, senza trovare però alcun veicolo nelle vicinanze, potrebbe presto scoraggiarsi e decidere di non usarla più. Bahaa, dal canto suo, sa che la questione dei documenti smarriti è molto delicata e necessita di fiducia da parte degli utenti. Non secondario risulterebbe poi il costo stesso dello sviluppo delle applicazioni: «Abbiamo bisogno di abbonamenti all’IA, e questi sono estremamente costosi. Anche i servizi di base sono diventati a pagamento e i prezzi continuano ad aumentare».
Lo spazio di coworking “Taqat Gaza”
A fondare lo spazio di coworking “Taqat Gaza” era stato l’ingegnere Sharif Naeem, con un obiettivo iniziale molto diverso da quello che ha oggi lo stesso ambiente: ospitare i lavoratori da remoto che affrontavano il problema dell’assenza di luoghi sicuri con elettricità e internet. All’inizio della guerra infatti, migliaia di freelancer e sviluppatori avevano perso il loro lavoro. Molti di loro lavoravano con contratti internazionali, ma senza gli adeguati strumenti era stato per loro impossibile proseguire. «Il nostro primo obiettivo era molto semplice: come possiamo far tornare le persone al lavoro?», ha commentato Naeem. Ben presto, però, i responsabili di Taqat Gaza si sono resi conto che la minaccia che si nascondeva dietro la crisi energetica e informatica a Gaza poteva avere una portata di molto maggiore rispetto alle previsioni iniziali, rischiando di creare un divario tecnologico incolmabile tra i giovani sviluppatori di Gaza e il resto del mondo.
Le collaborazioni con le università
Così lo spazio di coworking si è presto trasformato in un vero e proprio centro di formazione tecnologica, in collaborazione con molte università, ma anche istituzioni locali e internazionali. Sul loro sito internet campeggia la scritta: «Uno spiraglio di speranza che risorge dalle ceneri». Sono emerse moltissime idee di progetti, motivati in primis dalle esigenze stesse dei loro sviluppatori: difficoltà quotidiane alle quali porre rimedio con la tecnologia. Nonostante la nobiltà del progetto, restano comunque moltissimi gli ostacoli da superare, dall’inadeguatezza delle infrastrutture elettriche e internet fino agli ostacoli finanziari e tecnici. Il costo degli abbonamenti software e delle apparecchiature risulterebbe infatti sempre più difficile da sostenere: «Il problema non è la mancanza di talento, ma la mancanza di un reale investimento in quel talento», ha commentato Naeem. Il gruppo però non si arrende e lavora promuovendo iniziative come la “Hackathon”, una sfida a squadre con 10 ore di lavoro non-stop in cui le idee evolvono momento dopo momento. Al centro delle iniziative ci sono anche temi ambientali e comunitari, nel quadro delle attività della Palestina Artificial Intelligence Week.

