Flotilla, la portavoce italiana a Open: «Trattati come criminali, è un nuovo livello di violenza. E la Farnesina non pagherà i voli di rientro»

«Gli avvocati ieri sera molto tardi ci hanno riportato il resoconto dei dialoghi che hanno avuto ed è un resoconto agghiacciante. L’hanno proprio definito un “nuovo livello di violenza” utilizzato nei confronti degli attivisti sia durante l’abbordaggio, che quando sono stati portati a bordo di questa nave prigione dove c’erano i container». È la denuncia di Maria Elena Delia, portavoce italiana della Flotilla, che a Open ricostruisce le ore drammatiche successive al blitz delle forze israeliane. Un assalto che ha fatto sobbalzare i canali diplomatici e che ora rischia di trasformarsi in un caso internazionale. L’Italia ha infatti chiesto ufficialmente che l’Europa adotti sanzioni per il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, dopo la diffusione di un video in cui quest’ultimo irrideva e umiliava pubblicamente gli attivisti fermati. Intanto sono atterrati a Istanbul gli attivisti rilasciati. Da lì poi ciascuno farà ritorno al proprio Paese.
Il racconto delle violenze a bordo
Delia riporta poi quanto riferito dai legali sul trattamento subito dai 428 attivisti internazionali, di cui 29 italiani, tra cui figurano anche il parlamentare del Movimento 5 Stelle Gaetano Carotenuto e il giornalista del Fatto Quotidiano Marco Mantovani: «Ci hanno raccontato di uso del taser addosso alle persone, un uso gratuito perché era contro persone con le mani alzate terrorizzate su delle barche a vela. Poi ci hanno parlato di proiettili di gomma, molestie sessuali, percosse. E ancora gente che non riesce a respirare per le costole fratturate, con il naso fratturato, le braccia fratturate. Donne musulmane a cui è stato strappato, insieme ai capelli, l’hijab. Lo stesso Carotenuto, che loro sapevano benissimo essere un deputato del Parlamento italiano, ha raccontato di essere stato preso a pugni nell’occhio, Mantovani a calci nelle gambe».
L’azione legale di Roma
Fatti pesantissimi su cui la magistratura italiana intende fare immediata chiarezza. Il filmato di Ben Gvir sarà infatti acquisito dai magistrati romani che sentiranno anche i 29 attivisti fermati. Un’azione legale che si preannuncia durissima, come conferma la stessa portavoce: «Il racconto è stato sconvolgente e bisogna tener conto che c’è già un’indagine della Procura di Roma in corso per i fatti dell’anno scorso ed è un’indagine, tra gli altri reati, anche sul reato di tortura. Il nostro team legale sicuramente anche per questi ultimi fatti compilerà e consegnerà un esposto perché sono stati oltrepassati veramente troppi limiti».
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Le condizioni dei restanti 27 italiani
Prima del loro arrivo a Istanbul, impossibile avere informazioni sugli altri 27 italiani, il cui rientro in Italia è previsto in serata. «Se sono riuscita a parlare con qualcuno di loro? No perché siamo stati completamente isolati da loro», spiega Delia a Open. «Nessuno di noi, né io né i loro parenti, ma neanche la Farnesina, ha parlato con i 27 italiani e neanche con gli altri. Loro sono senza telefono, senza effetti personali, sono stati detenuti come pericolosi criminali. Non hanno avuto accesso a nulla, alcuni di loro sono riusciti ad avere un colloquio con gli avvocati dell’associazione Adalah, che è l’associazione di legali che ci supporta perché i nostri avvocati ovviamente non possono agire in Israele. Non tutti sono riusciti a parlarci solo per questioni di tempi, perché gli avvocati di Adalah credo che siano 10 o 12 e gli attivisti 428, quindi non hanno avuto il tempo materiale di sentirli tutti, proprio una questione puramente logistica».
L’odissea del rientro
Ora che gli attivisti sono stati espulsi da Israele e atterrati a Istanbul, resta il nodo del viaggio dalla Turchia all’Italia: «Stiamo capendo come far rientrare i 27 italiani in Italia. L’anno scorso si occupò di farli rientrare direttamente la Turkish Airlines, perché il ministero degli Esteri non provvede al volo di rientro e ci hanno confermato che non provvederanno neanche quest’anno. Quindi siamo in attesa di capire se torneranno a spese della Turkish Airlines oppure della nostra delegazione. Ovviamente noi siamo pronti in qualunque momento ad acquistare i biglietti con le donazioni che abbiamo ricevuto per i nostri compagni e compagne».
La denuncia di Delia
Di tutta questa vicenda, spiega Delia, resta un’amara considerazione: «Chi come me si occupa di Palestina da tanti anni sa che queste cose nelle carceri israeliane avvengono quotidianamente, solo che queste sono avvenute ai danni di persone con passaporti europei, ed è anche il motivo per cui facciamo le Flotille, perché almeno se tocca degli internazionali le persone se ne rendono conto, e invece se tocca i palestinesi no».

