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Rapporto Istat, stipendi mangiati dall’inflazione: ecco quanto hanno perso i lavoratori

21 Maggio 2026 - 11:18 Roberta Brodini
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Come stanno l'economia italiana, l'ambiente, le famiglie e i giovani: lo racconta il Rapporto annuale Istat 2026, che ha messo in evidenza luci e ombre di un'Italia sempre più vecchia, che ha bisogno di maggiori investimenti nell'innovazione e nella sostenibilità
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Nel 2025 l’Italia ha visto un rallentamento nella crescita economica rispetto al biennio precedente. In più, deve migliorare i suoi investimenti in termini di innovazione tecnologica, potere di acquisto dei salari, welfare, opportunità per i giovani e parità di genere. A dirlo sono i dati del Rapporto annuale Istat 2026, giunto alla sua trentaquattresima edizione.

Economia italiana: un quadro generale

In un’economia globale che nel 2025 ha registrato un’espansione del +3,4%, il quadro economico relativo al Pil italiano rimane positivo: nel 2025 ha continuato a crescere, con un valore del +0,5 per cento in decelerazione, però, rispetto allo 0,8 del 2024. A fare da traino è la domanda interna con un +1,5 per cento. Oltre ai consumi delle famiglie (+1,0%), importante anche una ripresa degli investimenti fissi lordi (+3,5%), mentre la domanda estera ha fornito un contributo negativo (-0,7%). Il settore che ha trainato la crescita è stato principalmente quello delle costruzioni, con un +2,4%, in un contesto di incentivi e di PNRR. I servizi mostrano invece una crescita moderata del +0,3%; difficoltà per la manifattura (-0,3%).

I dati del Rapporto annuale Istat riportano anche un miglioramento dell’indebitamento netto sul PIL, passato dal +3,4% nel 2024 al +3,1% nel 2025 e frenato da un miglioramento dell’avanzo primario, in crescita al +0,8% del percentuale del Pil rispetto al precedente +0,5%, mentre la spesa per interessi è stata sostanzialmente ferma nei due anni al 3,9% del PIL. La pressione fiscale è salita al 43,1% del PIL, mentre il rapporto debito/PIL rimane elevato: +137,1%, secondo solamente alla Grecia e superiore alla media europea (+87,8%).

Produzione e scambi con l’estero

Il Rapporto Istat 2026 mette in luce forti eterogeneità a livello settoriale: l’industria segna un +0,3%, con una flessione del manifatturiero (-0,3%) e una sostanziale espansione dei comparti estrattivo (+9,3%) ed energetico (+6,5%). Il valore aggiunto a valori concatenati in Italia registra una crescita dello 0,4%: meglio della Germania (+0,1%), ma peggio di Francia (+0,7%) e Spagna (+3,1%). Le esportazioni nazionali, nonostante i dazi e la forte incertezza nel 2025, hanno registrato una crescita che interessa sia i mercati UE (+4,2%), sia i mercati extra UE (+2,4%), dove le vendite dirette verso gli Stati Uniti, principale partner commerciale al di fuori dell’Unione europea, hanno subito una forte accelerazione (+7,2%), soprattutto per quanto riguarda i prodotti della farmaceutica e degli altri mezzi di trasporto. Il volume delle importazioni (+3,6%), invece, considerando un saldo commerciale positivo per 43,6 miliardi di euro, è cresciuto a un ritmo triplo rispetto a quello alle esportazioni (+1,2%).

Occupazione e salari in crescita, ma diminuisce il potere d’acquisto

L’occupazione del 2025 ha continuato a crescere: +0,8%, corrispondente al 62,5%, ma rimane in frenata rispetto all’1,5% del 2024 e al 2,1% del 2023. Il tasso di occupazione rimane comunque strutturalmente inferiore a quello dei principali partner europei in termini di Pil e la sua crescita nell’ultimo triennio si è concentrata sui dipendenti a tempo indeterminato, sugli autonomi con dipendenti e sui lavoratori a tempo pieno. Migliorato quindi il tasso di disoccupazione, che dal 2019 è diminuito del 42,6%: rimane il più basso tra i Paesi dell’UE27, a distanza di quasi 9 punti percentuali dalla media. Nel 2025 è stato del 6,1% ed è sceso ulteriormente a marzo 2026 al 5,2 per cento. Le retribuzioni contrattuali sono cresciute del +3,1% in termini nominali nel 2025: incrementi maggiori nell’industria (+3,4%) rispetto ai servizi (+3,0%) e alla pubblica amministrazione (+2,7%).

A causa però dell’inflazione, all’1,6% nel 2025, l’incremento dei salari reali, ossia il potere d’acquisto effettivo dello stipendio di un lavoratore, mantiene un gap negativo rispetto al 2019 pari all’8,6 per cento. La possibilità di realizzare ulteriori riduzioni dipende crucialmente dalla crescita dei salari nel 2026. Come riporta il direttore del dipartimento per le statistiche economiche, ambientali e conti nazionali, Stefano Menghinello, «il rischio è che durante l’anno potrebbe realizzarsi un sorpasso dell’inflazione rispetto alla dinamica dei salari nominali».

Meno emissioni, ma un turismo che inquina ancora troppo

Per quanto riguarda la connessione tra crescita e cambiamenti climatici, «da due anni stiamo crescendo, consumando meno e impiegando meno risorse naturali ed energetiche, il che è sicuramente un aspetto virtuoso da parte del nostro Paese», ha affermato Menghinello. Ciò e dovuto al fatto che l’economia italiana si sposta sempre più verso il settore terziario e riduce il peso delle manifatture dell’industria crescente, senza però che siano gli investimenti di carattere tecnologico e sostenibile a cambiare la situazione. La riduzione delle emissioni tra il 2008 e il 2024 è del 39%, ma è stata determinata per 10 punti percentuali dal passaggio da un’economia manifatturiera a una più terziarizzata, sebbene l’industria generi ancora oltre il 60% delle emissioni delle attività produttive.

La transizione energetica registra progressi significativi: nel 2024 la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ha raggiunto il 49,6% del totale nazionale, trainata dall’aumento della potenza fotovoltaica, quasi raddoppiata nell’ultimo decennio. All’interno del terziario desta comunque ancora preoccupazione l’impatto ambientale del turismo: il 5,1% delle emissioni che vengono prodotte dalle imprese italiane è connesso con la filiera turistica e legato ai trasporti.

Perché la Spagna cresce più dell’Italia?

Un’interessante sezione del Rapporto annuale Istat 2025 è dedicata a una comparazione della situazione economica italiana con quella spagnola: tra il 2022 e il 2025, il PIL spagnolo ha registrato una crescita cumulata del 9,0%, a fronte di un 2,3% in Italia. Migliori nel caso dell’economia spagnola i consumi e le esportazioni (+ 6,8 e +3,6 punti percentuali), una crescita più intensa dei consumi delle famiglie, ma anche un maggiore impulso della spesa pubblica e un maggiore tasso di crescita degli investimenti. Il maggiore dinamismo dei consumi deriverebbe inoltre da un aumento demografico registrato nella fascia tra i 15 e i 64 anni (+4,6% tra il 2022 e il 2025) e dall’espansione della componente degli stranieri regolari (+22,3%; nello stesso periodo, +4,6% in Italia).

Lavoratori italiani: più vecchi, più istruiti ma poco tecnologici

Il capitale umano sta invecchiando, ma aumenta la sua istruzione: la quota di lavoratori istruiti è salita al 26%, la stessa della forza lavoro che ha un titolo di studio di tipo scuole medie. L’età però costituisce un forte freno all’impiego di un’innovazione tecnologica intensiva, considerando che il 42% degli occupati ha almeno 50 anni e l’età media degli occupati è aumentata da 45,6 anni nel 2025, a 49 anni nel 2026, con un incremento di 4,6 anni. Ciò rileva se si considera il complesso rapporto tra capitale umano e innovazione di processi e prodotti. Mentre l’educazione ha sempre un effetto positivo, e un incremento del 10% di laureati in azienda determina un aumento di probabilità a innovare tra il 3,4% e il 3,8%, l’età non ha un impatto lineare.

Fino a 36 anni assistiamo a un effetto positivo nell’introduzione di innovazioni di processi più radicali, fino ai 42 a un effetto positivo nell’introduzione di innovazioni di prodotti più legate all’output e al marketing, mentre oltre quest’età gli effetti positivi in termini di innovazione si ridurrebbero drasticamente. «Questo significa che una forza lavoro giovane è un volano per l’innovazione e per la produttività e il 60% delle imprese è oltre la soglia critica», afferma Menghinello. Ciò si unisce al fatto che la quota di specialisti ICT, le persone che sanno usare l’intelligenza artificiale, in Italia è pari al 4% degli occupati, quindi inferiore al 5,3% della Germania: «Tale percentuale ha un forte impatto, in quanto il capitale umano rimane l’unico fattore che garantisce il dinamismo innovativo quando mancano investimenti sostanziali nelle imprese in intelligenza artificiale, ecosistemi e filiere». Infine, considerando il basso tasso di natalità e di lavoratori sempre più vecchi, i dati parlano di una riduzione di circa 5 milioni di individui tra la popolazione attiva entro il 2050.

Popolazione italiana, tra invecchiamento e denatalità

«La popolazione non ha subito particolari variazioni nel 2025 dal punto di vista del numero, ma il saldo naturale, ossia la differenza tra il numero di nati e il numero di morti, resta negativo»: a riferirlo è la direttrice Istat per le statistiche sociali e il welfare, Cristina Freguja. A compensare il saldo naturale si inserisce una dinamica migratoria positiva di uguale entità: 296mila unità. Le ragioni dietro al calo delle nascite sono una minore propensione alla fecondità, con il minimo storico di 1,14 figli per donna, ma anche una minore consistenza di generazioni in età riproduttiva: una popolazione più vecchia conta meno persone in età fertile. Inoltre, esiste una tendenza a posticipare la genitorialità, che vede l’età media del parto a quasi 33 anni.

Si riduce anche la quota di persone che esprimono l’intenzione di avere un figlio: rispetto al 2003 passa dal 50,7% al 45,3 per cento. Chi dichiara di non avere intenzione di avere figli in futuro, ossia 6.600.000 individui, lo fa per problemi di diverso tipo, tra i quali emergono anche questioni mediche. Aumenta inoltre il numero di persone che, alla fine della vita riproduttiva, cioè dopo i 50 anni, rimane senza figli. È raddoppiato rispetto al 2003, passando dal 12,9% al 22,8%, mentre risultano semplificate le strutture familiari: sono 26,7 milioni le famiglie che contano 2,2 membri. Aumentano inoltre i figli unici, passando dall’11% del 2003 al 16,6% di oggi, così come le famiglie composte da una sola persona, che oggi sono circa un terzo del totale.

Giovani, bambini e tecnologia

Nel 2025, l’uso dell’intelligenza artificiale riguarda solamente il 19,9% delle persone tra i 16 e i 74 anni, collocando l’Italia al penultimo posto della graduatoria europea. Anche tra i giovani di età compresa tra i 16-24 anni, una quota del 47% resta tra le più basse in Europa: 47,2 contro una media di 63,8. L’uso dell’AI è positivamente associato al livello di istruzione: dal 3,6% delle persone con al massimo la licenza media al 32,0% di chi ha un titolo terziario.

Il tempo trascorso sui dispositivi digitali è molto elevato, soprattutto tra i giovani. Tra i bambini di età compresa tra i 3 e i 5 anni, l’utilizzo medio – che include anche i bambini che non li usano – è di circa un’ora al giorno. Andando a considerare solo i bambini che lo usano (il 37,2%) il tempo dedicato alle attività online sale a 2 ore e 49 minuti. Può inoltre assumere forme problematiche, soprattutto tra gli adolescenti con l’uso dei social, provocando un senso di ansia, di agitazione da disconnezione, con interferenze con lo studio. Ad esserne maggiormente colpite sono le ragazze, tra i 15 e i 17 anni: il 15,5% presenta un uso che viene definito problematico, un indicatore sintetico, contro il 7% dei ragazzi.

Famiglie e rischio di povertà

Nel 2025, in Italia, la popolazione a rischio di povertà è pari al 18,6% del totale (11 milioni di individui). Il fenomeno riguarda soprattutto persone che vivono in famiglie monogenitoriali con figli minori (36,3%) ed è più che doppio per chi vive in famiglie con almeno un componente straniero (33,7 contro il 16%). Le spese per l’abitazione rappresentano un onere economico pesante per il 35,9% degli individui e il 22,4% riferisce di arrivare alla fine del mese con difficoltà o grande difficoltà.

Istruzione e mobilità sociale

A livello scolastico, il sistema universitario mostra una dinamica espansiva in termini di numero di iscritti, con una maggiore presenza anche di studenti provenienti da Paesi stranieri, ma i livelli di spesa in rapporto al PIL permangono inferiori a quelli della media europea: 4% contro il 4,8%, con 88,95 miliardi di euro, solo l’8,0% della spesa pubblica totale. Rimane inoltre bassa la quota di laureati: tra i 25 e i 34 è pari al 31,6%, quando in Europa la media è del 44,1 per cento. A livelli di istruzione elevata corrispondono migliori opportunità per il mercato del lavoro e migliori retribuzioni: il tasso di disoccupazione tra persone che hanno la licenza media e i laureati passa dal 56,1% all’85,3 per cento. Questo dato si scontra con i 25 mila laureati tra i 25-34 anni che hanno deciso di espatriare, mentre solo 4.000 di loro sono tornati in Italia, determinando una perdita netta di poco meno di 21 mila giovani altamente istruiti.

Interessante anche notare come iI ritorno occupazionale dell’istruzione sia particolarmente elevato nel Mezzogiorno: essere laureato al Sud ha un rendimento maggiore, nonché un effetto sul divario di impiego tra donne e uomini, che scende a 6,5 punti rispetto ai 20 punti registrati tra uomini e donne non laureati. Esiste però un notevole divario tra le retribuzioni di lavoratori al Sud e al Centro-Nord lavoratori: i lavoratori standard al Nord guadagnano circa 5mila euro in più rispetto a quelli nel Mezzogiorno. Inoltre, a motivare i giovani allo studio universitario rimarrebbe forte il modello dei genitori: figli di laureati sono più inclini a studiare all’università. Di molto ridotto inoltre il tasso di abbandono scolastico, per il quale l’Italia ha già raggiunto l’obiettivo europeo per il 2030 del 9%. Rimane però più alto per i maschi, per chi vive nelle isole e per chi ha genitori con titolo di studio basso. La quota è inoltre 4 volte superiore per i ragazzi che sono cittadini stranieri.

La situazione dell’impiego femminile

A danno delle donne permane una persistente asimmetria nei carichi familiari: continuano infatti a sostenere la quota maggiore del lavoro domestico e di cura. Anche nelle coppie in cui entrambi lavorano, le donne svolgono il 68,9% del lavoro domestico e familiare complessivo. Per quanto si tratti di un valore in calo rispetto al 2003, quando era del 75,4%, rimane ancora molto preoccupante. Inoltre in qualsiasi profilo si trovino, mostrano livelli retribuitivi più bassi rispetto ai colleghi: la mediana è di oltre 2 mila euro inferiore (29,2 contro 26,9 mila euro). L’occupazione femminile rimane inoltre concentrata in sole 17 professioni, mentre la metà di quella maschile è concentrata in 43.

Gli italiani, tasso di soddisfazione e fiducia nel futuro

La soddisfazione per la vita nel suo complesso degli italiani si aggira intorno al 47,6% registrato nel 2025, contro il 35,1% del 2015. I valori più elevati di soddisfazione si osservano tra i laureati, con un 52,3%, contro il 47,2% dei diplomati e il 45,8% di chi ha la licenza media. Chi ha titoli di studio più elevati mostra livelli maggiori di fiducia internazionale verso le istituzioni e dimostra una partecipazione più attiva e intensa alle attività associative, alla politica e alle reti di aiuto informale, anche se la partecipazione politica in Italia è diminuita di ben 12 punti percentuali tra i giovani con almeno 25 anni. Un capitale educativo più elevato favorisce inoltre la diffusione di valori di uguaglianza, con maggiore importanza ai diritti, alla parità, al rispetto della diversità, creando maggiore coesione sociale.

Cresce però l’apprensione nei confronti della “povertà di tempo”: nel 2023, il 49,2% dei cittadini dai 15 anni in su ha sperimentato la sensazione di sentirsi in affanno per mancanza di tempo. Maggiore l’incidenza tra le donne, in particolare tra le madri occupate: il 26,4% si dichiara sempre in affanno contro il 19,5% delle occupate senza figli coabitanti.

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