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L’errore umano che ha portato alla morte dei 5 sub italiani alle Maldive

22 Maggio 2026 - 05:04 Alessandro D’Amato
MALDIVE SUB ITALIANI MORTI ERRORE UMANO
MALDIVE SUB ITALIANI MORTI ERRORE UMANO
La ricostruzione della strage: l'entrata nella caverna, il corridoio, la seconda grotta. L'assenza del Filo d'Arianna e le bombole sbagliate. Fino all'illusione ottica all'uscita
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«Cosa è successo ai sub italiani alle Maldive? Presto per dirlo, ma in questi casi spesso conta l’errore umano». Jenni Westerlund, 38 anni, fa parte del team finlandese che ha recuperato i corpi di Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Federico Gualtieri e Muriel Oddenino dalla grotta di Dhekunu Kandu vicino ad Aliathà, sull’atollo di Vaavu. «Si sono persi ed è stato fatale. Purtroppo, nella storia dell’esplorazione subacquea di casi simili ce ne sono tanti», spiega Laura Marroni, Ceo di DAN Europe. La ricostruzione delle ultime ore punta sulla mancanza dell’attrezzatura adatta all’immersione nelle grotte. E sul dosso che forse ha impedito la visibilità dell’uscita.

Cosa è successo ai sub italiani alle Maldive

I cinque sono entrati volontariamente nella caverna e da lì all’altra grotta. L’ingresso è grande. Non sono stati risucchiati dalle correnti come si era ipotizzato all’inizio. Perché, ha riferito il soccorritore Sami Paakkarinen, «c’è una corrente di marea ma è leggerissima, impossibile che li abbia risucchiati all’interno». Hanno percorso la prima camera e il corridoio di 30 metri che finisce nella seconda camera. Avevano circa dieci minuti di autonomia, dovevano esserne passati almeno la metà. Al momento di tornare indietro la via d’uscita non era più ben visibile. Perché la sabbia forma un dosso in quel punto. Alla sinistra della via d’uscita c’è un altro cunicolo che sembra aperto. Invece è chiuso. Lì sono stati trovati i corpi di quattro sub.

L’aria finita e il Filo d’Arianna

Nessuna aveva ferite visibili. Sono morti per la fine dell’aria. Il capobarca Gianluca Benedetti è stato invece trovato, giovedì, alla fine del corridoio verso la prima camera. È poi ancora inspiegabile che non avessero il Filo d’Arianna, che avrebbe potuto riportarli all’ingresso. Infine: a bordo della Duke of York, conferma Orietta Stella, legale della società Albatros Top Boat che gestiva la barca, c’erano solo bombole ad aria per immersioni ricreative, da 11 o 13 litri. Non quelle di Trimix, i gas per immersioni ad oltre 60 metri. «Ci hanno sicuramente messo qualche minuto a scendere fino alla grotta, perché l’ingresso è a 50-55 metri», conclude Marroni. «Si sono persi ed è stato fatale. Purtroppo, nella storia dell’esplorazione subacquea di casi simili ce ne sono tanti».

I permessi

Nella lista dei permessi per ricerche scientifiche fino a 50 metri di profondità non risultano i nomi di Sommacal e Benedetti. L’Università di Genova ha affermato che quel tipo di immersione e la penetrazione in quella grotta non era previsto dal piano di ricerca. L’avvocato Stella sostiene che «nessuno dei cinque sub aveva brevetti specifici per la penetrazione in grotta». «Ci sono cunicoli angusti in cui ci si muove a malapena, e poi all’improvviso si apre un’area più ampia. In generale, c’è sempre abbastanza spazio per far passare un subacqueo», conferma Westerlund in un’intervista al Messaggero. «Avevamo solo qualche schizzo, dei disegni molto approssimativi. Non erano accurati», aggiunge.

L’errore umano

E conclude: «È ancora presto per trarre conclusioni, per dire cosa sia andato storto durante l’immersione dei cinque sub italiani. Le indagini sono ancora in corso, ma negli incidenti di immersione in grotta la causa principale, più comune, è l‘errore umano». Westerlund e il resto del team non riceveranno alcun compenso per questa missione: «Ci hanno chiesto di aiutare, e noi sapevamo di avere le competenze per farlo in modo sicuro, riducendo al minimo i rischi. Non c’era altro da valutare. Non ci potevamo tirare indietro».

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