«Se mi rifiuti, ti faccio bloccare l’account». Cos’è la rejection revenge, la ritorsione social dei maschi adolescenti rifiutati da una ragazza

Il corteggiamento tra gli under 20 ha ormai un perimetro ben definito, che coincide quasi sempre con i messaggi privati di Instagram o le chat di TikTok. È qui che nascono i primi contatti, ed è qui che un approccio insistente può trasformarsi in qualcosa di decisamente più fastidioso, se non tossico. Quando i messaggi diventano pressanti, le richieste di attenzione si fanno pretenziose e il desiderio di un incontro dal vivo si scontra con il disinteresse della ragazza, la dinamica si interrompe. Lei dice chiaramente di no, e di fronte all’insistenza ricorre all’unica arma di difesa immediata a sua disposizione: silenziare il profilo del ragazzo o bloccarlo definitivamente. Ed è a questo punto che spesso scatta la ritorsione digitale.
Cos’è la rejection revenge
Questa nuova frontiera del cyberbullismo ha un nome preciso: rejection revenge, una vendetta da rifiuto che si consuma attraverso il cosiddetto report bombing. Non potendo più colpire direttamente la ragazza che lo ha respinto, il giovane decide di cancellare la sua identità virtuale. Per farlo, non agisce quasi mai da solo. Il ragazzo crea nuovi profili falsi per moltiplicare le forze e, molto spesso, chiede manforte al proprio gruppo di amici. Insieme, segnalano il profilo della vittima, fino a che questo non viene chiuso o temporaneamente sospeso in attesa delle verifiche. L’obiettivo è quello di ingannare l’intelligenza artificiale che gestisce la sicurezza della piattaforma per spingerla a bloccare definitivamente l’account della ragazza.
Come il report bombing inganna l’algoritmo
Il meccanismo sfrutta un punto debole strutturale e arcinoto dei grandi social network, ovvero la moderazione automatizzata dei contenuti. Per gestire miliardi di utenti, aziende come Meta o ByteDance si affidano ad algoritmi programmati per reagire istantaneamente ai picchi di anomalie. Quando i ragazzi organizzano il report bombing, scelgono accuratamente le accuse più gravi previste dai regolamenti aziendali. Si va dall’incitamento all’odio al cyberbullismo, fino all’istigazione all’autolesionismo o alla violazione dei limiti di età, sostenendo in modo pretestuoso che la proprietaria del profilo sia minorenne sotto la soglia consentita dalla piattaforma.
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La sospensione cautelare
Davanti a una raffica improvvisa e coordinata di segnalazioni di questa portata su un singolo account, l’algoritmo non aspetta la verifica di un operatore umano. Per motivi di sicurezza e di tutela legale, il sistema applica immediatamente una sospensione cautelare, che di solito congela il profilo per trenta giorni in attesa di un controllo approfondito. In questo modo, la trappola digitale scatta in automatico, trasformando le regole nate per proteggere gli utenti in uno strumento di ritorsione.
Come si fa a riottenere il proprio account dopo il blocco
In questo modo, una ragazza che non ha commesso alcuna infrazione, se non quella di aver esercitato il diritto di dire di no a un corteggiamento sgradito, si ritrova improvvisamente tagliata fuori dalla propria rete sociale e privata dei propri ricordi e delle proprie relazioni digitali. A quel punto, l’onere della prova si inverte paradossalmente a svantaggio della vittima, che deve dimostrare l’infondatezza delle accuse.
Per riavere accesso al proprio account, la ragazza deve avviare una procedura di ricorso lunga e farraginosa. Questo iter è spesso gestito a sua volta da sistemi automatizzati e richiede l’invio di documenti d’identità per confermare i dati personali, sperando che prima o poi una persona in carne e ossa prenda in mano la pratica. Si tratta di un percorso frustrante che richiede molto tempo e che, purtroppo, non sempre si conclude con un esito positivo, lasciando la vittima definitivamente penalizzata.

