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Di Maio torna alla Camera da rappresentante Ue nel Golfo e incassa gli elogi bipartisan. E lui loda Giorgia Meloni

29 Luglio 2026 - 18:28 Luca Graziani
luigi di maio
luigi di maio
La nuova vita dell’ex M5s, ora apprezzato soprattutto dal centrodestra (e dal Pd). Il mandato europeo fino al 2027, le distanze dal suo vecchio partito e l'intesa con la premier sul rapporto con l’Arabia Saudita
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«Ci stiamo dando del tu perché ce lo siamo sempre dati». Basta una frase, rivolta al presidente della commissione Esteri Giulio Tremonti, per ricordare che Luigi Di Maio alla Camera non è esattamente un audito qualunque. A Montecitorio è entrato per la prima volta nel 2013, a 26 anni, diventandone vicepresidente. Poi è stato capo politico del Movimento 5 Stelle, vicepremier, ministro dello Sviluppo economico e ministro degli Esteri. Torna davanti ai deputati con un titolo diverso ma non meno altisonante: rappresentante speciale dell’Unione europea per la regione del Golfo.

Niente schermaglie né nostalgie per il passato. Per tutta l’audizione Di Maio è chiamato a parlare di Iran, Arabia Saudita, petroliere, droni, corridoi ferroviari e sicurezza marittima. Snocciola sigle come Gcc, Jcpoa e Gcap con la naturalezza di chi a Bruxelles, Riad, Doha e Abu Dhabi ormai è di casa.

Di Maio ora convince tutti

A colpire, prima ancora della relazione, è l’accoglienza che gli viene riservata. Nel 2023 la sua nomina europea fu accompagnata da polemiche soprattutto nel centrodestra. Antonio Tajani chiarì che si trattava di «una scelta legittima di Borrell», ma che non era «il candidato del governo italiano». Una scelta «negativa» e «non avallata né sostenuta in alcun modo», secondo la delegazione di FdI all’Europarlamento. Ancora più dura la Lega: «Quella di Bruxelles è un’indicazione vergognosa, un insulto all’Italia e a migliaia di diplomatici in gamba».

Tre anni dopo il clima generale è decisamente cambiato. Il deputato di Forza Italia Andrea Orsini si congratula per il modo in cui Di Maio sta svolgendo «questo difficilissimo mandato»: «Lei lo sta affrontando con sobrietà ed efficacia», gli dice. Dal Pd Enzo Amendola continua a chiamarlo «ministro Di Maio» e definisce il suo lavoro «utile e fondamentale», oltre che «qualcosa da valorizzare» per l’Italia. Benedetto Della Vedova gli fa i «complimenti» e gli augura «in bocca al lupo», mentre Lia Quartapelle lo ringrazia per «un’audizione davvero ricca per tutti noi di spunti e di materiale di lavoro». Insomma, solo elogi per l’ex grillino reinventatosi diplomatico. Di Maio ascolta, ringrazia, incassa complimenti: «Io non sono in grado di dire se ho raggiunto la missione oppure no», risponde quando gli si chiede di tracciare un bilancio. «Lo decideranno le persone e soprattutto gli Stati membri che mi incaricano su proposta dell’Alto rappresentante».

Il nuovo ruolo

L’ex vicepremier è stato il primo rappresentante speciale dell’Unione europea nominato specificamente per il Golfo. Nel ruolo è stato confermato fino a febbraio 2027. Il suo compito è fare da ponte politico tra Bruxelles e i sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman. «Quando ho assunto questo incarico, il punto focale dei rapporti erano le relazioni economiche e commerciali con un’ottica di medio e lungo termine», racconta.

In questo quadro l’Unione europea ha avviato i negoziati per un accordo di libero scambio con gli Emirati e posto le premesse per rilanciare quello con l’insieme dei sei Paesi. Nel maggio 2024 è stata aperta a Riad la prima Camera di commercio europea della regione. «Stavamo lavorando e continueremo a lavorarci per la seconda, per sostenere le imprese europee in Bahrain», spiega. Pochi giorni fa è stata inoltre annunciata l’apertura di una nuova ambasciata dell’Ue a Mascate, in Oman: «Questo fa sì che, su sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, l’Unione europea abbia cinque ambasciate».

«L’Iran ha commesso un errore strategico»

Nel frattempo, però, gran parte dell’attività è stata assorbita dalla guerra tra Stati Uniti e Iran. E la parte centrale dell’audizione non può che riguardare la ripresa delle ostilità dopo il memorandum di giugno che prevedeva la fine degli attacchi, la riapertura dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni e una finestra negoziale di 60 giorni sul programma nucleare iraniano. L’intesa, ricorda Di Maio, è stata il risultato di «un’intensa opera di mediazione, prima del Pakistan e con il successivo e direi decisivo intervento del Qatar». Ma dopo gli attacchi iraniani dell’8 luglio contro due petroliere, gli Stati Uniti hanno ripreso le operazioni militari.

Da allora i Paesi del Golfo sono stati coinvolti «non come belligeranti, ma come bersagli». Teheran ha colpito installazioni militari americane in Kuwait, Bahrain e Giordania e infrastrutture civili come gli impianti di desalinizzazione kuwaitiani. «È lo sviluppo più rilevante e carico di conseguenze di questo conflitto», sostiene Di Maio. Il risultato è che ormai nei negoziati «si parla più di Hormuz che del nucleare». «La sua riapertura è vitale per l’economia del Golfo», avverte, non soltanto per le materie prime energetiche, ma anche per prodotti strategici come elio e fertilizzanti.

L’Oman si sta facendo carico di elaborare una proposta sulla gestione dello Stretto. E proprio l’attacco contro Mascate, storicamente disponibile al dialogo con Teheran e impegnata nella mediazione, rappresenta per l’ex ministro un grave passo falso iraniano. «Io non so se alla fine di questa guerra l’Iran avrà vinto o perso contro gli Stati Uniti», dice, «ma sicuramente l’errore strategico nei confronti dei vicini è chiaro». «Anche Paesi che erano storicamente amici dell’Iran, in questo momento, si trovano sotto attacco delle milizie iraniane o dell’Iran di per sé», osserva. Una scelta che rischia di ricompattare contro Teheran anche quelle monarchie che avevano cercato di mantenere aperti i canali diplomatici.

L’Unione Europea sul nucleare e il rapporto con gli Usa

Poi arriva il punto più delicato, quello dell’eventuale bomba atomica iraniana, sul quale la posizione europea coincide solo in parte con quella americana: «Sia noi sia gli Stati Uniti non vogliamo un Iran con la bomba atomica», chiarisce Di Maio. La differenza sta nel metodo: «Come europei crediamo che l’unica soluzione sia un accordo diplomatico e non un’azione militare. Questa è la linea che abbiamo portato avanti». Il rapporto con Washington presenta però anche un altro punto di frizione. Gli Stati Uniti spingono affinché le monarchie del Golfo normalizzino i rapporti diplomatici con Israele. Ma, avverte Di Maio, «in assenza di una soluzione alla questione palestinese, la normalizzazione con Israele comporta un costo politico da valutare» per diversi Paesi, «a partire dall’Arabia Saudita».

Le distanze dal M5s

Le posizioni espresse nel nuovo ruolo certificano anche la distanza ormai incolmabile dal suo vecchio partito. Se la risoluzione sulle missioni internazionali presentata in Aula proprio ieri, 28 luglio, dal Movimento 5 Stelle denunciava una «pericolosa quanto concreta svolta militarista» dell’Unione europea, Di Maio oggi sostiene che l’Europa debba rafforzare il proprio ruolo anche sul terreno della sicurezza. Atalanta e Aspides, afferma, «se opportunamente supportate da un contributo di capacità da parte degli Stati membri», possono consolidarne il profilo «anche come produttore di sicurezza».

Il riconoscimento a Meloni

Il nuovo Di Maio non risparmia apprezzamenti al governo. Parlando dei rapporti con l’Arabia Saudita, definisce «molto interessante» la scelta compiuta da Giorgia Meloni durante la sua visita a Riad: aprire alla possibile partecipazione saudita al Gcap, il programma di Italia, Regno Unito e Giappone per realizzare un sistema di combattimento aereo di sesta generazione. «Adesso non sappiamo come andrà, perché quello è un consorzio in cui decidono anche gli altri», precisa. Ma l’impostazione, secondo Di Maio, è quella giusta: non considerare più i Paesi del Golfo soltanto come clienti ai quali vendere armamenti, bensì come partner con cui sviluppare insieme nuove tecnologie.

Il vecchio modello, sintetizza, era: «Noi produciamo e vendiamo, loro comprano». L’idea di «sviluppare insieme», invece, può rappresentare «una grande opportunità», anche perché Arabia Saudita, Emirati e Qatar puntano a costruire competenze proprie nei settori tecnologici e della difesa. L’ex ministro promuove anche l’impegno italiano nella sicurezza marittima, ricordando che la Marina è protagonista delle due missioni europee. «Sono personalmente felice di constatare che l’Italia sta dando un grande e apprezzato contributo», sottolinea.

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