Ultime notizie CarovitaDelitto di GarlascoNazionale italianaScuolaUcrainaVladimir Putin
POLITICACamera dei deputatiCentrodestraCentrosinistraFdILegge elettoralePD

Sagre, eventi e rivalità coi consiglieri regionali. I piani dei deputati in vista della nuova legge elettorale (con le preferenze)

30 Settembre 2026 - 20:44 Luca Graziani
legge elettorale
legge elettorale
La nuova legge elettorale torna in Aula alla Camera, domani il primo voto sulle pregiudiziali. Con il capolista bloccato e le preferenze dal secondo eletto, cresce la competizione nei collegi
Google Preferred Site

Sagre, feste di paese, inaugurazioni, circoli, associazioni. E soprattutto tanti chilometri in più tra Roma e il collegio. Se la nuova legge elettorale arriverà al traguardo, per una parte dei parlamentari, nello specifico le seconde e terze file dei partiti più grandi, la prossima corsa alle politiche potrebbe essere molto diversa dalle ultime. Non basterà conquistarsi un buon posto in lista: dietro il capolista bloccato, deputati e aspiranti tali dovranno contendersi direttamente le preferenze degli elettori. E tra gli avversari più temuti potrebbero esserci proprio i compagni di partito, abituati da anni a raccoglierle: consiglieri regionali, comunali e amministratori locali.

La riforma infatti è tornata alla Camera per l’ultimo miglio. Domani, 1 ottobre, dalle 12, si partirà con le questioni pregiudiziali delle opposizioni. Dettaglio: il voto potrà svolgersi a scrutinio segreto se richiesto. Da qui l’apprensione. Nessun incidente? «Lo scopriremo domani», taglia corto scaramanticamente Angelo Rossi, relatore e sherpa di FdI per la riforma. Il calendario infatti non risparmia incognite: sono previsti per la prossima settimana tre voti di fiducia oltre al voto finale, anch’esso segreto, tra il 7 e l’8 ottobre. 

Il ritorno delle preferenze

Il ritorno delle preferenze, dopo un lungo lavoro di mediazione nel centrodestra, è una delle modifiche più importanti apportate a Palazzo Madama. Nei collegi plurinominali le liste saranno composte da sette candidati, compreso il capolista. Quest’ultimo resta bloccato: l’elettore può invece esprimere fino a tre preferenze per gli altri nomi della lista, rispettando il vincolo di genere. Nell’assegnazione dei seggi si parte dal capolista e, per quelli successivi, dalla graduatoria determinata dai voti individuali. Tradotto: se una lista conquista un solo seggio nel collegio, entra il capolista. La competizione a colpi di preferenze diventa decisiva dal secondo posto in poi e investe, dunque, in particolare i partiti con le percentuali maggiori: FdI e Pd.

Una rivoluzione anche per i dem 

Proprio questa dinamica, secondo i deputati dem, paradossalmente ridimensiona la portata del ‘rischio’. «Sul territorio noi ci siamo già. Il problema si porrebbe, al limite, se fosse una legge elettorale che preveda davvero le preferenze», dice Andrea Casu del Pd. «Queste sono farlocche», gli fa eco Stefano Graziano.

E poi «la spola la facciamo comunque», sottolinea Arturo Scotto, «un tema di funzionamento del parlamento se vogliamo c’è già», con le commissioni ‘svuotate’ dal taglio degli onorevoli. Per come è costruito il meccanismo introdotto dalla riforma «le preferenze interessano solo i due partiti più grandi, ma in minima parte. Forse neanche i Cinque stelle», si ragiona alla bouvette di Montecitorio, ipotizzando la quota di voti che, a seconda del collegio e della distribuzione dei seggi, potrebbe servire per portare a casa anche il secondo eletto.

Per chi si troverà a contendersi quel posto però, inevitabilmente la partita cambierà. E non a vantaggio del parlamentare uscente. Un consigliere regionale eletto con migliaia di preferenze, un sindaco o un amministratore radicato da anni possono partire con una rete di consenso personale che chi ha trascorso gran parte della legislatura tra Aula e commissioni, dovrà tentare in poco tempo di recuperare. Soprattutto se l’ipotesi di un voto anticipato ad aprile dovesse concretizzarsi. 

«Si dovrà aumentare il contatto con il territorio»

In Fratelli d’Italia, a taccuini chiusi, non si nega il problema. Ma c’è chi ribalta la questione: «Evidentemente dovremo aumentare il contatto con il territorio. Ma tanto per chi lo fa già non cambia nulla», sottolinea Rossi. «Non può essere certo una nota negativa delle preferenze che i deputati dovranno stare di più sul territorio. Io che vengo da un paese dico che è bello che i deputati partecipino. È evidente che, se vogliamo una politica più vicina», la maggiore presenza degli eletti non può diventare un argomento contro la riforma. 

E a chi sostiene che le preferenze non siano vere risponde di chiedere ai colleghi dem, «che non hanno presentato nessun emendamento» alla Camera. Questa legge elettorale «è comunque un passo in avanti rispetto al legame e al contatto con il territorio. Credo ci sia un giusto equilibrio. Non esiste la legge elettorale perfetta», sottolinea, «ma quella che si può approvare». 

La sfida con i professionisti delle preferenze

Anche dal partito si ridimensiona il problema. «Alla fine ce l’avranno in pochi», perché anche i cosiddetti peones, è il ragionamento, «sono riferimenti di gruppi sui territori che hanno i voti, che magari già esprimono consiglieri regionali eletti con le preferenze». La paura c’è insomma, ma sarebbe per lo più «psicologica». «Certo, è evidente che si hanno meno certezze di prima», ammette qualcuno a mezza bocca. Anche perché le figure che i partiti vorranno mettere al riparo dalla competizione, occuperanno buona parte delle caselle bloccate: «Per i ministri e profili tecnici ci dovrà essere posto come capilista», è il ragionamento. 

Se in queste settimane si nota già un certo movimento nei collegi, dal partito della premier, più che alle preferenze, suggeriscono invece di attribuirlo alla campagna elettorale ormai alle porte. Con un clima da fine legislatura che si fa sempre più insistente, dopo la festa di inizio settembre a Bari per il record di longevità del governo, assicurano, «ci sarà un autunno militante».

I capilista bloccati e le scelte dei leader

Oltre alle preferenze, che come noto tra gli alleati di Giorgia Meloni sollevano più di qualche perplessità, «il tema vero è piuttosto un altro», ironizza un forzista. Il punto sarà capire «chi saranno i segretari», tra Matteo Salvini alle prese con un nuovo congresso e Antonio Tajani insidiato dalla minoranza azzurra, cioè chi guiderà i partiti quando arriverà il momento di scegliere i candidati. Insomma chi «farà le liste».

leggi anche