Le ultime trappole di Vannacci sulla legge elettorale: preferenze, firme e regole di genere per stanare FdI
Il testo della legge elettorale ormai non si tocca, blindato dai tre voti di fiducia posti dal governo. Ma prima del voto finale a scrutinio segreto di domani, per Roberto Vannacci resta ancora un’ultima occasione per mettere alla prova la maggioranza. Nel pomeriggio di oggi, 7 ottobre, la Camera inizierà a votare i 41 ordini del giorno presentati alla riforma. Non sono emendamenti e, sia chiaro, non possono riscrivere il testo: sono atti di indirizzo al governo. Ma tra i cinque depositati dai deputati di Futuro Nazionale ce ne sono almeno tre che mettono alle strette il centrodestra: dalle preferenze alle regole di genere per la composizione delle liste, sono i nodi che negli ultimi mesi hanno reso accidentato il cammino della riforma.
Le preferenze pure e il precedente di luglio
Il primo, e più insidioso per Fratelli d’Italia, è quello sulle preferenze. I vannacciani chiedono di superare l’eccezione prevista dalla legge per i capilista, che resterebbero bloccati e verrebbero eletti prima dei candidati sottoposti al voto di preferenza. L’Odg a prima firma Attilio Pierro impegna invece il governo ad adottare iniziative per consentire «l’espressione diretta dei voti di preferenza estesa a tutti i candidati della lista, compresi i capilista».
Il precedente a cui guarda il partito dell’ex generale è lo scontro andato in scena alla Camera il 15 luglio. Allora l’emendamento di Edoardo Ziello sulle preferenze fu bocciato a scrutinio segreto con 233 no e 139 sì, ma Fratelli d’Italia diede indicazione ai suoi deputati di votare a favore, con Lega e Forza Italia schierati contro. Ed è qui che torna la trappola: se un sì di FdI indebolirebbe politicamente l’accordo sulle preferenze che per la maggioranza è ormai chiuso, un no consentirebbe ai vannacciani di accusare il partito di Giorgia Meloni di aver cambiato posizione in meno di tre mesi. Da quanto si apprende, l’orientamento, al momento, sarebbe comunque di un parere contrario di relatori e governo.
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A ingarbugliare ulteriormente la matassa per FdI c’è poi anche un ordine del giorno del Movimento 5 Stelle, a prima firma Daniela Morfino, che sul punto arriva sostanzialmente alla stessa conclusione di Futuro Nazionale. Chiede di rendere «il sistema delle preferenze effettivo per tutti i candidati» e di non prevedere «capilista bloccati né altre forme di predeterminazione degli eletti».
La stretta sulle firme, che colpirebbe anche Futuro Nazionale
La seconda insidia della giornata riguarda le firme necessarie per presentarsi alle elezioni. Il testo modificato al Senato ha portato il regime ordinario dalle attuali 1.500-2.000 a 6.000-7.000 sottoscrizioni per collegio, mantenendo però regimi più favorevoli per le forze già organizzate in Parlamento: esenzione totale in alcuni casi e soglia ridotta di 1.500-2.000 firme per partiti o gruppi costituiti in gruppo parlamentare o in componente politica di un gruppo in almeno una Camera. Proprio questo regime ridotto consentirebbe oggi a Futuro Nazionale, componente del Misto autorizzata alla Camera il 27 maggio scorso, di raccogliere molte meno firme rispetto a una forza completamente extraparlamentare.
Eppure, è la sfida dei vannacciani, si chiede di cancellare anche questo vantaggio. L’Odg firmato da Domenico Furgiuele e dagli altri deputati di FN vuole che «l’esenzione dalla raccolta delle sottoscrizioni, al pari di ogni riduzione del numero di firme richiesto» sia riservata ai soli gruppi parlamentari costituiti all’avvio della legislatura con i requisiti numerici ordinari, «escludendo senza eccezioni i gruppi di nuova formazione costituiti nel corso della legislatura o autorizzati in deroga».
La motivazione è scritta nell’ordine del giorno: l’esenzione dovrebbe essere «un riconoscimento da meritare nelle urne», mentre concedere vantaggi a gruppi sorti in Parlamento durante la legislatura rischierebbe di trasformare «tatticismi e convenienze di Palazzo» in rendite elettorali. Già in passato, va ricordato, FN aveva tentato di restringere le deroghe sulle firme.
Se tradotta alla lettera in una nuova norma, la stretta colpirebbe innanzitutto Futuro Nazionale, che perderebbe la fascia ridotta delle 1.500-2.000 firme. Ma investirebbe anche +Europa, che alla Camera è una componente del Misto, e potrebbe mettere in discussione anche il trattamento di gruppi nati all’inizio della legislatura grazie a un’autorizzazione in deroga ai normali requisiti numerici, come Alleanza Verdi e Sinistra e Noi Moderati.
I malumori delle deputate e la sfida sulle quote di genere
Il terzo fronte è quello della rappresentanza di genere. Qui Futuro Nazionale va in direzione opposta rispetto alle altre opposizioni: chiede di cancellare l’obbligo di alternare uomini e donne nell’ordine della lista e di sostituirlo con un tetto più flessibile, non superiore al 65% per ciascun genere, lasciando ai partiti «la libera determinazione» della sequenza dei candidati. Nell’Odg si sostiene che «l’eliminazione dell’ordine alternato vincolante restituisce ai partiti la facoltà di stabilire l’ordine di presentazione dei candidati».
Dall’altra parte, il M5S prova a stringere ancora di più le maglie. L’Odg a prima firma L’Abbate chiede che nessuno dei due generi possa superare il 50% dei capilista di ciascuna lista. Il tema è più che mai delicato perché la prima versione della legge approvata dalla Camera prevedeva almeno un tetto del 60% per il genere più rappresentato tra i capilista, norma poi cancellata durante l’esame al Senato tra i mugugni delle deputate di centrodestra.

