Legge elettorale, Meloni annuncia la fiducia ma resta il caso dell’alternanza di genere. I timori tra le deputate della maggioranza

La fiducia per mettere al riparo il nuovo passaggio parlamentare, il terzo, alla Camera nelle prossime settimane, che però non cancella la possibilità di un eventuale voto finale a scrutinio segreto. Giorgia Meloni ha deciso di legare il governo alla nuova legge elettorale nei giorni in cui, alla Camera, torna a muoversi il fronte delle deputate che da luglio contesta le norme sulla rappresentanza femminile.
«Quando l’emendamento non passò alla Camera ho sentito dire che il governo non aveva la fiducia delle Camere. È un fatto di chiarezza mettere la fiducia su una legge che ha le preferenze al suo interno», ha spiegato oggi la premier dopo il Consiglio dei Ministri. E alla domanda se un’eventuale bocciatura comporterebbe le sue dimissioni, ha risposto: «Le due cose sono collegate».
Meloni blinda il testo con la fiducia
La questione di fiducia si vota per appello nominale. Ma non esclude necessariamente nuove sorprese, anche se le rende politicamente molto più difficili, soprattutto dopo che Meloni ha collegato l’esito della riforma alla tenuta del governo. Il Regolamento di Montecitorio consente infatti, sulle leggi elettorali, di chiedere lo scrutinio segreto anche per il voto finale. È su quel passaggio che le opposizioni guardano ora alle parlamentari della maggioranza.
Ti potrebbe interessare
- Legge elettorale, Meloni: Fiducia su testo con le preferenze è un fatto di chiarezza – Il video
- La rabbia dei renziani per l’asse Conte-Onorato e la guerra per il centro del Campo largo: «Un nuovo M5s in piccolo per danneggiarci»
- Come funziona la nuova legge elettorale (in attesa di conferma): tutto quello che c’è da sapere e le novità sullo Stabilicum o Melonellum
Elly Schlein dalle colonne di Repubblica ha già lanciato l’appello: «Ribellatevi». Secondo la segretaria del Pd, «non è prevista per i capilista» una garanzia di genere e «in teoria potranno essere tutti uomini». «Faremo muro», ha annunciato in vista del ritorno del testo a Montecitorio.
Il nodo del 60-40 sui capilista
Per capire dove nasce il problema bisogna guardare a quello che è cambiato al Senato. Palazzo Madama ha introdotto fino a tre preferenze per i candidati che non sono capilista e ha previsto che, all’interno di ciascuna lista di sette nomi, anche il capolista sia inserito in un ordine alternato di genere. Ma contemporaneamente è stata soppressa la norma che imponeva, sull’insieme dei capilista, che nessuno dei due generi potesse superare il 60%. L’alternanza dentro la singola lista, dunque, rimane; non c’è più invece il vincolo che obbligava i partiti a distribuire i capilista secondo il rapporto 60-40.
Ed è qui che si concentra la nuova battaglia. «Se hanno tolto il 60-40 sui capilista vogliono penalizzare le donne», dice a Open Simona Bonafè, capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali. Il rapporto rimane invece sulle liste circoscrizionali che assegnano il premio di governabilità: sui 70 candidati alla Camera e sui 35 al Senato il genere meno rappresentato deve quindi avere almeno 28 e 14 candidature. Ma, osserva Bonafè, quella garanzia riguarda i listini destinati ai 105 seggi premiali, mentre viene meno proprio sui capilista delle liste territoriali.
E sull’annuncio della fiducia la dem non ha dubbi: «Se la mettono vuol dire che hanno paura». Il riferimento è al precedente del 14 luglio, quando alla Camera la maggioranza andò sotto per un solo voto sull’emendamento che avrebbe introdotto le preferenze. Il voto segreto lascia tuttora il dubbio su chi, dentro il centrodestra, si sia sfilato. Ma proprio allora era emerso un fronte trasversale di parlamentari, da Elena Bonetti a Silvana Comaroli, Isabella De Monte, Chiara Gribaudo e Luana Zanella, contrario alle preferenze nella forma allora proposta, che, denunciavano, avrebbero penalizzato la rappresentanza femminile.
I malumori tra le deputate della maggioranza
Due mesi dopo, i dubbi non sembrano completamente scomparsi neppure dentro la maggioranza. Una deputata azzurra esprime ad Open i propri dubbi, sottolineando come la modifica approvata dal Senato lasci aperto il problema: «Togliere il 40-60 non è il massimo, non è quello che si intende come una quota di genere. Questo è un tema che resta sul tavolo». Se può nascere un nuovo documento bipartisan? «Vediamo». Ma l’azzurra invita anche a non immaginare un nuovo agguato parlamentare: «Una terza lettura è una cosa diversa, anche politicamente ha un significato diverso. Non penso che ci saranno incidenti», sottolinea.
Dentro Fratelli d’Italia la linea resta quella di portare fino in fondo la riforma. Ma che la questione venga discussa anche tra le parlamentari del partito lo spiega bene un aneddoto di Luana Zanella. La capogruppo di Avs alla Camera ci racconta la battuta che le avrebbe rivolto una deputata di FdI parlando proprio degli effetti della nuova legge: «Voi di Avs eleggete i capilista, poi sei del Nord: non devi preoccuparti». Insomma, il dibattito anche tra le deputate della fiamma c’è eccome.
Il fronte delle donne torna a muoversi
Intanto il fronte delle onorevoli si prepara, almeno in parte, a tornare allo scoperto. Già la prossima settimana dovrebbe esserci una nuova iniziativa, come quella bipartisan di luglio, di certo tra le deputate di opposizione. Da Azione ad Avs. L’obiettivo, spiegano, sarà riportare al centro proprio le garanzie sui capilista, ora che il testo è tornato alla Camera.
I tempi, del resto, sono strettissimi. La riforma è stata incardinata oggi in commissione Affari costituzionali: gli emendamenti dovranno essere presentati entro il 22 settembre e il mandato ai relatori è previsto entro il 27. L’approdo in Aula era stato fissato per il 28 settembre, ma la capogruppo di oggi ha deciso di farlo slittare di un giorno per l’ingorgo dei lavori parlamentari.
Tajani: «Non ci saranno problemi»
Nel centrodestra, almeno pubblicamente, nessuno contempla una battuta d’arresto. Antonio Tajani a margine del question time ha definito «un periodo ipotetico dell’irrealtà» l’eventualità che la legge non venga approvata: «Non ci saranno problemi». Anche Stefania Craxi, che nelle scorse settimane sulla legge elettorale nutriva più di qualche dubbio, considera il percorso politico ormai «sostanzialmente compiuto»: per quanto la riguarda, la riforma è «già legge». Ma, nonostante la fiducia, l’ultima parola potrebbe tornare ancora una volta al segreto dell’urna.

