La gaffe di Trump: sventola l’accordo segreto con il Messico davanti alle telecamere e lo zoom non perdona

L’accordo è segreto, ma i fotografi sono riusciti a rivelare alcuni dettagli del documento

Una gaffe? Mentre i sondaggi rivelano un allarme rosso per Donald Trump (se in America si votasse questa settimana perderebbe non solo con Joe Biden, avanti di 13 punti, ma con diversi candidati democratici), il presidente Usa rivela – per sbaglio? – i dettagli dell’accordo con il Messico con l’immigrazione.

Casa Bianca. Donald Trump è in partenza per un viaggio nell’Iowa, per partecipare a un evento sulle energie rinnovabili organizzato dai Repubblicani. Esterno giorno, rumore di elicottero sullo sfondo. «Ecco l’accordo», esordisce il presidente davanti a telecamere e fotografi. Tira fuori dalla giacca un foglio.

Il documento nelle mani di Trump durante la conferenza stampa
Il documento nelle mani di Trump durante la conferenza stampa

«Ecco l’accordo che tutti dicono che non c’è». Nessun dettaglio per il momento, però, dice il tycoon: il piano sarà svelato a tempo debito, in accordo con il Messico. «Ma eccolo, è qui, ed è un accordo ottimo sia per Washington che per il Messico».

E invece a svelare alcuni dettagli è proprio lui con questa performance: lo zoom non perdona, e i fotografi riescono a rivelare alcuni dei passaggi contenuti sul documento ingrandendo le immagini.

L’accordo

Rivelando così, per esempio, che il Messico avrebbe accettato una clausola per cui se entro 45 giorni il flusso migratorio non sarà contenuto, come richiesto dai vicini americani, verranno inasprite le leggi nazionali messicane contro l’emigrazione.

Nel documento, firmato dai funzionari messicani per scongiurare l’applicazione di tariffe sulle esportazioni verso gli Usa, è previsto anche un piano di asilo regionale.

Stati Uniti e Messico, avevano raggiunto un accordo dopo giorni di negoziati, tanto che le tariffe commerciali lunedì non sono scattate. «Sono lieto di informarvi che gli Stati Uniti d’America hanno raggiunto un accordo firmato con il Messico», aveva twittato The Donald.

I dazi

Donald Trump aveva nuovamente minacciato su Twitter i dazi al Messico se il Parlamento del Paese confinante non avesse approvato un’altra parte, finora inedita, dell’accordo bilaterale per fermare i flussi di immigrati verso gli Usa.

«Abbiamo firmato e messo agli atti completamente un’altra parte importante dell’accordo con il Messico su immigrazione e sicurezza, una parte che gli Usa hanno chiesto per molti anni», ha twittato poi Trump il 10 giugno.

Il Messico – rivelano gli zoom delle macchine fotografiche – sembra promettere un’applicazione rigorosa delle proprie leggi ma anche modifiche alla propria legislazione, nel caso in cui non riesca a fare quanto promesso: fermare i migranti al confine meridionale e congelare i conti bancari dei trafficanti di esseri umani che li aiutano.

L’ultimatum è a 45 giorni: se dopo quella data la Casa Bianca dovesse valutare «a sua discrezione» che gli sforzi dei vicini messicani non sono stati sufficienti, «il governo del Messico prenderà tutte le misure necessarie secondo il diritto interno per mettere in vigore l’accordo».

Il Messico, rivendica Trump, prevederà 6mila guardie nazionali al confine meridionale, posti di controllo dell’immigrazione in tutto il paese e permetterà «a tutti gli immigrati illegali provenienti dall’America Centrale di rimanere in Messico in attesa delle loro richieste di asilo».

«Paese terzo sicuro»

Già, perché tra le richieste di Washington c’era quella dell’ipotesi, per il Messico, di accettare una politica di «Paese terzo sicuro». Un Paese cioè dove i migranti dei paesi dell’America Centrale che vogliano ottenere l’asilo negli Stati Uniti possano fare richiesta e restare per il tempo delle istruttorie necessarie per eventualmente concederlo. Per gli Usa sarebbe un deterrente all’immigrazione. Ma il Messico, fino alla settimana scorsa, non era d’accordo.

In copertina Donald J. Trump con una pagina dell’accordo con il Messico durante una conferenza stampa a Washington, DC, USA, 11 giugno 2019. Epa/Shawn Thew

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