Vladimir Putin, i 20 anni di uno zar al potere: la pax di Mosca da Oriente a Occidente

Il 31 dicembre del 1999 Boris Yeltsin diede le dimissioni, nominando Vladimir Putin come presidente ad Interim

Mentre il novembre del 1989 il mondo celebrava la caduta del muro di Berlino e la fine della cortina di ferro, un uomo, allora 37enne, vedeva l’inizio di una nuova era: la sua. Nell’anno in cui ricorrono i trent’anni dalla fine della Guerra Fredda, c’è un altro anniversario indissolubilmente legato a quella caduta: i vent’anni al potere di Vladimir Putin che dieci anni dopo, il 31 dicembre del 1999, sarebbe stato indicato da Boris Yeltsin come suo successore a capo del Cremlino. Vent’anni in cui la politica russa è cambiata sulla scia delle ceneri lasciate dalla dissoluzione dell’Urss nel 1991 e l’impatto avuto su un ex agente del KGB fattosi politico e zar di una Russia che in poco più di dieci anni ha riacquistato una posizione di rilevanza strategica nel vuoto geopolitico lasciato dal suo rivale occidentale: gli Stati Uniti.


Da agente segreto a capo del Cremlino

L’ascesa di Vladimir Putin fu segnata da una caduta, quella del muro, che lo vide, tenente colonnello a Dresda, dover fronteggiare un assedio alla stazione del KGB nella Germania dell’ Est. Il silenzio di Mosca alla sua domanda di come avrebbe dovuto agire fu la risposta di un sistema politico ormai al collasso. Dagli eventi di Dresda Putin tornò a Mosca, svestendo i panni dell’agente del KGB e indossando quelli del politico. Prima l’incarico di vicesindaco di San Pietroburgo, sua città natale, poi un ritorno alle origini, nel 1998, con il comando del FSB, una delle agenzie che succedettero al KGB, affidatogli da Yeltsin.

Disilluso dal crollo dell’Unione Sovietica che Putin definì la «più grande tragedia della storia», e lasciatosi alle spalle l’ideologia marxista leninista della gioventù impartitagli a scuola, il motto zarista «Autorità, ortodossia e nazionalismo» diventò la guida di un leader che fin dai primi anni al potere volle ricostruire la Russia sulle fondamenta di ordine e stabilità. Un fascino per quel potere zarista che di recente Putin non ha nascosto, rivelando in un’intervista al Financial Times la sua ammirazione per Pietro il Grande, «il più grande leader al mondo».

La guerra in Cecenia e il crescente autoritarismo

Ansa | 3 settembre 2004 Un uomo porta in braccio una bambina ferita, salvata dalla scuola di Beslan, nell’Ossezia del Nord

I primi anni di Putin al Cremlino furono segnati dal pugno di ferro in Cecenia dove l’ex spia scatenò una guerra contro i separatisti in risposta a una serie di attacchi terroristici avvenuti nella regione caucasica. Un interventismo che avrà il suo culmine più drammatico nel sequestro della scuola di Beslan da parte di estremisti islamici ceceni nel 2004, nel sud della Russia, dove morirono 334 ostaggi, metà dei quali bambini. Per quella strage fu messo sulla graticola proprio il presidente russo, reo di aver gestito malamente l’affare e aver contribuito cosi all’alto numero di vittime.

Dopo quel drammatico evento, Putin decise di eliminare le elezioni dirette dei governatori regionali che vennero così nominati dal Cremlino. Si apre la pax di Mosca o meglio di Vladimir, per la ricostruzione della Russia. Lo zar si assicura la fedeltà degli oligarchi russi a cui concede di poter accumulare ricchezze in cambio del loro disimpegno dalla politica. I media diventano di proprietà dello Stato, i rivali politici vengono eliminati e le istituzioni sono accentrate nelle mani dell’uomo a capo del Cremlino.

Il vuoto americano

Putin, inoltre, si fa forte di un’America che per anni è stata distratta dalla credenza che nel mondo unipolare da lei dominato la democrazia avrebbe trionfato e non ci sarebbe stato bisogno di far avanzare “regine” sulla scacchiera mondiale per preservare un’egemonia, ormai costituita e consolidata. A un’America che dorme, Putin manda un segnale incontrovertibile nello storico discorso alla conferenza di Monaco del 2007 in cui critica l’approccio unilaterale di Washington alle questioni internazionali e lancia, indirettamente, una sfida al vecchio “nemico” dell’ovest.

Mentre gli Stati Uniti sono impegnati nel pantano dell’Afghanistan e dell’Iraq, Putin si avvicina alla Cina e rafforza la sua presa su Paesi che nonostante la caduta dell’Urss continuano a essere legati al potere del Cremlino. Dall’Asia Centrale, al Caucaso, la politica di Mosca estende la sua influenza arrivando al Mediterraneo, e soprattutto al Medio Oriente.

Un’economia che arranca

Per una Russia pronta ad estendere la sua manu militari, in patria c’è un economia che arranca. Tanto che nel 2016 Putin sarà costretto alla vendita del 19% della proprietà del colosso petrolifero Rosneft alla compagnia svizzera Glencore e alla Qatar investment authority per un valore 12 miliardi di dollari. Con la più grande riserva di gas naturale al mondo, l’eccessiva dipendenza di Mosca dalle sue risorse naturali ha spinto Putin a cercare nuove vie, economiche e diplomatiche, per rafforzare gli investimenti russi sempre più in crisi a causa delle sanzioni europee per l’intervento nel Donbass.

Nel 2014 una rivolta separatista nell’Est dell’Ucraina, nella regione del Donbass, sostenuta da Mosca (che però ha sempre negato ogni coinvolgimento), porta a un conflitto con l’esercito governativo, in cui finora sono morte oltre 13 mila persone.

La Siria e il “Grande gioco” nel Medio Oriente

Ansa | Incontro tra il presidente siriano Bashar al Assad e Vladimir Putin al Cremlino; 20 ottobre 2015.

Nel 2015 Putin fa la sua mossa arrivando fino in Siria, dove entra a gamba tesa nella guerra civile iniziata nel 2011. A settembre lancia il suo primo attacco aereo dalla base russa di Kheimim, a Latakia. Mosca giustifica l’intervento sia come una questione di sicurezza globale, sia di vitale importanza per la sicurezza interna: la battaglia contro il diffondersi del radicalismo islamico sunnita nella regione, e potenzialmente, alle porte della Russia.

Da quel 2015 Putin è stato capace non solo di ribaltare la situazione sul terreno, mantenendo al potere l’alleato Assad, anche grazie al contributo dell’Iran, ma di mettere in moto una macchina diplomatica che lo presentasse come il partner affidabile e l’unico con cui mediare, per decidere le sorti del Paese. Un potere e un’influenza testimoniate dal modello Astana, che vede Putin sempre al centro dei colloqui per la ricostruzione del Paese. Una pax russa, su cui punta per investimenti economici e non solo.

Russia: tra Cina e Stati Uniti

Ansa |La stretta di mano tra Vladimir Putin e Donald Trump al G20 di Osaka, in Giappone;
18 giugno 2019.

Nel vuoto di poter lasciato dagli Stati Uniti, negli ultimi anni Putin ha trovato un nuovo partner strategico, più che un alleato, nel presidente cinese Xi Jinping. Una collaborazione segnata non solo da una rivitalizzata cooperazione economica, ma da accordi energetici che guardano alle infinite risorse dell’Asia, dell’Artico e che tagliano fuori l’Europa dalla crescita economica di Pechino, sbocco per le aspirazioni russe.

Nel 2016, l’elezione di Donald Trump a presidente Stati Uniti, scombina ancora le carte in tavola, ma a favore della Russia visto che il neo capo della Casa Bianca ha promesso di migliorare i rapporti con Mosca, che viene poi accusata di aver truccato le elezioni presidenziali Usa.

L’opposizione in patria

Ansa |Alexei Navalni viene portato fuori a forza dalla polizia russa dall’ong che dirige, attraverso cui ha svelato diversi casi di corruzione all’interno dell’establishment politico russo; 26 dicembre 2019.

Nel 2018 Putin vince le presidenziali e apre il suo quarto e ultimo mandato. Ma la corruzione, il nepotismo e le elezioni messe sempre più in dubbio, hanno indebolito la classe media e i giovani che sono sempre più disillusi da un Paese, quello forgiato da Putin, in cui non vedono opportunità per il futuro.

Nella Russia dell’ordine sancito da Putin crescono le manifestazioni di piazza e l’opposizione, per quanto soffocata alla radice, continua a esistere, come dimostrano i continui arresti del maggior oppositore Alexei Navalny e le proteste del luglio scorso, che hanno visto giovani scendere in piazza contro la decisione delle autorità di vietare la candidatura a diversi esponenti dell’opposizione nelle elezioni municipali di settembre.

Putin si appresta dunque a celebrare un impero durato 20 anni. Ma alla scadenza del suo mandato presidenziale del 2024 non è ancora chiaro cosa deciderà di fare il capo dello Stato, se modificare la costituzione in suo favore, allungando ulteriormente la sua permanenza al Cremlino, o passare il testimone e l’eredità a un successore, ovviamente fidato, che possa continuare a traghettare la Russia nella pax creata dall’ex agente del KGB.

Grafica copertina: Vincenzo Monaco

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