Coronavirus, l’accusa dall’ospedale lombardo: «Tamponi ai calciatori e non ai medici: è discriminazione»

«Se si deve scegliere tra un calciatore e un medico non ci sono dubbi e ci sentiamo condannati a sparire sotto quella mascherina che indossiamo ogni giorno»

Una lettera, durissima, pubblicata sul Corriere della Sera e un’accusa da parte di un medico in prima linea in Lombardia contro l’epidemia di Coronavirus: «Tamponi ai calciatori e non ai medici: questa è discriminazione». La firma è di Nicola Mumoli, direttore dell’Unità operativa di Medicina interna Ospedale di Magenta, comune di quasi 25mila abitanti nella città metropolitana di Milano. «Una nostra collega al lavoro fra pazienti affetti da Covid-19 si è ammalata, ma dopo molte chiamate ai numeri nazionali le è stato negato il tampone», denuncia il primario. «A calciatori, attori e politici che stanno bene, invece, viene fatto».

«Dirigo l’Unità operativa di Medicina dell’ospedale di Magenta da più di due anni dove da settimane, con immenso e costante sforzo dei miei collaboratori, trovano cura oltre 130 pazienti affetti da Covid 19», racconta Mumoli sul Corriere. «Sono attualmente 2.629 i sanitari contagiati — l’8,3% del totale dei colpiti — e tra essi 14 vittime». Una dottoressa del suo ospedale, spiega, «impegnata da subito in questa battaglia e con contatti quotidiani con pazienti affetti da Covid-19 disease, pochi giorni fa si è ammalata, manifestando sintomi e segni tipici della patologia virale; contattati più volte i numeri di emergenza nazionale, le è stato negato il tampone».

Peccato che, chiosa il primario, «le pagine delle cronache riportano le buone condizioni di calciatori, attori e politici che esattamente come la mia collaboratrice hanno avuto “contatto con persone positive e sintomi da virosi” ma cui, a differenza della dottoressa, è stato eseguito il tampone e quindi formulato un corretto programma sanitario di controllo».

Non avere una chiara diagnosi a causa della mancanza del test, spiega il medico «oltre a essere ragione di preoccupazione e angoscia, non le consente di applicare le linee guida in fieri sull’eventuale assunzione di farmaci antiretrovirali né di scegliere i corretti tempi del rientro al lavoro. Inevitabile il pensiero di chiunque: grande solidarietà con il personale sanitario, striscioni ovunque, slogan buonisti sbandierati da tutti ma di fatto solo discriminazione e ipocrisia. Se si deve scegliere tra un calciatore e un medico non ci sono dubbi e ci sentiamo condannati a sparire sotto quella mascherina che indossiamo ogni giorno con grande fierezza, esercitando un lavoro che mai come ora consideriamo un privilegio».

In copertina Ansa/Filippo Venezia | Il reparto di terapia intensiva all’ospedale di Brescia.

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