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«Torniamo al lavoro ma senza garanzie di sicurezza». I timori degli operai che rientrano in fabbrica

25 Marzo 2020 - 23:08 Riccardo Liberatore
An external view of the Avio aerospace company in Borgaretto, near Turin, northern Italy, 23 March 2020. In several Italian companies of the aerospace sector, strikes have taken place today against the government decree which according to them would have extended the indispensable activities compared to what was agreed with the unions. Italian Premier Giuseppe Conte on Sunday signed a new decree that goes into effect Monday, closing
down all non-essential production across the country. The factories involved have three days to prepare and must be closed by March 25. Supermarkets, pharmacies, food stores, banks, post offices and transport services are keeping going.
ANSA/ EDOARDO SISMOMDI
I sindacati hanno raggiunto un accordo con il Governo e l’elenco delle aziende che rimangono in funzione dovrebbe essere ridotto. Non è ancora esattamente chiaro come le aziende che rimarranno aperte riusciranno a fare rispettare le protezioni
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Gianluigi Zanotti ha 36 anni ed è un metalmeccanico per un’azienda lombarda, non lontano da Milano. Salvatore Viola invece ha 54 anni ed è dipendente di una stamperia, anche lui nella regione che al momento rappresenta il focolaio del Coronavirus in Italia. Entrambi oggi hanno scioperato mentre i sindacati negoziavano con il Governo ed entrambi domani dovrebbero tornare a lavoro, nell’incertezza generale.

Al termine dell’incontro i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, si sono detti soddisfatti. L’elenco delle attività che sono rimaste in funzione perché ritenute essenziali, considerato troppo ampio dai sindacati, è stato rivisto. Ma sia Gianluigi che Salvatore – come molti loro colleghi -continuano a nutrire dubbi riguardo la reale indispensabilità del proprio lavoro e l’efficacia delle misure di sicurezza adottate dalle aziende. A far paura sono anche i numeri: secondo i dati della Protezione Civile in Lombardia i casi positivi sono 32.346, e nella provincia di Milano, dove si trovano le aziende, sono 6.074 – il numero più alto nella regione dopo Brescia e Bergamo.

Il materiale che manca e le difficoltà nel far applicare le tutele

«Il punto è proprio questo» – spiega Gianluigi – «Noi riteniamo che l’attività che facciamo non sia indispensabile. I nostro lavoro va avanti perché la dirigenza ha ritenuto di dover continuare per motivi di business. È un tema di cui abbiamo discusso apertamente anche con loro». Necessarie o no, l’altro grande tema è la sicurezza sul lavoro.

«Lo sciopero di oggi è stato fatto per chiedere tutele negli ambienti di lavoro. Più sicurezza, più pulizia», spiega invece Salvatore, impiegato nella fabbrica di Melzo. «La mancata costanza nelle forniture di prodotti come mascherine e guanti, la scarsa pulizia dei servizi igienici, il poco controllo: sono tutti problemi reali. Sappiamo che i materiali di protezione sono difficilmente reperibili ma sono comunque carenti. L’igiene degli spazi comuni è fondamentale: sono state fatte pulizie sotto pressione e con poca continuità, non pienamente nel rispetto del documento. E poi ci sono laboratori dove le distanze di sicurezza si accorciano». 

Dopo l’accordo con il Governo i sindacati hanno esultato, annunciando in una nota congiunta che d’ora in avanti tutti i lavoratori che continueranno a svolgere il proprio lavoro dovranno essere dotati dei dispositivi di protezione individuale, come previsto nel Protocollo di Sicurezza. In più, ci saranno nuove verifiche: i Prefetti «dovranno coinvolgere le organizzazioni territoriali per la autocertificazione delle imprese che svolgono attività funzionali e assicurare la continuità delle filiere essenziali». 

È meno chiaro, però, come faranno le aziende a reperire il materiale di sicurezza, come le mascherine, di cui hanno bisogno i lavoratori. Da questo nasce il timore per i ritorno al lavoro. «I più preoccupati sono i genitori o i 20enni-22enni che vivono a casa con i genitori», spiega Gianluigi, che a 36 anni vive da solo e non ha questo problema. «Le forniture delle mascherine sono lentissime, quindi si sa che in molti casi vengono utilizzate più a lungo di quanto dovrebbe accadere. Un altro punto evidenziato da molti colleghi è il fatto di spostarsi con i mezzi pubblici. La preoccupazione c’era, adesso non saprei dire…». «Lo stato d’animo è di tensione: si esce soltanto per fare la spesa, uno per famiglia», racconta invece Salvatore. «In questo siamo come il resto del Paese».

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