Coronavirus, il dramma delle case di cura dove «gli anziani muoiono senza medicine»: una strage silenziosa

Oltre 300mila anziani in 7.000 strutture in tutta Italia: ne muoiono centinaia ogni giorno, «i decessi sono raddoppiati» ma continuano a mancare i tamponi. Mentre gli operatori sanitari si ammalano, cresce la rabbia dei familiari e vengono bloccate le visite dei parenti

È una strage silenziosa, una strage degli innocenti, che rischia di cancellare un’intera generazione quella che sta avvenendo all’interno delle residenze per anziani, circa 7.000 su tutto il territorio nazionale dove vengono ospitate oltre 300mila persone, tutte in età avanzata. Ogni giorno ne muoiono centinaia, in molti casi è impossibile sapere se siano deceduti per Coronavirus: non vengono fatti i tamponi, i dipendenti delle strutture sono sempre meno (molti si stanno ammalando) e da qualche settimana le Rsa hanno chiuso i battenti ai familiari.


Nessuna visita, solo chiamate o, per i più fortunati, videochiamate. Non si entra più, nemmeno le nostre telecamere che si erano recate in due Rsa di Milano. «Non vi facciamo entrare, lo diciamo per la vostra sicurezza» ci dicono.

«I decessi sono più del doppio»

Pixabay | Anziani nelle case di cura

«Siamo frustrati nel vedere gli anziani morire nelle nostre strutture, i familiari dei nostri colleghi ammalarsi per il Coronavirus e i parenti giustamente preoccuparsi per i loro cari. I decessi sono più del doppio rispetto allo scorso anno. Noi ne abbiamo avuti, solo in questo periodo, ben 66 ma non sappiamo nemmeno con certezza se alcuni di loro fossero positivi al virus visto che non vengono fatti i tamponi. Decessi quindi che non rientrano nelle statistiche nazionali». A parlare a Open è Paola Rago che gestisce la casa di riposo di Casalbuttano a Cremona.

Nella sua struttura 18 sono i casi sospetti Covid-19. Sospetti perché nessun tampone è stato eseguito. Molti di loro hanno la febbre, altri necessitano di ossigeno.

I numeri dell’emergenza

In una Rsa di Bucine (Arezzo), ad esempio, ci sono 25 anziani infettati, tutti malati di Alzheimer ai quali «non si può nemmeno chiedere come stanno». Ma ci sono anche 17 dipendenti risultati positivi al virus e un bilancio di 5 morti. Nella provincia di Macerata il virus corre ancora più veloce al punto che il procuratore della Repubblica ha deciso di aprire un fascicolo e accertare la situazione in alcune residenze assistite. A Cingoli 29 ospiti sono stati colpiti dal Covid-19, 6 i morti; a Recanati 7 morti di cui 6 con il virus, a Castelraimondo 17 ospiti e un operatore risultati positivi; a Corridonia 19 anziani e 8 operatori sanitari positivi.

Non va meglio nella zona di Firenze con 31 donne positive in una struttura a Signa, 6 a Empoli e 7 a Pelago. Senza dimenticare Bovino (Foggia) con 29 anziani e 5 operatori positivi, Noicattaro (Bari) con 25 casi accertati tra i quali anche direttore sanitario e caposala oltre alle circa 600 morti nelle Rsa di Bergamo. Ma il dramma si ripete da nord a sud. Una situazione analoga è, infatti, quella nella casa di riposo di Chiaravalle, in provincia di Catanzaro, dove si è riscontrato un focolaio di Coronavirus con 7 vittime e 70 contagi. Saranno tutti trasferiti in ospedale.

«Rischiano di morire senza le cure necessarie»

Impossibile, dunque, stabilire con certezza quanti anziani, ospiti delle case di cura, siano affetti da Covid-19: i tamponi sono una rarità (proprio oggi il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha lanciato un appello affinché vengano sottoposti a tampone sia gli anziani sia gli operatori sanitari delle Rsa) ma in tanti manifestano sintomi che, però, non possono essere curati, ad esempio, «con i farmaci anti-virali». «Così rischiano di morire senza la possibilità di essere curati a dovere e senza sapere se sono positivi o meno al virus. Rischiamo davvero di perdere la generazione degli ultra 80enni» ci spiega Luca Degani, presidente di Uneba Lombardia che rappresenta 400 strutture tra Rsa e Rsd (residenze per anziani e per disabili), luoghi in cui solitamente vengono ospitate persone non autosufficienti con patologie croniche.

La rabbia dei familiari

Intanto i familiari degli anziani ospiti nelle Rsa sono sempre più preoccupati. A Napoli, ad esempio, nella struttura “La casa di mela” nel quartiere di Fuorigrotta, 3 sono stati i decessi, 23 le persone risultate positive. Per questo motivo alcuni parenti si sono radunati all’esterno della struttura chiedendo che i propri cari vengano portati in ospedale per esser curati e lamentano la presenza di un numero esiguo di personale (molti sono ammalati).

Stop alle visite dei parenti

Open | Visite sospese nelle Rsa

Case di cura «blindatissime in cui non può più accedere nessuno», nemmeno i familiari degli ospiti. Solo i dipendenti. All’atto della morte viene consentito l’accesso a un parente. Solo uno e solo per l’ultimo saluto. Intanto chi accudisce gli ospiti delle Rsa in alcuni casi finisce per dormire nelle stesse strutture, nelle palestre adibite a dormitori. Il motivo? «Rischiamo di portare il virus da fuori e dunque di infettarli» ci spiegano.

Open | Cartello affisso in una Rsa di Milano

Il dramma della solitudine

Paola Cattin, ad esempio, che è direttrice generale della casa di riposo di Paderno Dugnano, nel Milanese, ci risponde dopo un turno estenuante, che può durare anche 14 ore. «Ho 20 dipendenti a casa, per questo io stessa da alcuni giorni lavo i piatti e servo a tavola. Faccio di tutto. Ho anche avuto due pazienti con febbre e difficoltà respiratorie per le quali avevo chiesto un tampone, ma niente. Per fortuna adesso stanno meglio» ci spiega. E intanto deve anche pensare alla carenza delle mascherine: «Ne ho ottenute 300, prodotte da un atelier di moda». C’è carenza di dispositivi di protezione individuale e anche di specialisti nelle Rsa.

case di cura
Nella casa di cura gestita da Paola Cattin

«Noi abbiamo una suora che permette agli ospiti di chiamare ogni giorno le famiglie, in alcuni casi anche con videochiamate» ci spiega Paola Cattin. «”Quanto sei diventata brutta!” ha detto una delle signore della mia struttura a sua figlia, in collegamento da casa. Un’altra, invece, mentre era a tavola, mi ha guardata e mi ha detto: “Chi ti coccola?”. Ci vedono distrutte, lavoriamo senza sosta, senza un giorno di pausa e ci sentiamo abbandonati a noi stessi» aggiunge. Perché, oltre all’emergenza sanitaria, c’è anche il dramma della solitudine, l’impossibilità per gli anziani di vedere i propri familiari. E proprio in questo momento il ruolo degli animatori o più semplicemente degli infermieri è di vitale importanza.

A Verona l’Esercito nelle Rsa

Infine, i sindaci di 98 comuni della provincia di Verona hanno inviato una lettera al prefetto e al direttore generale dell’Ulss 9 Scaligera chiedendo «il reperimento di personale sostitutivo tramite l’impiego della Croce Rossa e dell’Esercito, oppure dando la possibilità alle strutture di assumere in deroga alle vigenti normative». 26 sono le vittime nella struttura di Villa Bartolomea e altri 8 i decessi a Legnago oltre a 70 casi positivi tra ospiti e operatori.

Foto in copertina da Pixabay

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