Coronavirus, perché milioni di mascherine già pronte in Italia non possono essere usate. E se va bene, siamo costretti a importarle

E c’è anche chi prova a portare le mascherine in Italia, come un imprenditore che ha raccolto le offerte di 21 aziende cinesi, ma la burocrazia ha fermato tutto

L’obiettivo era riunire 21 aziende cinesi per acquistare 50 milioni di mascherine certificate Ce alla metà della base d’asta indetta da Consip

La storia ha inizio il 14 marzo scorso. Filippo Moroni, un imprenditore italiano, voleva procurare circa 50 milioni di mascherine all’Italia – vista la scarsità dovuta all’eccesso di domanda per la pandemia da Coronavirus -, al prezzo di costo. La vicenda è stata raccontata nella puntata di ieri sera, 2 aprile, di Piazzapulita su La7. L’uomo ha spedito 120 mail chiedendo chi fosse interessato alla cosa. La sola risposta che ha ricevuto è arrivata dalla Regione Lombardia, ma la richiesta poi è caduta nel vuoto.


Invece, la Protezione civile ha fatto sapere che di mascherine ne aveva a sufficienza, salvo poi chiedere a Moroni se fosse in possesso del certificato antimafia. L’obiettivo era riunire 21 aziende cinesi per acquistare 50 milioni di mascherine certificate Ce alla metà della base d’asta indetta da Consip. Informa anche Confindustria, Regione Puglia e Lazio, le Asl, ma viene ignorato e l’offerta si scontra con la burocrazia.

Mascherine e burocrazia

«Vi comunico che il Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, Domenico Arcuri, mi ha appena informato che le mascherine che riportavano la dizione ffp2 equivalenti, inviate dalla Protezione civile in data odierna agli Ordini dei medici capoluoghi di Regione, non sono dispositivi autorizzati per l’uso sanitario dalla Protezione civile. Vi chiedo quindi di sospendere immediatamente la distribuzione e l’utilizzo di quanto ricevuto, informando nel contempo eventuali medici o strutture che ne fossero già in possesso». Così scriveva il primo aprile il presidente dell’Ordine dei medici ai presidenti degli Ordini dei medici nei capoluoghi di Regione.

Le mascherine devono avere caratteristiche specifiche, rispondere a precisi parametri e dunque devono risultare idonee, come spiegato sul Corriere della Sera da Milena Gabanelli. Con il decreto del 17 marzo, e qui il cortocircuito, si autorizza, tramite una deroga, l’importazione di materiale non certificato Ce. E infatti ogni giorno arrivano circa 20 milioni di mascherine da Cina, India, Sri Lanka. L’Agenzia delle dogane può fermarne l’entrata nel caso in cui il destinatario non fosse chiaro, non è però autorizzata a eseguire e analisi di conformità. Perché la merce passi la dogana, c’è solo bisogno dell’autocertificazione del produttore, il quale, potrebbe avere emesso un certificato fasullo. Finora i test che sono stati fatti – dalla Centrale acquisti lombarda – su merce importata hanno riscontrato una bassissima qualità del prodotto.

Dunque si può importare praticamente ciò che si vuole, ma se lo stesso prodotto lo si vuole produrre in Italia, la faccenda si fa ben più complicata. Sempre tramite la stessa deroga, le aziende italiane che vogliano fabbricare mascherine devono rispettare rigidi criteri di biocompatibilità e di performance (filtraggio fino al 98%). I test sono eseguiti da enti iper certificati come ad esempio il Politecnico di Milano, incaricato dalla Regione per quel che riguarda le mascherine chirurgiche.

Test e aziende produttrici

Dallo scoppio della pandemia, e dall’appello per mancanza di mascherine in tanti si sono fatti avanti per acquisire una sorta di brevetto che li autorizzi a produrre le protezioni. Come è successo al Politecnico di Milano: lì, si sono presentati in 1.700, sottoposti ai test 600 prototipi. Peccato che solo 10 avevano requisiti di sicurezza. Ne deriva che in molti hanno abbandonato per aver prodotto semplice materiale in cotone senza alcuna utilità sanitaria. Altri però hanno investito nel progetto, ottenendo il foglio di via dall’Istituto Superiore di Sanità. I più sprezzanti del pericolo hanno cominciato a produrre senza avere ancora terminato l’iter per l’idoneità.

Tra le aziende produttrici ci sono la Sapi di Reggio Emilia, ed altri 7 stabilimenti del Tecnopolo di Mirandola che vista l’emergenza hanno convertito le loro filiere produttive; la Fater che fa pannolini. C’è la Fippi, che, dopo aver superato i test di laboratorio, ha avviato la produzione di 900.000 mascherine chirurgiche al giorno due settimane fa. Oggi ne ha in stock 4 milioni, ma sono ancora in magazzino.

Il parere degli esperti:

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