Ospedale in Fiera, Fontana conferma la riapertura. I primi posti letto sono 14. I medici: «Se i numeri salgono avremo bisogno di altro personale»

La nuova ondata è arrivata e la Regione Lombardia punta di nuovo sull’Ospedale in Fiera. Con gli stessi problemi di prima

La soglia da tenere sotto controllo è quella dei 151 ricoveri in terapia intensiva. Ora che la cifra è prossima ad essere superata, la Regione Lombardia riattiverà i padiglioni dell’Ospedale in Fiera a Milano, la «grande opera lombarda» da oltre 20 milioni di euro (sotto indagine della procura di Milano da maggio, dopo un esposto di Cobas) costruita durante i primi mesi dell’emergenza Coronavirus.


Subito dopo l’ora di pranzo, confermato il raddoppio dei nuovi positivi, il presidente Attilio Fontana ha ribadito che l’ospedale riapre, come riaprirà quello della Fiera di Bergamo. Già lunedì scorso, Open aveva anticipato che con ogni probabilità il primo padiglione sarebbe stato riaperto già questo venerdì 23 ottobre. Dalla Fondazione Fiera Milano, però, fino a questa mattina erano piuttosto cauti, così come si erano mostrati cauti dal Policlinico di Milano, al quale anche stavolta spetterà la gestione clinica dell’hub: «Nessuna data precisa, dipenderà dai numeri, ma vista la situazione, sicuramente a breve».

Quanti posti letto?

Al momento, riaprire l’ospedale significa avere pronti subito 14 posti letto, attorno ai quali lavorerebbero circa 40 infermieri e 10 anestesisti (3 infermieri – su tre turni – e 1 anestesista ogni due pazienti). Tutti provenienti in prima battuta dal Policlinico, così come i sanitari della parte logistica e infrastrutturale (dalla farmacologia alla radiologia). Ci sarà poi l’apertura graduale di altri 29, fino a un totale di 53 posti letto a disposizione nel giro di poco tempo. Secondo Gallera, se ne possono attivare rapidamente addirittura 157. Ma il vero problema, dicono dal Policlinico, sono gli infermieri. Loro possono gestire le prime tranche di riaperture, ma la struttura può contenere fino a 221 pazienti e «da soli è impossibile» accudirli tutti. Quindi, per attivare i posti letto serve altro personale. Ma da dove?

Oggi come allora

Il primario di Anestesia e rianimazione del Policlinico di Milano, Antonio Pesenti, l’aveva definita all’epoca una «scialuppa di salvataggio». Eppure, a quasi 7 mesi dall’inaugurazione, quella dei padiglioni resta la risposta numero uno della Lombardia al sovraccarico degli ospedali. Giulio Gallera, assessore al Welfare, ha addossato la responsabilità al commissario Domenico Arcuri, che non avrebbe mandato tutte le risorse promesse: «È colpa sua – ha detto – se non siamo ancora riusciti a mettere in atto il piano di raddoppio dei posti in terapia intensiva. Il piano inviato al governo – e approvato a luglio – prevedeva un aumento dei letti fino a un totale di oltre 1.400, ma stiamo ancora aspettando».

La mancanza di personale

«Un ventilatore e un letto da soli non fanno un posto in terapia intensiva», ha detto a Open il consigliere regionale d’opposizione (e medico) Michele Usuelli. «Il problema, ora come a marzo e ad aprile, sono le risorse umane. Io, che lavoro ogni giorno su questi temi, non ho notizia di nessuna aggiunta». Lo stesso Gallera ha anticipato che, qualora la situazione andasse via via peggiorando, verrebbero trasferiti in Fiera altri medici da altri ospedali. Non nuove assunzioni, quindi, ma trasferimenti. E lo confermano dal Policlinico: «L’idea della Regione è quella di far arrivare qui i pazienti dagli altri ospedali accompagnati da i loro sanitari».

«Dal mio punto di vista chiudere dei piccoli reparti di intensiva e spostare i medici e gli infermieri in Fiera può avere la sua logica», dice Usuelli. «C’è poco personale e allora si punta su un rapporto più largo tra medici/infermieri e pazienti. Ma è chiaro che si sacrifica la qualità. Se Gallera intende davvero chiudere delle piccole intensive e creare una squadra più allargata in Fiera, spero cha abbia un buon piano».

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