Lombardia prima per dosi consegnate, ultima per quelle somministrate: perché il piano vaccinale lombardo va sempre peggio

Oggi penultima nella classifica nazionale, la Lombardia peggiora rispetto ai primi di gennaio, quando la situazione nazionale era più critica. Per recuperare il gap, occorrono il doppio delle somministrazioni giornaliere attuali in una settimana

La campagna vaccinale italiana è cominciata come ormai ben noto il 27 dicembre scorso. Quel giorno la regione più colpita in assoluto dall’epidemia di Covid-19 inaugurava la distribuzione delle dosi Pfizer con una solenne cerimonia al Niguarda di Milano. Il presidente Fontana e l’ormai ex assessore al Welfare Gallera, oltre a celebrare il momento, invitavano a non lasciarsi andare ai facili entusiasmi, «perché il virus non è ancora sconfitto». Ma alla luce di quanto successo poco dopo, forse la cautela agli entusiasmi predicata dai due sarebbe stata utile per ben altri motivi. Dopo appena 6 giorni da quell’inizio, la Lombardia ha cominciato a fare presenza fissa nei posti più bassi della classifica regionale delle somministrazioni.


Al 3 gennaio, solo davanti a Molise (1,3%) e Sardegna (2,3%), la regione amministrata da Fontana registrava il 3% di dosi iniettate sul numero totale disponibile. Per intendersi, solo 2.416 iniezioni fatte su una fornitura arrivata di 80.595 dosi. Da allora i furgoni di Pfizer hanno continuato a consegnare altra fornitura, l’Italia ha raggiunto il primo posto in Europa per dosi somministrate e la Lombardia ha potuto ricevere la più alta quantità di fiale in assoluto rispetto a tutte le altre Regioni. Per un numero che attualmente ammonta a 153.720 dosi totali.

Nonostante l’arrivo di ulteriori lotti e l’aumento di prime vaccinazioni a livello nazionale, la questione in Regione è cambiata di poco. Prima in classifica per quantità di vaccini ricevuti, ultima per somministrazioni effettuate: nonostante l’aumento di iniezioni giornaliere, poco più 12 mila rispetto alle 6 mila di una settimana fa, i dati del governo aggiornati al 10 gennaio, pongono la Lombardia al penultimo posto della classifica nazionale con il 38% di dosi somministrate, al di sopra soltanto della Provincia autonoma di Bolzano (34,8%). Addirittura un peggioramento quindi rispetto alla situazione del 3 gennaio, quando il territorio lombardo si era guadagnato due posizioni più in alto, trovandosi quartultimo.

Le ultime dichiarazioni di Fontana hanno cercato di appianare le polemiche: «Non è una gara a chi arriva primo», ha detto, riscuotendo però poco successo. Una batosta non indifferente per il sistema sanitario da sempre considerato fiore all’occhiello del Paese e che Covid-19 sembra aver travolto in pieno. Le ragioni della completa débâcle sembrano dunque essere più strutturali che legate alla pur impegnativa distribuzione delle forniture anti Covid. Purtroppo non una novità visti anche i segnali di ottobre, quando il sistema regionale si era trovato alle prese con una totale assenza di vaccino anti-influenzale.

Arretrato troppo grande: per recuperare serve il doppio delle iniezioni

Una delle zavorre di cui il piano vaccinale lombardo non riesce a liberarsi è quella di un calendario iniziale sconclusionato. La percentuale bassissima del 3% dopo solo una settimana di campagna, di fatto aveva avuto giustificazioni che alla luce di un’emergenza epidemica così grande risultano tuttora improbabili.

«Il punto è che secondo la programmazione originaria della Direzione Generale Welfare la vaccinazione del personale delle Asst, Irccs, Spedalità privata e Rsa partirà soltanto da lunedì 4 gennaio».

L’ex assessore Gallera aveva risposto così alle polemiche sui ritardi. Tutto sotto controllo quindi, solo una semplice questione di calendario. Ma la domanda ulteriore del perché un inizio datato solo al 4 di gennaio, ha avuto risposta ancora più sorprendente: «Iniziamo il 4 perché i medici sono in vacanza, e non li richiamerò in servizio per un vaccino nei giorni di festa». Al di là delle conseguenze politiche che questa frase ha portato all’ex assessore Gallera, l’accusa ai medici in vacanza è risultata a molti piuttosto pretestuosa, nascondendo una più grave incapacità programmatica da parte dell’amministrazione regionale.

Nonostante gli attuali 65 hub previsti in tutta la Lombardia e un ritmo giornaliero accelerato, i conti per raggiungere entro febbraio 340mila vaccinati si fanno difficili. Il ritmo giornaliero è basso e le lamentele sull’assenza di personale ospedaliero non si placano. Ma quante dosi sarebbero necessarie per recuperare il grave gap? Proprio oggi 11 gennaio Pfizer dovrebbe consegnare l’ulteriore fornitura di 83 vassoi di vaccino. Ogni vassoio contiene 195 fiale, ogni fiala a sua volta garantisce 6 dosi in tutto. Il numero complessivo della fornitura in arrivo ammonta dunque a 97.110 dosi. A queste sono da aggiungere altre 95.266 dosi arretrate dagli inizi della campagna.

Per far sì che la Lombardia arrivi a fine settimana, e quindi alla vigilia di una nuova fornitura prevista per il 18 di gennaio, nelle stesse condizioni dichiarate dalla Campania, e cioè con tutte le dosi a disposizione terminate, il ritmo da dover garantire è quello di circa 27 mila somministrazioni al giorno. Più del doppio rispetto a quelle attuali, riuscendo così a ripartire per il 18 di gennaio in conto pari. Estendendo il calcolo ad un arco temporale più lungo, fino cioè alla fine del mese, considerate le ulteriori forniture previste al 18 di gennaio (83 vassoi) e al 25 (98 vassoi), il ritmo da garantire a partire da oggi fino al 31 del mese, dovrebbe essere di circa 20 mila somministrazioni al giorno. Il calcolo potrà essere aiutato dall’ulteriore arrivo, previsto in Italia entro domani 12 gennaio, delle 47 mila prime dosi di Moderna, con la relativa ripartizione tra Regioni ancora da conoscere nella specifica quantità.

Le Rsa adesso rallentano la corsa

La linea programmatica della Regione, su cui il nuovo assessore al Welfare Letizia Moratti insieme a tutta la giunta dovrà ora fare miracoli, ha continuato a presentare grosse lacune anche dopo i primissimi atti della campagna. Risale difatti soltanto al 7 gennaio la richiesta da parte di Ats Milano alle Rsa della regione sulla messa a disposizione delle strutture per le vaccinazioni. Solo 11 giorni dopo il Vaccine Day, l’Azienda socio sanitaria territoriale ha aperto un primo dialogo con le Residenze sanitarie assistenziali, ignara fino a 4 giorni fa di quali e quante avrebbero dichiarato piena autonomia da ospedali e Usca. L’ eccezione finora è risultata soltanto il Pio Albergo Trivulzio, dove si prevede di concludere la fase oggi 11 gennaio.

Secondo i dati aggiornati del Ministero della Salute, alle 21.00 del 10 di gennaio il numero complessivo di vaccinati (per la prima dose) tra gli ospiti delle Residenze sono 1.504. Una cifra ben più bassa rispetto a quella registrata nella Regione attualmente al primo posto della classifica: in Veneto sono 8.982.

Lo scenario a rischio del secondo richiamo

«Dalle prossime forniture inizieremo ad accantonare i vaccini. Non li faremo subito perché ci serviranno per i richiami». Dal suo primo posto in classifica per maggior numero di somministrazioni in tutta Italia, il presidente del Veneto Zaia ora guarda anche oltre la prima dose. «Fino ad oggi abbiamo fatto una scelta, secondo me giusta, che è quella di quantomeno dare un minimo di copertura anticorpale a chiunque potevamo vaccinare», ha continuato, sottolineando come per i prossimi arrivi la strategia sarà quella di accantonare parte delle dosi a ridosso delle date del secondo richiamo, fondamentale per ottenere la definitiva immunità al virus.

E la Lombardia? Le dosi attualmente in eccesso dovranno servire a recuperare i più di 95 mila soggetti fragili che non hanno ricevuto neanche la prima somministrazione. Va da sé che mettere da parte fiale già dalle prossime forniture risulterebbe piuttosto complicato. Un aspetto tutto tranne che secondario, considerata l’importanza della doppia dose per un’immunità di gregge da raggiungere al più presto.

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