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I numeri in chiaro, Pregliasco: «Estendere l’obbligo vaccinale. Tra due settimane rischiamo 30 mila casi» – L’intervista

Il virologo dell’Università Statale di Milano: «Non arriveremo all’immunità di gregge, ma più toglieremo spazio al virus e meglio riusciremo a conviverci»

Mentre in Europa tornano a innalzarsi le misure di contenimento per far fronte alla quarta ondata di Coronavirus, dopo la decisione dell’Austria di ripristinare il lockdown su base nazionale e di introdurre l’obbligo vaccinale dal 1 febbraio 2022, anche in Italia si è acceso il dibattito sull’opportunità di seguire il “modello austriaco”. C’è chi preme per l’obbligo vaccinale, altri invece preferirebbero mantenere una linea meno rigida, ma che comunque miri a implementare la copertura vaccinale a livello nazionale. Il virologo dell’Università statale di Milano Fabrizio Pregliasco è tra questi. «Più che all’obbligo vaccinale per l’intera popolazione penso sia ipotizzabile l’estensione dell’obbligo ad altre categorie oltre a quello deciso per il personale medico-sanitario, accelerando sulle terze dosi – spiega a Open il virologo dell’Università Statale di Milano -. Poi, in parallelo, credo sia essenziale tentare di incrementare anche le prime dosi. Non arriveremo all’immunità di gregge, l’andamento del Coronavirus sarà endemico, ma il punto è che più togliamo spazio al virus e meglio riusciremo a conviverci».


Nell’ultima settimana per tre giorni consecutivi il numero di nuovi casi giornalieri ha superato le 10 mila unità. L’incidenza è in netto aumento: questa settimana si sono registrati 98 casi ogni 100 mila abitanti. Stabile l’indice Rt a 1,21, che comunque è al di sopra della soglia d’allerta. In crescita anche i ricoveri nei reparti ordinari, occupati al 7,1 per cento da pazienti Covid, mentre nelle terapie intensive la media nazionale di occupazione dei posti si attesta al 5,3 per cento.


Oltre all’obbligo vaccinale in Italia si discute anche di possibili nuovi lockdown per i non vaccinati o sul modello austriaco. Cosa ne pensa?

«Non esiste un manuale preciso per ottimizzare le singole situazioni: ogni Paese ha degli approcci diversi nel contenimento dell’evoluzione epidemiologica. Non c’è una formula esatta per minimizzare l’impatto di questa ondata anche sui cittadini che hanno rispettato le regole e sono vaccinati. Si tratta di trovare soluzioni ad hoc, come peraltro l’Italia è riuscita a fare finora. In caso di peggioramento della situazione si potrebbe ipotizzare l’introduzione del modello 2GPlus tedesco per le attività ludiche». 

Si potrebbero ipotizzare lockdown temporanei anche non a livello regionale, ma su scala provinciale o di singole città?

«Certo, potrebbero esserci focolai che andrebbero isolati, cosa che già ora sarebbe possibile fare, volendo. Così facendo si potrebbero riportare i numeri entro soglie di sostenibilità, oltre che permettere di riprendere il tracciamento dei casi che rischia sempre più di saltare. Insomma, si potrebbe pensare al ripristino delle zone rosse su scala locale, ben prima della scala regionale. Serve comunque buonsenso, a prescindere dal colore delle zone».

Bisogna tenere a mente il “galateo” delle norme anti-contagio, insomma.

«Esatto, in questa situazione dobbiamo tenere in considerazione che ogni contatto interumano è a rischio, e quindi dobbiamo gestirli con attenzione. Qualsiasi contatto, anche tra vaccinati con mascherina, con guanti, disinfettati presenta un rischio di contagio, che è prossimo quasi allo 0, però trovandoci quotidianamente in molti contesti di potenziale rischio è bene essere molto cauti e rispettare rigorosamente il “galateo” che ormai conosciamo bene: uso delle mascherine, distanziamento interpersonale, disinfezione delle mani e areazione degli ambienti. E ovviamente procedere con le vaccinazioni, siano esse prime, seconde e terze dosi». 

Continua però a persistere l’esitazione vaccinale.

«I vaccini anti-Covid, alla fine del primo ciclo, danno una protezione in media dell’80 – 85% di evitamento dell’infenzione che, dopo i sei mesi, si riduce circa al 50%, così come evidenziato nell’ultimo report dell’Istituto superiore di Sanità. I vaccini comunque mantengono un alto valore di evitamento dell’insorgenza della malattia grave, con valori che inizialmente si attestano al 95-92%, ma nel corso dei sei mesi si riducono, seppur di poco. In una fase epidemiologica come questa nasce dunque l’esigenza di rinforzare l’immunizzazione dei vaccinati in modo che non facciano parte della quota di “suscettibili”, consolidando la protezione nei già vaccinati: è per questo che viene suggerita la terza dose». 

È periodo anche di vaccinazioni antinfluenzali: si possono effettuare sia la prima, seconda o terza dose anti-Covid sia l’antinfluenzale? Ci sono intervalli temporali da rispettare?

«Non ci sono rischi nel farle entrambe. In precedenza, in termini precauzionali ci era stata data la possibilità di aspettare circa 14 giorni tra una somministrazione e l’altra. Successivamente da ulteriori studi è emerso che non sussiste nessun problema nella somministrazione ravvicinata, se non anche contemporanea, del preparato anti-Covid e di quello antinfluenzale, senza aumento degli eventi avversi, né riduzione dell’efficacia di entrambi i vaccini». 

Tutti gli indicatori in Italia indicano un peggioramento della situazione complessiva. Cosa possiamo aspettarci nelle prossime settimane?

«Purtroppo è una tendenza che c’è in Europa e non poteva non esserci anche in Italia: è il possibile inizio di un colpo di coda della pandemia che potrebbe essere anche impegnativo. Questa continua crescita dei dati epidemiologici con un Rt a 1,21, con un accumulo sempre più di casi positivi e l’aumento del tasso di positività al 2%, secondo i dati del bollettino di oggi, rappresentano numeri che secondo alcuni modelli ci dicono che nell’arco delle prossime 2-3 settimane si potrebbe arrivare anche a 30.000 casi giornalieri, considerando lo scenario meno ottimistico. Questo possibile scenario ci impone l’obbligo di farci trovare pronti in termini organizzativi».

Il maggior incremento dei casi è stato registrato nella fascia 30-50: come si può interpretare questo dato?

«L’incremento registrato dall’Iss nella fascia tra i 30 e 50 anni penso sia in parte legato anche all’azione del tamponamento sistematico che viene fatto a livello lavorativo, che magari non è rappresentativo della popolazione generale, perché si tampona una platea forse circoscritta, composta da molti lavoratori non vaccinati che si sottopongono a tampone per ottenere il Green pass, o comunque anche include anche vaccinati che si sottopongono a controlli periodici. Ma ovviamente i rischi post-contagio che corrono i non vaccinati sono nettamente superiori ai rischi che corrono le persone vaccinate ma che si contagiano». 

L’incidenza è in aumento anche tra i bambini, che non sono però ancora vaccinabili. 

«Molti hanno dei dubbi, io la ritengo fondamentale, i dati a disposizione sono interessanti: bisognerà attendere la decisione dell’Ema. In questa fase la variante Delta non è una passeggiata anche per i più piccoli: l’1% degli under 12 che contraggono il Covid ha degli effetti pesanti, 1 su 1.000 va incontro alla sindrome infiammatoria multisistemica, 1 su 7 rischia il long Covid. Magari in futuro la vaccinazione non sarà più necessaria anche per loro, e si procederà invece una vaccinazione più simile a quella annuale per l’influenza. Ma sino ad allora non bisogna abbassare la guardia, tenendo sempre conto che il virus non si ferma alle frontiere e non riguarda solo l’Italia. Di conseguenza è necessario monitorare e implementare la protezione non solo nel nostro Paese, ma anche a livello europeo e, ovviamente, mondiale». 

Foto in copertina: Fabrizio Pregliasco / Grafica a cura di Vincenzo Monaco

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