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In Iran cresce la paura per un attacco Usa: «Khamenei in un rifugio a Teheran». E il regime simula la distruzione della portaerei statunitense

26 Gennaio 2026 - 09:07 Alessandra Mancini
khamenei-rifugio
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La Uss Abraham si troverebbe ora in prossimità delle acque iraniane. La minaccia del regime: «Non vi avvicinate»

La Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, si sarebbe trasferita in un rifugio sotterraneo a Teheran come misura preventiva di fronte al rischio di un possibile attacco statunitense, diretto contro l’Iran o contro di lui personalmente. A riferirlo è Iran International, testata legata all’opposizione iraniana, che cita due fonti vicine al governo di Teheran. Intanto, la portaerei americana Uss Abraham Lincoln è arrivata domenica sera in Medio Oriente e si troverebbe ora in prossimità delle acque iraniane, secondo quanto riportato dall’emittente israeliana Channel 13. E proprio mentre il gruppo navale faceva il suo ingresso nella regione, il Consiglio di Coordinamento della Propagazione Islamica ha diffuso un video che mostra una simulazione in cui il missile balistico iraniano “Fattah” colpisce e distrugge la portaerei in uno scenario di potenziale conflitto con gli Stati Uniti. L’esercito statunitense sta trasferendo forze ingenti nella regione: oltre alla portaerei, anche 6 navi da guerra, 2 sottomarini, oltre cento aerei da combattimento, decine di aerei di rifornimento e di intelligence, sistemi di intercettazione di missili balistici.

Il messaggio a Trump

L’inviato di Donald Trump, Steve Witkoff, avrebbe inoltre consegnato al presidente americano un messaggio WhatsApp del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e una garanzia scritta del presidente iraniano Masoud Pezeshkian nel tentativo di convincerlo «a rinviare un attacco militare contro Teheran». Lo scrive Israel Hayom, ripreso da Iran International, che cita un funzionario israeliano di alto livello. «Anche ora, mentre arrivano in Israele informazioni e testimonianze degli iraniani e delle agenzie di intelligence di altri paesi della regione, Witkoff continua a insistere per una via diplomatica per risolvere il problema iraniano», ha affermato la fonte.

L’azione militare Usa

EPA/MICHAEL BUHOLZER | Una foto bruciata dell’Ayatollah Khamenei

Tra il 14 e il 15 gennaio scorsi gli Stati Uniti erano a un passo dal lanciare un nuovo attacco militare contro l’Iran, con l’obiettivo di «punire» il regime degli Ayatollah per la repressione delle proteste di massa in corso nel Paese dal 28 dicembre. A fermare l’operazione fu però un “ripensamento” di Trump, che bloccò ogni iniziativa militare. La decisione venne motivata dalla presunta rinuncia, poi smentita, del regime all’esecuzione delle condanne a morte contro i manifestanti. Più verosimilmente, dietro le quinte, pesarono le pressioni di alleati chiave nella regione, preoccupati che un attacco potesse innescare un’escalation capace di incendiare il Medio Oriente, senza peraltro offrire reali garanzie di un difficilissimo cambio di regime a Teheran. Resta comunque elevato il livello di pressione esercitato da Washington sull’Iran, sul piano militare ed economico.

La repressione del regime

Intanto, la repressione del regime non si ferma. E nelle strade dell’Iran la notte dell’8 gennaio potrebbe essere stata la più mortale nella storia della Repubblica islamica e una delle più cruente dell’epoca moderna. Così le organizzazioni di intelligence internazionali – e in particolare gli 007 che operano sotto copertura nel Paese degli Ayatollah – descrivono la mattanza di manifestanti: «Di una portata inimmaginabile». E due alti funzionari del ministero della Salute iraniano hanno dichiarato al Time che durante le proteste antigovernative in soli due giorni sarebbero state uccise fino a 30 mila persone.

Foto copertina: ANSA/IRAN’S SUPREME LEADER OFFICE HAN | La Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei

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