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Olimpiadi, la slittinista Olena Smaha difende l’uso del casco con gli atleti ucraini caduti: «Il ricordo non è una violazione»

11 Febbraio 2026 - 17:50 Alessandra Mancini
L’atleta ucraina ha mostrato la frase sul guanto al termine della gara a Milano-Cortina. Intanto, il Cio cerca un compromesso con Heraskevych: «Può esprimersi prima e dopo la gara»

«Il ricordo non è una violazione». È la frase, scritta sul guanto, che la slittinista ucraina Olena Smaha ha esibito al termine della gara alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Un gesto di solidarietà nei confronti del connazionale Vladyslav Heraskevych, atleta di skeleton, dopo che il Comitato olimpico internazionale (Cio) gli ha impedito di gareggiare con il “casco della memoria”, dedicato agli sportivi ucraini morti dall’inizio dell’invasione russa. Il Cio ne aveva vietato l’utilizzo dopo che l’atleta, uno dei portabandiera dell’Ucraina ai Giochi in Italia, lo aveva indossato alle prove lungo la pista Monti di Cortina d’Ampezzo, suscitando la reazione e il sostegno di Volodymir Zelensky

La regola “50” e la fascia sul braccio

Il casco, secondo la delegazione ucraina, non conteneva slogan politici né messaggi discriminatori ed era già stato approvato sotto il profilo della sicurezza e del rispetto degli standard tecnici. Per il Comitato, tuttavia, il suo utilizzo in gara rientrerebbe nel perimetro della “Regola 50”, che vieta qualsiasi forma di propaganda politica, religiosa o razziale sul campo di competizione. L’organizzazione olimpica sta ora cercando una mediazione con Heraskevych per evitare squalifiche o ulteriori polemiche. In via eccezionale, al posto del casco, sarebbe stata concessa all’atleta la possibilità di indossare una fascia nera al braccio – soluzione normalmente non consentita -, ma lo skeletonista non ha accettato. 

Il Cio: «Può esprimersi prima e dopo la gara»

In conferenza stampa, il portavoce del Cio Mark Adams ha ribadito la volontà di dialogare con l’atleta ucraino. «Vogliamo che gareggi», ha dichiarato, sottolineando che la questione non riguarda il contenuto del messaggio bensì il contesto in cui viene espresso. «Gli atleti vogliono che il momento della gara sia libero da distrazioni. Può mostrare il casco e parlarne prima o dopo la competizione. Non è il messaggio, ma il luogo che conta». Adams ha ricordato che Heraskevych ha a disposizione «molte opportunità» per esprimere il proprio dolore, dai social media alle interviste in zona mista.

Pur cercando di tenerle lontane “in nome dello spirito olimpico”, politica e conflitti tornano a riaffacciarsi sulle Olimpiadi. Non è la prima volta che accade nella storia dei Giochi: nel 1968 i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos furono espulsi dalle Olimpiadi dopo il gesto del pugno chiuso sul podio in sostegno ai diritti civili. Più recentemente, a Parigi 2024, la breaker Manizha Talash, della squadra olimpica dei rifugiati, è stata squalificata per aver indossato durante una gara una mantellina con la scritta «Free Afghan women».

Foto copertina: X | L’atleta ucraina Olena Smaha

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