Luca Ravenna: «L’AI nella stand up? Fa diventare tutto Coca Cola, noi invece dobbiamo puntare a fare il vino»

Mentre l’Italia si fermava per il Festival della Canzone Italiana di Sanremo, alcuni teatri italiani si riempivano fino all’ultima poltrona, sono infatti tanti ad aver preferito alla tradizionale kermesse di febbraio Flamingo, il nuovo spettacolo di stand up di Luca Ravenna. 38 anni, milanese sponda interista ma di adozione romana, laddove anni fa ha contribuito in maniera sostanziale all’esplosione della stand up all’italiana, una sorta di rivoluzione della comicità italiana che dopo la rete e i piccoli club ha conquistato i grandi teatri, collezionando sold out e raggiungendo un risultato che va ben oltre il successo ma la soddisfazione di aver portato, anche in Italia (negli Stati Uniti è un’istituzione dagli anni ’70), un nuovo linguaggio comico, destinato, si ha l’impressione, ancora a grandi cose.
Durante la settimana del Festival di Sanremo hai rappresentato forse l’unica vera controprogrammazione andata benissimo…L’anno scorso tu eri lì con Willy Peyote, che ricordi hai dell’esperienza?
«È divertente, c’è una tensione che io in Italia, così, non l’ho mai vista. Forse alle semifinali di Champions con il Milan, però era una cosa troppo legata al tifo. Certo, combattere da solo contro la più incredibile manifestazione popolare italiana è un po’ difficile, però vabbè».
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Però hai fatto sold out, quindi, insomma…
«Sì, quei giorni ho fatto Roma e Firenze e sono andate tutte e quattro sold out. Il mio dramma era che giocava l’Inter martedì contro il Bodo e io ero sul palco».
Vabbè, ti sei tolto una rogna…
«Si, mi sono tolto una grande rogna».
Gli spettacoli di stand up hanno una trama da raccontare.
«Ci sono dei comici che scelgono di trovare un filo nel racconto, altri no, altri lo nascondono. Io di solito cerco di nasconderlo, perché più espliciti l’ipotetica trama più c’è il rischio che tu ti avvicini a fare quella cosa che io odio, cioè della gretta morale. Come nei film, la cosa bella è far uscire le persone, se ci riesci (ma non ci riesci quasi mai), con due idee. Una: ripetere le battute, è la cosa più bella alla quale puoi aspirare, che uno esca e ripeta una cosa che hai detto. E l’altra è: se gli rimane sottopelle una mezza domanda, veramente come nei film. Poi lo spettacolo, come ogni spettacolo comico, parla molto di quello che ti succede nel momento in cui hai venduto le date e te la stai facendo addosso e devi mettere dentro le cose. Però ovviamente parla molto dello stare al mondo alla mia età, avventure, spero comiche, divertenti e tutto un processo di autoanalisi perpetuo. Spero faccia ridere, le prime date sono andate abbastanza bene, quindi non risponderò in maniera più profonda di un calciatore a fine partita. Poi a fine tour trarrò le somme di tutto».
Ci si abitua alla dimensione alla quale sei arrivato, quella dei sold out nei grandi teatri?
«Più che altro: se le persone spendono di più devi performare meglio, scrivere meglio, sperando anche che l’esperienza ti aiuti. Però io prima di fare il tour faccio sempre un tour di preparazione, quest’anno è stato particolarmente lungo e divertente, nei locali piccoli, perché poi senza quelli non riesci a scrivere bene per le serate grandi».
E lo spettacolo cambia, no?
«Sì, cambia abbastanza, ma è bello e giusto che cambi. Ovviamente, devo essere sincero, c’è un momento in cui vuoi più pressione possibile, come gli sportivi. Fai conto che ieri ho fatto 12 anni che sono sul palco. Come dicono in America: gli anni non si contano in base a quanti anni hai, ma da quanti anni sei sul palco, e io sono all’ultimo anno dell’infanzia, quindi vedremo l’adolescenza come sarà. Abbiamo festeggiato con Daniele Tinti e Stefano Rapone l’altra sera, al Pierrot Le Fou, un locale piccolino piccolino dove ci esibiamo spesso a Roma, proprio perché eravamo molto contenti della cosa».
Pensavate 12 anni fa che il vostro futuro sarebbe stato questo, che la stand up in Italia sarebbe arrivata a certi livelli? E probabilmente non è neanche il livello massimo…
«Speriamo che sia così. La cosa bella è la prima volta che pensi questa cosa: “Da adesso la farò – per citare Sanremo – in tutti i luoghi, in tutti i laghi, ovunque potrò, in qualsiasi modo possibile, immaginabile”. Certo, non sei tu da solo, intorno devi avere la fortuna di trovare persone che ti danno fiducia ad ogni livello, come promoter, agenti e, più di qualsiasi cosa, il pubblico. Perché funzioni un pezzo, perché funzioni tu, ed è una cosa che è meglio non stare a chiedersi troppo, perché sennò ti va in pappa il cervello. E’ bello che sia cresciuto così tanto, in quasi tutte le città italiane, sicuramente lo speravamo tantissimo, però siamo anche quelli che un po’ l’hanno fatto. Quindi boh, vediamo come sarà: si espande, si guadagna ancora di più e poi basta, apriamo tutti dei bistro per perdere soldi, robe tipo il paninaro, il polpettaro, quelle robe a fondo perduto…».
Io solitamente quando intervisto i rapper, specie quelli old school, chiedo sempre come invecchia un rapper, perché è un mestiere legato a una fotta che di solito è giovanile e ho la curiosità di capire in cosa si trasforma crescendo. Per voi nutro una curiosità simile, quindi te lo chiedo: come invecchia un comico?
«Fai finta di non invecchiare. La cosa migliore da fare è cercare di essere aderenti un po’ con i tempi, i modi, le passioni, ma anche un po’ con le sconfitte che vivi crescendo. Perché se continui a scrivere le stesse cose di quando hai 30 anni sembri uno scemo. L’ho visto anche l’altra sera allo spettacolo di Louis CK a Milano. Lui ha 59 anni e comunque ancora sembra il tuo migliore amico. Lui ci scherza sul passare del tempo, quindi non invecchia mai se rimane aderente a se stesso e ti risulta sempre fresco e sempre nuovo. In quel caso è il più forte del mondo, nel nostro caso è cercare di essere un po’ sinceri con sé stessi. Quindi un comico invecchia se fa finta che il tempo non cambi, ed è una cosa che alcuni comici fanno».
Molti grandi comici ad un certo punto smettono di avere qualcosa da dire, è come se quella visione lì si appanni sempre di più fino a sparire. Hai paura che prima o poi ti possa accadere una cosa del genere?
«Sembra veramente una roba da pagina della Smemoranda degli anni ‘90, ma davvero la soluzione è cercare di essere sincero con te stesso. Per me finché rimani lucido puoi continuare senza problemi. E per lucido intendo che non menti a te stesso, non parli di cose che non conosci più, tipo il prezzo della frutta, della verdura, come se ancora non avessi soldi. Non lo fa Ricky Gervais che scherza sull’essere un milionario, perché dovremmo farlo noi che siamo molto meno ricchi e molto meno lucidi e molto meno bravi di lui? Però il percorso è quello».
C’è anche un confronto con la realtà che, tu dici sempre, spesso supera la fantasia e vi brucia anche il momento comico…
«È vero, la percezione di come le notizie vengono raccontate ti può distrarre molto, perché sono troppe, troppo assurde, troppo strambe, con punti di vista troppo poco chiari. Però ecco anche lì non sono le notizie in sé, ma come noi le percepiamo, come l’attualità, che come tu la percepisci è divertente più che l’attualità in sé».
Eventualmente c’è anche l’intelligenza artificiale. Secondo te gira nella stand up come nella musica?
«Allora, sicuramente ci sono i comici che la usano, senza dubbio, persone che scrivono pezzi con l’intelligenza artificiale e non lo dicono. Io spero un giorno di beccarne uno sul palco, spero che succeda perché voglio proprio vedere cosa accade nello sguardo di una persona che è appena scesa dal palco e ha usato dei minuti di fiducia da parte del pubblico non scrivendo lui le cose. Voglio capire cosa vuol dire, qual è la soddisfazione. Perché secondo me è già un miracolo che le persone ti ascoltino, se tu non vai a portargli la tua storia, se non l’hai scritta tu, se non la fai tu, voglio proprio vedere cosa vuol dire. E’ vero che è uno strumento, per carità, per mille lavori fondamentali, ma non sei hai a che fare con l’autorialità, credo, perché sennò poi diventa tutto Coca Cola e invece noi dobbiamo puntare a fare bottiglie di vino, come idea. Sicuramente succede, ci sta anche che va benissimo, è buono per loro, è fantastico, ma poi hanno un quadro di loro vestiti da pagliacci in soffitta che si intristiscono. No, sono due le cose secondo me da non fare nel nostro lavoro: copiare i pezzi e questo».
A te non ti è mai capitato di ascoltare un pezzo e dire secondo me questo è fatto con l’AI?
«No, a me no, perché sono troppo innamorato dell’idea, penso sia troppo difficile stare sul palco a dire cose non tue, troppo difficile per me credere che quella persona abbia fatto una porcata del genere, quindi sono proprio un allocco e mi illudo che non accada mai e sono molto contento di essere così naif, perché io sono seduto lì, mi ascolto un pezzo e mi piace pensare che sia stato proprio fatto in quella maniera, scrivendo».
Nell’ultimo periodo si è parlato tanto di comicità in relazione a quello che è successo a Sanremo con il caso Pucci, tu cosa ne hai pensato di quella storia?
«Ho letto tantissime cose di comici e autori molto più autorevoli di me e gente che soprattutto, e questo è un fattore fondamentale, ha calcato il palco di Sanremo in qualità di comico. Perché sembra una stupidata ma non lo è, ma quel ruolo, quel palco, quel posto, quella pressione, sono incredibilmente forti e pesanti e strani. Come ha detto anche Luca Bizzarri: nessuno può decidere cosa fa ridere. Io sono dell’idea che sia molto interessante il dibattito che ne è scaturito, rispetto al fatto che anche al governo o all’opposizione si sia parlato tanto dell’importanza di un comico e di quello che può dire sul palco. Questo è mille volte più interessante di Pucci in sé, quindi quello mi ha interessato molto, così come mi ha fatto molto ridere Fiorello che l’ha preso in giro».
Alla fine ha rinunciato…
«La cosa molto divertente è che chiunque si sarebbe aspettato che avrebbero scelto un altro comico, lui era libero di fare quello che voleva, non c’era censura, lui ha scelto di non andare, era questione di stile, non esiste la censura, non è quello il punto. Ma fa troppo ridere che per superarlo, come una partita a briscola, non hanno messo un altro comico, ma Irina Shayk. Fa ridere che in Italia, lo dico in maniera più volgare possibile, una bella donna batte la comicità. Hanno detto: “Ragazzi, ragazzi, fermi tutti. Un altro comico non lo troviamo. La figa è l’unica!”, “Oh genio! Genio! Come hai fatto un’altra volta??!!”. Chiunque sia stato, questa è la cosa più interessante: per togliere i problemi in Italia, via la comicità, dentro la pussy e si va a vincere, e lo dico in maniera volgare, così, perché è il risultato che poi ne deriva è quello».
Alla fine è la cosa più bi-partisan che abbiamo in Italia, quella sulla quale nessuno ha mai niente da ridire.
«Non si sbaglia mai, vai proprio sul sicuro. Pure straniera, così si sgrava anche del peso di poter avere un ruolo, una testa legata alla politica italiana e cose così. Ti togli il problema. Però, seriamente, ti dico anche che secondo me fare il monologo comico a Sanremo credo sia difficilissimo. Io sono stato un secondo su quel palco con Willy, dovevo solo dire una frase e non riuscivo a parlare, perché davanti hai gente importantissima, stradirigenti, personaggi dello spettacolo annoiati a morte che devi far riprendere, sopra hai dei pazzi mega fan di Sanremo nella galleria e a casa dieci milioni di persone che giudicano anche se hai un pelo del naso che sta sbucando. È difficile, infatti i grandi comici che hanno funzionato molto ultimamente sono sempre coppie, Pio e Amedeo, Luca e Paolo hanno fatto straridere, io ho questa idea che se sei solo è un casino, se sei in due ti puoi palleggiare bene la cosa e funziona di più, però stiamo parlando di un lavoro difficile, fare il monologo comico a Sanremo è complicato».
Un’altra cosa che ho chiesto a tutti i cantanti in gara al Festival di quest’anno è: “Finisci la frase: se vinco Sanremo…”? A te chiedo: “Finisci la frase: se andassi io a Sanremo…”
«Dovrei cercare proprio di far esplodere la sala, perché se funziona lì, funziona anche a casa, e far esplodere la sala vuol dire cercare di improvvisare il più possibile. Alla fine infatti il grande mattatore comico di Sanremo, quello che gestisce la situazione come se fosse un salotto, c’è ed è Fiorello, e alla fine quella è la via, nessuno come lui, nessuno ha quella confidenza con quel palco, con quel luogo. Quello che devi fare è risvegliare la sala, risvegliare le persone a casa, e tener conto del fatto che un contesto più popolare in Italia non c’è, quindi non puoi andare a fare Orazio sul palco perché non ti è richiesto quello».
Secondo quanto ha detto la destra, Pucci sarebbe stato rifiutato in quanto simpatizzante di quella parte, sarebbe una specie di mosca bianca: l’unico comico di destra in Italia. È vero che tutti i comici sono di sinistra?
«No, per me non è vero. Per dire, non era certo di sinistra il comico che ha pensato bene di passare dal fare i palchi a entrare in politica e tutto quel disastro che si è portato dietro, anche il modo in cui ha intercettato il desiderio della gente di farsi sentire in maniera diversa è stata una cosa di sinistra, e ovviamente mi riferisco a Beppe Grillo. Penso che un comico debba essere sempre libero di sparare a destra e a sinistra, nel momento in cui inizia a fare da grancassa per una parte politica sola è un po’ rischioso. E te lo dico io che mille volte nei pezzi ho scherzato molto più su Salvini che altri, ma anche perché siamo entrambi di Milano ed è il nostro Forrest Gump, tu lo guardi e pensi: “Come ha fatto ad attraversare l’Italia in questo modo con quella testa lì?”; mi sembra più interessante quello. Ma la loro è stata una paraculata inutile, perché se venissero nei club italiani vedrebbero un sacco di comici che flirtano molto più con un’idea individualista della vita anziché insieme».
La provocazione è diventato un elemento d’obbligo per un comico?
«Per molti, anche di questo parla lo spettacolo, scherzo sul fatto che c’è un certo tipo di pubblico che giustamente vuole sentire proprio il sangue, vuole percepire proprio la carne marcia nelle battute. E va bene, va benissimo, è come nella musica: se non c’è un assolo di chitarra non è un pezzo rock, se non c’è una barra dove si parla di attualità non è un pezzo rap contemporaneo. Mode, ci mancherebbe, scrivere porcate comiche è la cosa più facile del mondo, dare addosso a caso è facilissimo, è come mettere la cassa dritta in un pezzo, è ovvio che batti il piede. Scrivere una battuta cercando di capire perché l’hai voluta scrivere è molto più difficile ed è molto più interessante, ma anche lì ognuno ha il suo gusto, e anche il pubblico è libero di scegliere tutto quello che vuole».
Nella prima intervista che ti ho fatto pensando al futuro mi hai parlato del cinema. È ancora quello il sogno?
«Sarebbe bello, è un campionato in cui a un certo punto devi provare a giocare, perché comunque il cinema per quanto stia crollando in maniera verticale nei livelli di vendita, le immagini e i video hanno ancora un potere fortissimo e giustamente, e sarebbe molto bello. Diciamo che non mi viene facilissimo scrivere anche con gli altri, sto imparando, ma a me piace fare i monologhi e devo un attimo diventare più elastico su certe cose. Questo per me è un grave difetto, però lo supererò».
