Ultime notizie Crisi Usa - IranDonald TrumpFamiglia nel boscoGiorgia MeloniReferendum
CULTURA & SPETTACOLOkaty perryModaMusica

La stilista Katie Perry vince contro la cantante Katy Perry. La scomoda omonimia risolta in un tribunale

12 Marzo 2026 - 14:07 Roberta Brodini
katy perry corte australiana
katy perry corte australiana
La designer australiana aveva registrato il suo brand due anni prima, ma nel 2009 l'omonima americana più famosa le aveva intimato di chiuderlo. Mercoledì la rivincita della stilista

Immagina i vantaggi di avere lo stesso nome di una pop celebrity, magari quando devi prenotare un tavolo al ristorante e, con un nome sconosciuto e comune, sembra impossibile trovarne uno libero. E ora, immagina di aver lanciato un brand di vestiti, con il tuo nome, e scoprire che una pop celebrity, famosissima in tutto il mondo per i suoi concerti e tua omologa, vuole fartelo chiudere. È quello che è successo a Katie Perry, nome da nubile di Katie Taylor, una designer australiana che ha cominciato a vivere questo incubo nel 2009 per colpa di Katy Perry, la famosa cantante statunitense. Ma ora un tribunale le ha dato ragione.

Tutto è cominciato nel 2008

Il 2008 è sicuramente stato l’anno di svolta per diverse persone, soprattutto, a quanto pare, per quelle che fanno di nome Katy (o Katie) e di cognome Perry. Una, Katy Perry cantante americana, esce con i singoli I kissed a girl e Hot n Cold e diventa in breve tempo una pop star globale. Un’altra, similmente Katie e sempre Perry, designer australiana – non ancora sposata con il Taylor dal quale anni dopo prenderà il suo nuovo cognome da sposata – lancia dopo tanti sacrifici la sua prima linea di abbigliamento. Fin qui, solo una positiva coincidenza. Fino a quando Katy, la cantante, non nota Katie, la designer, e sguinzaglia i suoi avvocati: non può usare un brand che ha il suo nome. Come riferisce l’imprenditrice australiana alla CNN: «Immagina. Avevo appena lanciato il mio primo show room» nel 2009, a due anni di distanza dal lancio del brand di abbigliamento Katie Perry, che vende capi basici, confortevoli e colorati. «Ero tornata nello show room, c’erano calici di champagne vuoti ovunque e ho aperto il mio account. Tutto quello che ricordo è che guardavo questo messaggio che diceva “cessare e desistere”. Smetti di vendere i tuoi vestiti, chiudi il sito internet e interrompi qualunque pubblicità».

La lotta in tribunale e la rivincita degli underdogs

La comunicazione dagli avvocati della cantante americana, inizio di un’epopea lunga 15 anni, era arrivata poco prima del suo primo tour australiano del 2009. Come riporta CNN, la designer, peraltro fan al tempo della nuova hit I kissed a girl di Perry, scaricata prontamente da iTunes, ha dichiarato: «Ricordo di essere scoppiata a piangere e di aver pensato, perché tutto questo? Non ho fatto niente di sbagliato». Ne è scaturita una battaglia legale lunga quasi due decenni, che ha portato l’Australian High Court a pronunciarsi, questo mercoledì, a favore della Katie australiana. L’uso del marchio “Katie Perry” non trarrebbe infatti in inganno né causerebbe confusione. Non sarebbe quindi assolutamente giustificato chiederne la cancellazione. Dal canto loro, i legali dell’artista statunitense avrebbero fatto sapere con un’email come la cantante, che da tempo fa coppia fissa con Justin Trudeau, ex primo ministro canadese, non abbia mai cercato di chiudere l’attività della signora Taylor o di impedirle di vendere vestiti con l’etichetta KATIE PERRY».

I tentativi di mediazione

Nel corso degli anni non erano mancati trattative e accordi parziali, disattesi però questa volta spesso dall’artista statunitense. L’accordo prevedeva, infatti, che la cantante non potesse usare il label Katy Perry per articoli merchandising appartenenti al mondo dell’abbigliamento, ma solo per musica e intrattenimento. Nel 2019, quindi, la stilista l’aveva citata in giudizio per non aver rispettato l’accordo. Taylor vinse la causa in Corte Federale, ma perse in appello, quando i giudici reputarano legittima la pretesa della Perry cantante di vendere vestiti come articoli di merchandising ai suoi concerti, pratica comune per qualunque artista. Inoltre, avevano giustificato la loro decisione sostenendo che la fama della cantante americana in Australia fosse molto più forte di quella di Taylor, al tempo della registrazione del suo brand di abbigliamento, dando quindi priorità agli interessi della prima su quelli della seconda.

La decisione del tribunale

Per questo motivo, la vittoria in tribunale (l’Alta Corte australiana) di mercoledì di Taylor segna per lei una rivincita degli underdog, gli sfavoriti in partenza, come i piccoli business rispetto ai marchi più grandi e famosi. «Sono pronta a tornare al lavoro», ha dichiarato, «ma senza questa spada di Damocle sulla mia testa, come è stato sin dal 2009. Un senso di pesantezza e molta paura, un limbo. Ora posso davvero cominciare a guardare avanti e a focalizzarmi sul futuro».

La scelta del nome

La questione delle omonimie non sembra però essere nuova per Katy Perry, ed è all’origine stessa del suo nome d’arte – che del tutto d’arte non è in realtà – essendo Perry il cognome da nubile della madre. Il suo vero nome all’anagrafe, infatti, è Katheryn Elizabeth Hudson, e agli esordi della sua carriera si faceva chiamare Katy Hudson, nome che a molti risuonerà familiare. Ricorda infatti molto quello dell’attrice, Kate Hudson, figlia della famosissima attrice Goldie Hawn e del cantante e attore Bill Hudson, con la quale la cantante non voleva essere confusa. Dopo il fiasco del suo primo album del 2001, intitolato proprio Katy Hudson, aveva poi deciso di cambiare il suo cognome in Perry, che l’ha accompagnata nel sua scalata globale, facendole vendere 200 milioni di copie, ottenere tredici nomination ai Grammy e vincere cinque American Music Awards e sette MTV Video Music Awards.

leggi anche