Andrea Sempio, tutte le accuse su Garlasco: gli audio su Chiara Poggi e Stasi, le ricerche sul satanismo e l’impronta «bagnata»

È un puzzle ampio e complesso quello ricostruito dai carabinieri di Milano a carico di Andrea Sempio. A 19 anni dal delitto di Chiara Poggi a Garlasco il 13 agosto 2007, i militari del Nucleo investigativo di Milano Moscova, guidati dal comandante Antonio Coppola, hanno consegnato alla Procura di Pavia un’informativa di 310 pagine che ribalta il quadro che ha portato alla condanna in via definitiva per il fidanzato della vittima, Alberto Stasi. Da oltre dieci anni in carcere, oggi è semilibertà a Bollate. Si è commosso con la sua legale, Giada Bocellari, quando ha saputo gli ultimi dettagli emersi proprio dall’informativa. E ora spera ancora di più nella revisione del suo processo. E quei dettagli vanno a completare un quadro indiziario che punta tutto sul 38enne amico del fratello della vittima, unico indagato oggi per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti. Il puzzle messo insieme dagli investigatori, coordinati dal procuratore Fabio Napoleone, comprende soliloqui captati in auto, ricerche online che sfiorano il satanismo, manoscritti, l’«impronta 33» sul muro della cantina, il Dna sulle unghie della vittima e dubbi pesanti sullo scontrino del parcheggio usato come alibi. In parallelo si apre per Alberto Stasi, oggi in semilibertà a Bollate, una possibile strada verso la revisione del processo.
Le frasi di Sempio intercettato in auto: «bella stronza» e quei video intimi
Tra gli elementi più pesanti ci sono le registrazioni captate dentro la sua Panda, dove il 38enne ragiona ad alta voce. Il 14 aprile 2025, riporta Libero, Sempio ricostruisce le chiamate fatte a Chiara nei giorni precedenti l’omicidio: «lei mi ha messo giù… e ha messo giù il telefono… ah ecco che fai la dura», per poi sfogarsi con un «cioè è stata bella stronza». Nello stesso flusso compare il riferimento a un filmato intimo della ragazza con Stasi: «anche lui lo sa… perché ho visto… dal suo cellulare… e io ce l’ho… dentro la penna», allusione a una pendrive sulla quale Chiara avrebbe trasferito quei video. Un dettaglio che, sottolineano i militari, in quel momento non era ancora emerso pubblicamente. La difesa, affidata agli avvocati Angela Taccia e Liborio Cataliotti, respinge la lettura accusatoria e sostiene che il loro assistito stesse soltanto commentando un podcast sul caso Garlasco.
«Il sangue c’era»: la frase del 12 maggio 2025 che inguaia l’indagato
C’è poi un’altra registrazione, datata 12 maggio 2025, in cui Sempio commenta il racconto di Stasi sulla scoperta del cadavere. A un certo punto pronuncia una frase che gli inquirenti considerano un’ammissione: «quando sono andato io… il sangue c’era». I carabinieri la interpretano come un lapsus, leggendo «quando sono andato via io» dalla villetta di via Pascoli, scrive Il Giornale. Secondo la difesa di Sempio, invece, il 38enne ricostruiva le parole usate da Stasi in sua difesa. Il riferimento è alle macchie ematiche all’ingresso e sulle scale che portano alla cantina, dettaglio che contraddice la versione di Stasi, sempre convinto di aver evitato le tracce perché ormai secche. La cronologia ricostruita dalla Procura colloca l’omicidio tra le 9.12 (quando Chiara disinserisce l’allarme) e le 11.25, con un’arma compatibile, secondo l’anatomopatologa Cristina Cattaneo, con un martello a testa squadrata.
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Test del serial killer e satanismo: le ricerche online che pesano
Capitolo centrale dell’informativa è quello sui contenuti digitali. Dall’hard disk recuperato durante la perquisizione del 14 maggio 2025 (in casa, sottolineano i militari, non c’era alcun computer attivo, circostanza definita «assolutamente singolare») emerge un interesse documentato per «il satanismo, gli omicidi, gli assassini, i predatori sessuali, la violenza sulle donne, i cadaveri e la decapitazione, l’esame autoptico e i fenomeni cadaverici». La sera del 13 luglio 2014 Sempio digita su Google «test psicologico killer», poi clicca su «scopri il serial killer che è in te: quanto sei psicopatico da uno a dieci?». In una memoria esterna viene recuperato anche un file Word intitolato «Genesi dell’aggressione predatoria». E dai diari, scrive Il Messaggero, emergono sogni in cui Sempio «si descrive come protagonista violento» che accoltella persone e aggredisce ragazze.
L’impronta 33 sul muro della cantina e il Dna sulle unghie
Sul piano materiale, la prova considerata più solida è l’impronta 33, attribuita a Sempio sulla base di 15 minuzie. È una traccia che il Ris di Parma, già nel 2007, aveva isolato sulla parete delle scale che scendono in cantina, a un passo dal corpo. L’allora comandante della sezione impronte, il tenente colonnello Aldo Mattei, la descrive ai colleghi di Milano come una mano destra «evidente» e «bagnata», con un colore acceso compatibile con sudore o sangue. Sul gradino zero è stata isolata anche la traccia «N», lasciata dal tacco dell’aggressore. Posizione e misurazioni, scrivono i carabinieri, «risultano perfettamente compatibili» con le caratteristiche fisiche dell’indagato, il cui Dna mitocondriale era già stato recuperato sotto due unghie di Chiara. Anche le scarpe parlano nella stessa direzione: la Cassazione aveva fissato il numero 42 sull’aggressore, mentre le nuove misurazioni antropometriche puntano al 44 di Sempio.
Lo scontrino del parcheggio di Vigevano e l’alibi che traballa
Si sgretola anche l’alibi storico, costruito attorno a uno scontrino del parcheggio di Vigevano relativo al 13 agosto 2007. In una conversazione del 22 ottobre 2025, captata mentre i genitori sono in auto, Daniela Ferrari dice al marito: «adesso c’è un familiare che dice che lo scontrino non lo ha fatto né l’Andrea né i suoi familiari». E Giuseppe Sempio risponde, ridendo, con un passaggio che gli investigatori giudicano decisivo: «perché comunque lo scontrino lo hai fatto tu!». Più tardi la donna piange: «è colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino, gli ho rovinato la vita». Per i carabinieri, ricorda Libero, l’orario di emissione del biglietto alle 10:18 è incompatibile con la partenza dichiarata alle 10.00, anche perché tra le 09.58 e le 12.18 il cellulare di Sempio aggancia in modo continuativo la cella di Garlasco di via Santa Lucia.
La prima indagine del 2017 e l’ipotesi corruzione su Mario Venditti
Un intero capitolo è dedicato alle anomalie dell’indagine archiviata nel 2017. Da una rilettura delle vecchie intercettazioni, riportata da La Stampa, emergono dialoghi inediti tra Giuseppe Sempio e la moglie sull’allora procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, oggi indagato a Brescia per corruzione in atti giudiziari. «Va beh però ci ha fatto le domande dalla parte nostra», commenta il padre dopo l’interrogatorio. Poi il passaggio più schietto: «adesso bisogna che troviamo la formula di pagare quei signori là». Su un appunto sequestrato compare la cifra di 56mila euro in contanti, da raccogliere passando per Silvia, una delle sorelle di Giuseppe, «perché è quella che ha sempre fatto girare più soldi». A insospettire gli inquirenti non è solo il metodo, ma anche la sproporzione tra l’importo e l’attività professionale realmente svolta, cioè tre mesi di indagine e l’assistenza per un solo interrogatorio.
Lo «scontro tra procure» e l’esposto suggerito da Laura Barbaini
L’informativa ricostruisce infine quello che gli investigatori definiscono un possibile «scontro tra procure» in grado di influenzare il corso dell’inchiesta. In una conversazione captata, Giuseppe Poggi dice al figlio Marco che l’ex sostituta procuratrice generale di Milano Laura Barbaini, che aveva sostenuto l’accusa nel processo d’appello bis a carico di Stasi, avrebbe consigliato ai legali della famiglia «di fare un esposto alla Procura generale di Milano», quasi a evocare un «potere censorio» sull’attività dei pm pavesi. I carabinieri richiamano anche l’inchiesta di Brescia, dalla quale risulterebbe «senza ombra di dubbio» che documenti riservati siano arrivati «illecitamente» al consulente della difesa, il generale Luciano Garofano, già il 17 gennaio 2017. Durissima la replica degli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, legali della famiglia Poggi: per loro le indagini di Milano Moscova sono state «gravemente condizionate da contesti poco trasparenti e da impropri collegamenti con specifici ambienti giornalistici».

