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I carabinieri di Milano e la «grande superficialità» nelle prime indagini su Sempio: i casi dei documenti “sfuggiti” su Stasi e i pedali della bici

08 Maggio 2026 - 15:39 Giovanni Ruggiero
andrea sempio chiara poggi alberto stasi
andrea sempio chiara poggi alberto stasi
In una parte dell'informativa, i carabinieri di Milano Moscova puntano l'attenzione su diversi aspetti controversi che hanno caratterizzato le prime indagini sul delitto Garlasco. Le accuse anche alle «suggestioni cavalcate dai media», che avevano portato alla condanna di Alberto Stasi
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Nell’inchiesta della Procura di Brescia che vede indagati per corruzione in atti giudiziari l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti e il padre di Andrea Sempio, è emerso «senza ombra di dubbio» che gli avvocati che all’epoca assistevano Sempio «fossero venuti in possesso illecitamente della documentazione» finita poi, il 13 gennaio 2017, nelle mani del generale Garofano, consulente della difesa nella prima indagine archiviata. È quanto scrivono i carabinieri di Milano in una corposa annotazione all’interno dell’informativa sul delitto di Garlasco. I documenti in questione sono l’esposto presentato dalla difesa di Alberto Stasi e la consulenza Fabbri-Linarello sul Dna rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi.

La «grande superficialità» della prima indagine pavese

L’informativa dei militari del Nucleo investigativo del capoluogo lombardo si estende per oltre trecento pagine e ricostruisce anche elementi già noti del filone bresciano, concentrandosi sull’inchiesta archiviata fra il 2016 e il 2017. Gli investigatori parlano apertamente di «grande superficialità» e segnalano contatti tra un certo Sapone, ex carabiniere in servizio a Pavia, e Sempio, definiti «assolutamente ingiustificati» e mai citati nelle annotazioni sui tabulati telefonici. Una serie di elementi, dunque, che secondo i militari avrebbero compromesso la trasparenza della prima istruttoria.

Il caso Pappalardo e le tre fotografie agli atti

Tra i nomi che ricorrono nell’annotazione c’è anche quello di Maurizio Pappalardo, ex comandante del nucleo informativo del comando provinciale di Pavia, condannato a cinque anni e otto mesi nel processo “Clean 2” per corruzione e stalking. Stando alla ricostruzione dei carabinieri, il 24 dicembre 2016, mentre era fuori servizio, Pappalardo si sarebbe presentato in Procura a Pavia. Sul suo cellulare gli inquirenti hanno trovato tre scatti contenenti parte del materiale del primo fascicolo a carico di Sempio, realizzati il giorno prima della sua visita. Per i militari, l’ex ufficiale potrebbe rientrare «nel novero dei soggetti» che in modo illecito avrebbero permesso a Sempio di accedere a carte che gli erano precluse.

Da dove arrivano davvero quei documenti

Diverse pagine dell’annotazione sono dedicate alla “fuoriuscita” dell’esposto Stasi e della consulenza tecnica, comprese la testimonianza di Garofano resa ai pm bresciani e le analisi sui documenti acquisiti. Secondo i carabinieri, si può escludere che le carte arrivate al consulente tramite l’avvocato Soldani, ex difensore di Sempio, provenissero dal fascicolo pavese o da quello della Corte d’Appello di Brescia. Gli investigatori puntano invece l’attenzione su un dettaglio che definiscono «suggestivo»: alcuni appunti manoscritti rinvenuti nei faldoni della Procura Generale di Milano relativi al processo d’appello bis a Stasi avrebbero «tratti simili» a quelli scritti sul post-it rimasto sulla copia consegnata a Garofano. L’ipotesi è che quei documenti siano usciti proprio dal fascicolo della procura generale milanese.

«La condanna di Stasi una suggestione cavalcata dai media»

Nella stessa informativa i carabinieri tornano poi sull’impianto accusatorio che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi e usano parole nette. «Appare francamente difficile percorrere con logica il filo di una suggestione creata in fase processuale e cavalcata mediaticamente in 18 anni», si legge. «Tutti gli elementi, o presunti tali, di questa vicenda sono contradditori». Analizzando le evidenze che a loro avviso escluderebbero Stasi come autore del delitto, ora contestato ad Andrea Sempio nella nuova inchiesta, gli investigatori parlano di passaggi «incomprensibili» e «paradossali».

Il giallo della bicicletta nera e dei pedali smontati

I militari affrontano poi la questione della bicicletta, ricordando la convinzione, granitica fra tanti in quegli anni, che Stasi avesse nascosto «con la complicità più o meno consapevole di altri soggetti, anche inquirenti» la bici nera usata per raggiungere via Pascoli. I carabinieri spiegano che, anche ammettendo che «un assassino così freddo e calcolatore» fosse stato sciatto al punto da non farla sparire del tutto, restano nodi «francamente incomprensibili». L’unica testimone giudicata «totalmente attendibile» aveva descritto un mezzo «con estrema precisione», completamente diverso da quello sequestrato nel 2014. E poi c’è il punto controverso dei pedali: per i militari «è impossibile spiegare un atto più illogico ed incongruente» dello scambio. Perché mai, si domandano, lo Stasi presentato come lucido pianificatore «non fa sparire completamente la bicicletta Holland», preferendo invece smontare i pedali e rimontarli su un altro mezzo da consegnare agli inquirenti.

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