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Roberto Baggio e il ricordo avvelenato sulla finale di Usa ’94: «Perché Sacchi non mi voleva». Il rigore che «sogno di continuo» e la delusione da Trapattoni

10 Maggio 2026 - 08:52 Giovanni Ruggiero
Roberto Baggio
Roberto Baggio
Intervistato dal Corriere della Sera, il "Divin Codino" confessa come oggi riesce ad addormentarsi, quando torna a tormentarlo il ricordo di quel rigore sbagliato a Pasadena trent'anni fa. I rapporti complicati con gli allentatori: cosa racconta su Lippi, Sacchi e Trapattoni
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Quel pomeriggio del 17 luglio 1994 al Rose Bowl di Pasaden è rimasto tatuato nella memoria tanto di Roberto Baggio quanto di milioni di tifosi italiani. In una lunga intervista al Corriere della Sera, firmata da Aldo Cazzullo e Carlos Passerini, Roberto Baggio torna sul maledetto rigore calciato sopra la traversa nella finale Mondiale contro il Brasile e ammette di non essersi ancora perdonato. «Mi sentii in colpa con tutti gli italiani. Non avevo mai calciato un rigore sopra la traversa». Quel capo chino e le mani in faccia erano diventati un’immagine iconica, niente di studiato: «Era semplicemente quello che sentivo – spiega Baggio – Un modo silenzioso, forse inconsapevole di chiedere scusa all’Italia». In Brasile c’è chi sostiene che a deviare il pallone sia stato lo spirito di Ayrton Senna, scomparso pochi mesi prima, e Baggio non liquida la suggestione: «Sono cose che appartengono al mistero, alla sensibilità di ciascuno».

Perché Sacchi non lo voleva in finale contro il Brasile

Il rapporto complicato con Arrigo Sacchi alla vigilia della sfida con il Brasile avrebbe pesato non poco su quel che è successo poi in campo. Baggio non accusa apertamente, ma lascia intendere: «Sarebbe ingiusto attribuire ad altri intenzioni che non posso conoscere fino in fondo», premette, prima di aggiungere: «Percepii una situazione ambigua. Forse si pensava che una vittoria senza di me avrebbe esaltato ancora di più il gruppo. E forse, in caso di sconfitta, la mia assenza avrebbe potuto diventare un alibi». Un sospetto che pesa ancora di più se messo accanto al ricordo della partita con la Norvegia, quando dopo la sostituzione si lasciò sfuggire davanti alle telecamere il celebre «questo è matto», riferito al ct azzurro. Eppure il giorno prima Sacchi lo aveva chiamato in camera: «Tu per noi sei quello che Maradona è per l’Argentina». Per arrivare a quella finale di Pasadena, ricorda, era ridotto a un rottame. Aveva dente spaccato da una gomitata in semifinale con la Bulgaria, riparato in fretta dal dentista, e prove di tiro nella sala matrimoni dell’albergo di Los Angeles per capire se il suo corpo reggesse ancora.

Come convive oggi con quel pallone «sospeso»

A più di trent’anni di distanza, quel tiro continua a inseguire Baggio: «Lo sogno di continuo», confessa al Corriere. «A volte invece ci penso da sveglio, nel letto, quando non riesco a prendere sonno. Immagino di segnare. E mi addormento». La rielaborazione, racconta, passa anche dal Buddhismo, abbracciato a fine anni Ottanta grazie all’amico Maurizio Boldrini, titolare di un negozio di dischi dove si fermava dopo gli allenamenti: una pratica quotidiana, preghiera mattina e sera, mai saltata. «Quel pallone ancora oggi per me resta sospeso in un luogo difficile da raggiungere con le parole», dice, e parla apertamente di un karma che starebbe scontando in questa vita, fatto di infortuni, dolore fisico e ostilità. La consolazione arriva dall’affetto della gente, che lo commuove ancora: «L’amore ricevuto non cancella il dolore, ma lo illumina».

Trapattoni e l’esclusione dal Mondiale 2002: «Ho paura che ti fai male»

L’altra ferita aperta porta il nome di Giovanni Trapattoni e dei Mondiali del 2002 in Brasile. Baggio dice di aver lavorato come un ossesso per recuperare, al punto da dire alla moglie Andreina di scordarsi di avere un marito. Poi quella telefonata, ricevuta sul terrazzo di casa a Caldogno mentre era con la figlia Valentina: «Non me la sento di portarti, ho paura che ti fai male». Una motivazione che ancora oggi il Divin Codino non manda giù: «Avevo dimostrato di non temere nulla. E se mi fossi infortunato avrei chiuso alla grande, al Mondiale». Sul rapporto difficile avuto con alcuni allenatori, da Sacchi a Marcello Lippi all’Inter, di cui parla nel libro «Luce nell’oscurità» in uscita la prossima settimana per Rizzoli, sceglie una lettura più diplomatica: «A volte ho avuto la sensazione che alcuni allenatori facessero fatica ad accettare che attorno a un calciatore ci fosse tanta attenzione. Forse non era gelosia in senso banale, ma il bisogno di affermare un’autorità».

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