Il caso dell’invito dell’Ue ai talebani, la lettera di Bruxelles sui migranti che fa discutere: qual è la situazione in Afghanistan

L’Ue torna a discutere di rimpatri. Questa volta, però, il focus è sui migranti afghani. La Commissione europea ha confermato ieri di aver invitato a Bruxelles funzionari dei talebani per un «incontro tecnico» sul tema. A renderlo noto è stato Markus Lammert, portavoce europeo per gli Affari interni, durante il briefing quotidiano con la stampa al palazzo Berlaymont. «La Direzione generale Affari interni della Commissione, insieme al ministero della Giustizia svedese, ha inviato una lettera alle autorità de facto dell’Afghanistan per verificare la disponibilità a partecipare a un incontro tecnico a Bruxelles». Non si tratta di un riconoscimento ufficiale del regime talebano, tornato al potere nel 2021, ma di un tentativo – contestato da più parti – di affrontare il nodo dei flussi migratori legati alla sicurezza, uno dei temi più sensibili dell’agenda politica europea.
Quali migranti vuole rimpatriare l’Ue?
Si tratta del secondo confronto del 2026 tra Bruxelles e le autorità afghane. Un primo incontro tecnico si era già svolto a gennaio in Afghanistan, nell’ambito di un’iniziativa sostenuta da 20 Stati membri dell’Ue e Paesi associati Schengen. A spingere maggiormente per aprire un dialogo con Kabul sono stati Austria, Svezia e Germania, dove – in quest’ultimo Paese – il tema è tornato al centro del dibattito dopo un attacco con coltello compiuto da un cittadino afghano già destinatario di un ordine di espulsione. La Commissione ha chiarito che i rimpatri riguardano persone che «non hanno il diritto di restare nell’Unione europea» e che rappresentano «una minaccia per la sicurezza». Le decisioni spettano comunque ai singoli Stati membri e vengono valutate caso per caso. Bruxelles sostiene, inoltre, di avere un mandato del Consiglio europeo per mantenere contatti operativi con Kabul, così da facilitare il dialogo, monitorare la situazione e continuare a fornire supporto alla popolazione afghana.
Perché per molti Paesi e Ong è «controverso» l’invito ai talebani?
Questa volta, però, il confronto con i talebani si svolge a Bruxelles. Una prospettiva che ha già sollevato forti critiche da parte di alcuni gruppi politici europei, tra cui Verdi e Sinistra Ue, che chiedono il ritiro dell’invito, oltre che da numerose organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani. Per quest’ultime, infatti, il dialogo con il gruppo di fondamentalisti islamici mina «i principi fondanti dell’Ue» e invitano i 27 a dare priorità alla «protezione dei rifugiati afghani» rispetto «alle espulsioni». «È profondamente allarmante che si stiano svolgendo discussioni sulla deportazione degli afghani verso un Afghanistan controllato dai talebani», ha dichiarato Reshad Jalali, responsabile politico senior del Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli (ECRE) a Reuters, citando i rischi di persecuzione e le violazioni del principio di non-refoulement.
Qual è la situazione in Afghanistan?
Dal ritorno al potere dei talebani nel 2021, dopo il ritiro delle truppe Usa, centinaia di migliaia di afghani hanno chiesto asilo in Europa. Sebbene la normativa europea consenta il rimpatrio di persone condannate per reati gravi o considerate una minaccia per la sicurezza, i rimpatri verso l’Afghanistan sono rimaste limitate proprio a causa dell’assenza di relazioni diplomatiche con il regime. Gli afghani continuano, inoltre, a rappresentare la nazionalità con i più alti tassi di riconoscimento dell’asilo nell’Ue, nonostante negli ultimi anni le politiche migratorie europee siano diventate progressivamente più restrittive.
E poi c’è la situazione nel Paese. L’Afghanistan sta attraversando una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Secondo il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, oltre 17 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare, mentre il Paese deve far fronte anche al rientro di decine di migliaia di rimpatriati provenienti da Iran e Pakistan. Ma non solo. Dal 2021 i diritti fondamentali sono stati progressivamente smantellati. Le donne hanno visto ridursi drasticamente la libertà di movimento, mentre alle ragazze è stato vietato proseguire gli studi oltre la scuola primaria. Il regime ha inoltre imposto rigide norme “morali” che limitano la libertà di espressione e l’accesso al lavoro. Un contesto che, secondo le organizzazioni umanitarie, rende particolarmente rischioso qualsiasi rimpatrio, perché potrebbe esporre le persone a «persecuzioni, violenze e gravi abusi».
Foto copertina: ANSA/ALEXANDER ZEMLIANICHENKO | Abdul Salam Hanafi, vice primo ministro del governo ad interim talebano, parla con i membri della sua delegazione a Mosca, il 20 ottobre 2021

