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Dall’AI al cloud, tutti vogliono costruire data center in Lombardia. Ma è scontro sulla nuova legge regionale: «Così si consuma altro suolo»

14 Maggio 2026 - 17:07 Gianluca Brambilla
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La giunta Fontana ha presentato una proposta di legge per gestire meglio il boom di investimenti da parte dei colossi del settore. Ma opposizioni e comitati locali non ci stanno
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Ogni ricerca online, ogni video in streaming, ogni pagamento digitale, ogni prompt inviato a un chatbot di intelligenza artificiale finisce prima o poi nello stesso luogo: un data center. Per anni, questi capannoni invisibili della nostra vita digitale sono rimasti sullo sfondo. Oggi, complice l’espansione dei servizi di cloud e dell’AI, la loro costruzione ha dato vita a un mercato enorme e in costante crescita. I principali colossi del settore, da Microsoft ad Aws, hanno messo gli occhi sull’Italia. E c’è una regione che da sola raccoglie buona parte degli investimenti, la Lombardia, dove da giorni si discute di una nuova legge regionale volta proprio a regolare la costruzione dei data center.

Il mercato dei data center in Italia

Secondo un rapporto di A2A e Teha, nel 2024 in Italia erano attivi 168 data center, per una potenza nominale complessiva di 513 MW. Di questi, 318 MW erano in Lombardia e 238 MW nella sola Città metropolitana di Milano: quasi la metà della capacità nazionale. Se si continuano a costruire data center è anche perché cresce il valore economico dei dati. Nel 2024, Microsoft ha annunciato un investimento da 4,3 miliardi di euro in due anni per potenziare in Italia infrastrutture cloud e AI, con un focus sulle regioni del Nord. Amazon Web Services ha previsto oltre 1,2 miliardi di euro in cinque anni per espandere la propria infrastruttura cloud italiana, con ricadute stimate anche su occupazione, manutenzione, costruzione e filiera tecnica.

La Lombardia prepara una legge regionale

La Lombardia è in prima linea in questa corsa, nel bene e nel male. Nel bene, perché offre clienti ad alto valore (banche, finanza, grandi imprese) e una rete infrastrutturale più sviluppata di altre aree. Nel male, perché i data center consumano suolo, energia, materiali, acqua per il raffreddamento. È in questo contesto che arriva la proposta di legge sui data center, approdata in Consiglio regionale proprio nei giorni scorsi e la cui approvazione è prevista per il 26 maggio. La giunta di Attilio Fontana presenta l’intervento come un tentativo di mettere ordine in un settore cresciuto rapidamente e finora regolato in modo frammentario.

La novità principale è un aumento degli oneri di costruzione nelle aree rurali e nelle vicinanze dei parchi, rispettivamente del 50 e del 75 per cento. Nel testo, inoltre, viene indicata come prioritaria la scelta di aree dismesse, già urbanizzate o da rigenerare. Ma per opposizioni, ambientalisti e comitati locali questa priorità non basta: senza un vincolo vero e proprio, sostengono, resta aperta la possibilità di costruire anche su suolo agricolo o libero, peraltro in una regione che ha già il record italiano di consumo di suolo. La proposta di Regione Lombardia, infine, punta a incentivare l’utilizzo delle rinnovabili e a usare in modo virtuoso l’acqua prodotta dai data center, per esempio attraverso il teleriscaldamento.

La protesta di ambientalisti e opposizioni in Lombardia

La protesta contro la costruzione di data center non è contro la tecnologia in sé. Piuttosto, contro le ricadute negative che rischia di avere. Innanzitutto, per il consumo di acqua e di energia. Ma anche per i benefici occupazionali, ben più miseri rispetto a quelle offerte da altri settori, come la logistica. «Il M5s non è contrario a prescindere ai data center, vogliamo però che venga regolamentata la loro distribuzione sul territorio e soprattutto che questo non comporti un ulteriore consumo di suolo», ha spiegato la consigliera regionale Paola Pizzighini. Ancora più duro Onorio Rosati, consigliere di Avs, che parla di una «brutta legge scritta dalle lobby», che «si preoccupa di accelerare e semplificare l’iter autorizzativo», ma non si cura «degli impatti ambientali e territoriali che ciascun data center crea».

Il nodo dell’elettricità e il boom di richieste a Terna

Il nodo più delicato resta l’elettricità. I data center non hanno consumi intermittenti come molte attività produttive: lavorano giorno e notte, con carichi elevati e continui. Secondo Terna, a fine gennaio 2026 le richieste di connessione alla rete di trasmissione nazionale per data center erano 449, per 78,79 GW. Un dato enorme, ma che va letto con cautela: non tutti i progetti arriveranno davvero alla costruzione. La Lombardia, anche in questo caso, è la regione più esposta, con 266 istanze di allacciamento alla rete per 39,47 GW di potenza, circa la metà della domanda nazionale.

Le domande ancora aperte sono tante: chi paga l’adeguamento della rete? Con quale energia verranno alimentati questi impianti? Chi costruisce data center può stipulare contratti da rinnovabili, recuperare calore da usare per il teleriscaldamento e progettare sistemi sempre più efficienti. Ma senza regole e obblighi chiari il rischio è che la transizione digitale finisca per mettere i bastoni tra le ruote alla transizione ecologica. Peraltro, senza portare grandi benefici sui territori.

Foto copertina: Dreamstime/Vladimir Timofeev

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