Alla ricerca dell’hantavirus: la missione degli scienziati tra i topi di Ushuaia

Una missione scientifica iniziata ieri 18 maggio nella Terra del Fuoco mira a cercare i topi portatori del ceppo andino dell’hantavirus. La provincia argentina ha negato con forza sin dallo scoppio dell’epidemia sulla nave da crociera Hondius Mv che il contagio sia avvenuto in loco. L’agenzia France Presse racconta che i biologi di Buenos Aires hanno iniziato a posizionare trappole in diverse località dell’isola meridionale. Con l’obiettivo di analizzare i roditori e accertare la presenza del virus.
Il ceppo andino dell’hantavirus
Il ceppo andino dell’hantavirus ha compiuto il salto di specie e ora può contagiare l’uomo. Ma è ufficialmente assente nella Terra del Fuoco, a differenza delle province andine più a nord come Rio Negro e Chubut, che si trovano a 1.500 chilometri di distanza. Il paziente zero della Hondius, un cittadino olandese, aveva soggiornato a Ushuaia per 48 ore prima di imbarcarsi. I biologi e il personale del Parco Nazionale erano attrezzati con guanti e mascherine. Hanno installato decine di piccole gabbie metalliche sui sentieri. Altre trappole sono state collocate nel Parco Nazionale della Terra del Fuoco, un’area di 70 mila ettari di foreste, laghi e montagne a 15 km da Ushuaia. Secondo una fonte sanitaria locale, in totale sarebbero state dispiegate fino a 150 trappole.
Il topo
L’obiettivo è un roditore oggetto di dibattito scientifico locale. Potrebbe trattarsi del ratto dalla coda lunga (Oligoryzomys longicaudatus) o di una sua sottospecie, il ratto dalla coda lunga di Magellano (Oligoryzomys magellanicus), che si differenzia per alcuni aspetti. «Per alcuni si tratta della stessa specie, per altri di una sottospecie, ma l’importante è analizzare se una di queste sia infetta dall’hantavirus», spiega all’Afp Juan Petrina, responsabile del servizio di epidemiologia provinciale. Il ratto dalla coda lunga è un piccolo roditore, lungo 6-8 centimetri, ma con una coda che può raggiungere i 15 cm. Vive in ecosistemi boschivi e arbustivi, nidificando, ad esempio, nelle cavità degli alberi, ed è notturno, con una dieta a base di frutta e semi. Da qui l’uso delle trappole, posizionate di notte e controllate al mattino.
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Gli esami
Una volta catturati i roditori, verranno prelevati campioni di sangue e tessuti presso «un centro di trattamento allestito secondo rigorosi standard di biosicurezza», ha spiegato il ministero della Salute nazionale in un comunicato. I risultati dovrebbero essere disponibili entro quattro settimane. Nelle ultime due settimane, le autorità della Terra del Fuoco hanno combattuto contro i sospetti che l’infezione da Hondius abbia avuto origine lì. La provincia, insistono, non ha registrato casi di hantavirus da quando la sua segnalazione è diventata obbligatoria 30 anni fa. Né prima, secondo gli scienziati locali.
Il potenziale pericolo
I quali però valutano con favore la missione dell’istituto di ricerca sulla malattie infettive. Perché servirà a «valutare con maggiore precisione il potenziale pericolo rappresentato dai roditori locali», spiega Guillermo DeFerrari, biologo del Centro Meridionale per la Ricerca Scientifica (CADIC). Il suo collega, Sebastian Poljak, esperto di mammiferi locali, ritiene che ciò dovrebbe «eliminare definitivamente l’idea che l’hantavirus sia presente qui». La Terra del Fuoco è un arcipelago di isole separate dalla terraferma dallo Stretto di Magellano. La popolazione di roditori della Terra del Fuoco presenta un significativo grado di isolamento rispetto ad altre. Pertanto, gli scienziati, pur non potendo confermarlo in modo definitivo, propendono per lo scenario di un’infezione da parte del paziente zero in un’altra regione: la coppia olandese aveva viaggiato a lungo in Argentina per quattro mesi, con incursioni in Cile – dove è presente l’hantavirus – e in Uruguay.
La Terra del Fuoco
Le autorità locali, dal canto loro, sperano che la missione Malbran escluda definitivamente l’ipotesi di un contagio locale e rassicuri il settore turistico. Mentre Ushuaia sta vivendo un rallentamento all’inizio dell’inverno, le crociere (da settembre ad aprile) portano fino a 200 mila visitatori all’anno. I “Fueguinos”, ovvero gli abitanti di Ushuaia, interpellati dall’AFP non sembrano preoccupati. «Sappiamo che qui non c’è mai stato un hantavirus e i turisti non fanno nemmeno domande», ha assicurato Juan Cores, un dipendente del “Treno per la Fine del Mondo”, il treno a vapore che offre un tour di Ushuaia.

