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Luca Parmitano: «Vi spiego perché l’uomo tornerà sulla Luna, e perché non è importante chi sia a lasciare la prossima impronta» – L’intervista

15 Giugno 2026 - 18:16 Francesca Milano
L'astronauta italiano sarà il pilota della missione Artemis III. A Open racconta il suo lavoro, ma non vuole che si parli di coraggio
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Luca Parmitano sembra un bambino davanti al suo regalo di Natale tanto desiderato, e forse lo è. Quel bambino che a quattro anni per la prima volta confessò alla sua istruttrice di nuoto il sogno di fare l’astronauta, oggi che di anni ne ha quasi 50 sta per diventare il pilota dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea) che porterà l’equipaggio della missione Artemis III di nuovo sulla Luna. E poco importa che il suo stivale non toccherà il suolo lunare, perché – come spiega in questa intervista a Open – «l’obiettivo di noi astronauti non è quello di fare cose straordinarie ma mettercela tutta per contribuire all’evoluzione dell’essere umano, nella scienza, nella tecnologia, nell’esplorazione».

luca parmitano
Luca parmitano, l’astronauta dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea)

Hai più volte raccontato di quel giorno in piscina, quando hai detto per la prima volta che avrei voluto fare l’astronauta. Cosa ricordi di quel giorno?

«Ricordo che volevo a tutti i costi imparare a tuffarmi di testa. Avevo quattro anni, e aspettavo il mio turno. L’istruttrice, per rompere il ghiaccio, chise a ognuno di cosa cosa avremmo voluto fare da grandi. Avrei potuto dire: “Da grande voglio essere l’uomo ragno, ma risposi voglio fare l’astronauta, perché ricordo le immagini dei primi lanci dello space shuttle con gli astronauti nello scafandro bianco che lavoravano in orbita… nella mia testa di bambino, quelle immagini assomogliavano ai cartoni animati giapponesi, non distinguevo tra realtà e fantasia ma sentivo il grandissimo fascino di un lavoro che in realtà non riuscivo neanche a immaginare».

E poi quel desiderio è diventato il tuo lavoro davvero. Ed è un lavoro molto particolare per noi che viviamo solo sulla terra. Qual è la cosa più difficile da spiegare a chi non è mai stato nello spazio?

«Che per noi non è un punto di arrivo. Il nostro anelito è quello del contributo. Quando si parla di record, il numero di ore, il numero di giorni, il numero di attività, noi astronauti non siamo neanche consapevoli di questi fattori, perché siamo concentrati su quello che stiamo dando, su quanto in più possiamo dare di noi stessi per lo sviluppo che è legato all’evoluzione dell’essere umano, nella scienza, nella tecnologia, nell’esplorazione. Le nostre agenzie hanno la capacità di elevare l’individuo per esprimere il massimo del loro potenziale. Questo è il nostro obiettivo. A volte sembra quasi che il nostro obiettivo sia di essere il primo a mettere il piede all’interno dell’astronave, il primo a mettere l’impronta sulla Luna, il primo a andare su Marte, ma non fa parte della nostra realtà».

A proposito di questo, nella prossima missione Artemis III tu sarai il pilota. Che ruolo è questo?

«È il ruolo più bello che esista. Io sono un pilota di professione, sono un pilota dell’aeronautica militare, un pilota sperimentatore, per cui la sfida che mi si presenta di apprendere, di conoscere una macchina da zero, di contribuire alla sua formazione, al suo sviluppo e al disegno delle procedure che andranno avanti nei prossimi mesi fino a portare l’umanità nuovamente sulla Luna, è uno dei giocattoli più belli che mi poteva capitare, perché è come darmi letteralmente un giocattolo nuovo. Adesso ho davanti un’astronave di cui non conosco nulla e avrò tempo nei prossimi mesi per renderla un’estensione del mio corpo e della mia volontà. Quindi essere il pilota significa letteralmente pilotare con le modalità manuali, essere letteralmente ai comandi dell’astronave».

Hai parlato della Luna perché l’obiettivo della Nasa è quello di riportare l’uomo sulla Luna. Perché l’uomo deve tornare sulla Luna secondo te?

«Ci sono vari motivi. Innanzitutto esiste un principio di esplorazione. Noi siamo una specie che, dopo aver creato le condizioni di stabilità in un ambiente, cerca attraverso l’esplorazione nuove risorse. Il nostro pianeta ha risorse che non sono infinite, ma l’universo ha risorse infinite. Inizialmente torneremo sulla Luna e poi ci allargheremo ancora di più per scienza, per raccogliere conoscenze che al momento non abbiamo. Dopo aver acquisito quelle conoscenze sarà possibile utilizzare risorse che non abbiamo sulla Terra per migliorare la nostra vita sulla Terra. Questi sono due principi fondamentali, la scienza e l’esplorazione. Il terzo punto, la tecnologia, è altrettanto importante perché la tecnologia è direttamente legata alla qualità della vita e all’evoluzione della nostra qualità di vita. Sviluppare nuova tecnologia con risultati che oggi sono ancora impensabili è parte di questo percorso. Gli ostacoli che sono di fronte a noi sono uno dei motivi che ci spinge all’esplorazione: vedere una montagna e immaginare cosa ci sia dietro. Vedere un orizzonte e volerlo superare».

Abbiamo visto in moltissimi video come si svolge la vita quotidiana a bordo di una stazione spaziale: come si mangia, come ci si lava, come si dorme. Ma vorrei sapere se si sogna, in orbita.

«Sì, tutti noi continuiamo a sognare anche quando siamo in orbita, nella lunga permanenza. Ma i miei, di sogni, non cambiano molto. In realtà faccio sempre sogni abbastanza bislacchi, è impossibile distinguere tra quelli che ho fatto in orbita o quelli che faccio sulla Terra».

Nel 2013 c’è stato un incidente durante una tua passeggiata spaziale. Con che coraggio, dopo un rischio del genere, si torna nello spazio?

«Non è questione di coraggio, è questione di consapevolezza. Al momento ho circa 30 ore di attività extraveicolare e più di 600 ore di addestramento nello scafandro, sott’acqua, in realtà virtuale, sospeso con dei cavi… Questo perché, l’esperienza, la consapevolezza, ti permette di operare in ambienti complessi e di farlo con la sicurezza di poter affrontare anche situazioni anche inaspettate, perché il volo spaziale è ancora esplorazione, è ancora ignoto. Quindi bisogna affrontarlo con consapevolezza, con la volontà di mettersi in gioco e la volontà di tirarsi fuori dalla propria zona di comfort. In tutta onestà io avrei voluto andare fuori per finire il mio lavoro il giorno dopo l’evento del 2013, ma non è stato possibile. La stessa cosa è più o meno successa nel 2005, quando ho avuto un rischioso incidente: l’indomani ero in volo per finire la missione con un altro aereo. Bisogna stare attenti a parlare di coraggio. Il coraggio lo si dimostra ogni giorno nel fare scelte che vanno al di là del nostro vantaggio. L’eroismo non è quello di chi fa un volo spaziale, ma è quello dei docenti che ogni giorno affrontano le difficoltà della vita, dei preti di strada che sono sempre incavolati perché hanno troppo da fare, di chi si dona al servizio degli altri senza pensare al proprio vantaggio. Quello è coraggio».

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