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Morte di Epstein, cosa emerge dai tre milioni di pagine desecretate

17 Giugno 2026 - 08:48 David Puente
L'inchiesta del NYT rafforza la tesi del suicidio, mentre l'ipotesi dell'omicidio richiederebbe un complotto quasi impossibile
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Il New York Times ha pubblicato la ricostruzione più ampia mai realizzata sulla morte di Jeffrey Epstein, il finanziere accusato di traffico sessuale di minori trovato impiccato nella sua cella il 10 agosto 2019. Il lavoro nasce dai documenti resi pubblici grazie all’Epstein Files Transparency Act, la legge firmata da Donald Trump il 19 novembre 2025 che ha imposto al Dipartimento di Giustizia di rendere consultabili i materiali dell’indagine. Secondo il NYT, quei documenti non chiudono ogni interrogativo, ma spostano il peso delle prove in una direzione precisa.

Da dove arrivano i documenti

La testata spiega di aver lavorato su una mole di materiali senza precedenti, oltre tre milioni di pagine tra atti, foto e video. Su quella base i giornalisti hanno rintracciato e intervistato più di quaranta persone, tra detenuti, agenti, avvocati e funzionari. Molte, sottolinea il NYT, non erano mai state sentite prima nemmeno dagli inquirenti. La testata ha inoltre ottenuto in tribunale un documento descritto come un biglietto d’addio scritto da Epstein in carcere, e ha ricostruito in 3D il reparto in cui era detenuto.

Di fatto, è la prima volta che la vicenda viene esaminata con accesso quasi completo agli atti delle due inchieste ufficiali, quella iniziale dei procuratori federali e quella dell’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia, che avevano concluso, entrambe, per il suicidio. Nel maggio 2025 la stessa conclusione era stata ribadita pubblicamente dai vertici dell’FBI scelti da Trump, Kash Patel e Dan Bongino, in passato vicini alle teorie del complotto sul caso.

Le prove che prima non c’erano

Il NYT presenta una serie di elementi che, nella sua lettura, rafforzano la tesi del suicidio.

Il primo è il presunto biglietto. Secondo la ricostruzione, fu il primo compagno di cella di Epstein, Nicholas Tartaglione, a trovarlo tra le pagine di un fumetto e a consegnarlo ai propri legali, che lo tennero sigillato nei loro atti giudiziari per anni. Alla fine, è diventato di dominio pubblico solo lo scorso maggio, dopo un’istanza presentata dagli avvocati del giornale. Nel testo Epstein scriveva che poter scegliere il momento per dire addio era quasi un privilegio.

Il giornale aggiunge altri appunti scritti in cella, alcuni con allusioni alla volontà di farla finita, e il racconto di Tartaglione, che sostiene di averlo sorpreso due volte mentre tentava di procurarsi un cappio nelle settimane precedenti.

C’è poi un elemento mai emerso prima. Un detenuto della cella accanto, Chad Brown, mai interrogato dagli inquirenti nel 2019, ha riferito al NYT di aver sentito quella notte un rumore di lenzuola strappate, durato circa dieci minuti, e nessun suono compatibile con una colluttazione.

L’analisi sulle teorie dell’omicidio

La ricostruzione tratta anche alcuni elementi che per anni hanno alimentato la tesi dell’omicidio.

Il primo è una scia arancione ripresa da una telecamera attorno alle 22.40, che secondo alcuni proverebbe l’ingresso di un intruso nel reparto. Secondo l’ispettore generale citato dal NYT, quella sagoma è con ogni probabilità l’agente Tova Noel mentre trasporta biancheria, anche perché in quel momento le chiavi del braccio erano in mano sua.

Il secondo è il referto autoptico. Il patologo Michael Baden, ingaggiato dal fratello di Epstein, sostenne che tre fratture nel collo fossero tipiche di uno strangolamento e rare per un’impiccagione. Il NYT ha sottoposto la tesi a nove tra patologi ed esperti e la maggior parte ha ricordato che quelle fratture oggi risultano documentate anche nei suicidi per impiccagione, e quasi tutti hanno escluso che la sola autopsia possa stabilire con certezza se si tratti di omicidio o suicidio, tanto più per le lesioni al collo.

Il terzo riguarda il cappio. Le immagini diffuse mostravano una discrepanza tra l’oggetto repertato come prova e i segni rimasti sul collo. Secondo i documenti citati dal NYT, gli investigatori avevano repertato il cappio sbagliato. Un’altra striscia di tessuto, finita in un angolo della cella e poi gettata via prima che se ne comprendesse il valore, mostrava pieghe compatibili con l’aver sostenuto un peso.

Perché l’omicidio era quasi impossibile

Sul piano della dinamica, il punto centrale dell’inchiesta è la difficoltà materiale di un omicidio.

Per raggiungere la cella di Epstein, un sicario avrebbe dovuto superare porte chiuse a chiave in tre punti diversi, passare davanti a telecamere che, pur non registrando, erano osservate in tempo reale dalla centrale di controllo che comandava anche le serrature, e contare sulla complicità di un sistema gestito da persone diverse. Tutto questo rischiando un’imputazione da pena di morte.

«Sarebbe servito un complotto enorme», ha detto al NYT Hugh Hurwitz, all’epoca a capo dell’amministrazione delle carceri federali. Di fatto, per uno scenario del genere ci sarebbero troppe persone coinvolte perché nessuna, in sette anni, ne parlasse.

Il fallimento del sistema carcerario

Ciò che i documenti raccontano, secondo il NYT, non è un piano ma un cumulo di errori.

Il Metropolitan Correctional Center di Manhattan, chiuso poi nel 2021, era sovraffollato e a corto di personale. La notte della morte quasi metà delle telecamere del reparto non registrava.

Gli agenti di turno saltarono le ronde previste e firmarono moduli attestando controlli mai svolti. Una falsificazione per cui furono incriminati, salvo poi vedersi ritirare le accuse.

Soprattutto, malgrado un ordine esplicito e il rischio suicidario noto, Epstein era rimasto solo in cella dopo il trasferimento del suo ultimo compagno, perché nessuno gli aveva assegnato un sostituto.

Una serie di fallimenti istituzionali, errori umani e coincidenze, conclude il giornale, che spiegano la morte meglio di qualsiasi ipotesi di omicidio.

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