«Pagati solo se non pioveva». Le offerte di lavoro più assurde raccontate da chi ha detto no

«Eravamo artisti in un parco all’aperto, ma la regola era che venivamo pagati solo se non pioveva». «Mi hanno fatto i complimenti per il percorso svolto, poi mi hanno offerto un contratto di tirocinio da 1.000 euro lordi annui». «Quando ho richiamato per comunicare che rifiutavo l’offerta, mi è stato detto: “Non troverai altre testate che ti valorizzino come avremmo fatto noi”». «Mi offrivano 600 euro di buoni pasto, senza ferie, malattia, Inps, assicurazioni, contributi. Se non potevo lavorare non venivo pagato».
Sono solo alcune delle storie che Open ha raccolto e che, ancora una volta, dimostrano come il mercato del lavoro italiano, in molti casi, oscilli pericolosamente tra la farsa e lo sfruttamento. Mentre le aziende lamentano la fatica di assumere e la retorica pubblica accusa i giovani di non voler fare sacrifici, la realtà racconta tutta un’altra storia. Ed è quella di una generazione che è stanca di accettare come “normali” compromessi che normali non sono mai stati, e che ha deciso di rifiutare proposte «inaccettabili», perché riteneva di «valere di più». Quello che ne emerge è un quadro desolante, spesso fatto di manipolazione emotiva e contratti al limite della legalità, che svelano un vizio di forma tutto italiano: considerare il lavoro come un privilegio concesso dal datore, e non come un equo scambio tra prestazione e retribuzione.
«Non troverai chi ti valorizza come noi»
Una delle dinamiche più sottili e tossiche emerge nella fase di selezione, quando spesso capita che il datore riempia il candidato di complimenti per poi sferrare il colpo di grazia al momento di parlare di soldi, cosa che peraltro spesso e volentieri avviene dopo diversi colloqui. È l’esperienza raccontata a Open da Giulia, 25 anni, studentessa di Giornalismo in Abruzzo. Per ottenere il tesserino da pubblicista risponde all’annuncio di un’emittente televisiva di Teramo. Dopo un’ora di autostrada, sostiene un colloquio di un’ora e mezza con editore e direttrice.
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«Mi hanno rivolto numerosi complimenti per il percorso svolto, dicendo che avevo già un’esperienza significativa e superiore a quella di molti coetanei». Poi, la doccia fredda: un contratto di tirocinio da «1.000 euro lordi annui». Le era poi richiesta presenza in redazione tre volte a settimana e inchieste di cronaca da coprire spostandosi in tutta la regione. Quando Giulia prende tempo, scatta la pressione psicologica con il contratto già stampato da firmare lì, sul momento. Al suo rifiuto definitivo il giorno successivo, l’editore risponde: «Non troverai altre testate che ti valorizzino come avremmo fatto noi».
«Ritenevo di valere un po’ di più di quella cifra»
Una dinamica molto simile l’ha vissuta Manuele, neolaureato in ingegneria con 110 e lode, che racconta a Open come si è svolto il suo colloquio. Un’importante azienda pavese leader nella produzione di lieviti e ingredienti per la panificazione, pasticceria e pizzeria, in collaborazione con un’agenzia interinale, organizza un bando all’università. Manuele supera un estenuante assessment di gruppo insieme ad altri candidati e viene richiamato per il colloquio individuale per il ruolo di ingegnere di manutenzione, una figura chiave per lo stabilimento.
«Mi vengono fatti grandi complimenti e grandi perifrasi sul fatto che sono una grande azienda, una realtà in cui crescere, il valore dell’opportunità e così via. Dopo tutti questi proclami mi viene offerto uno stage retribuito di 6 mesi a 500 euro, senza alcun benefit e chiaramente full time». Manuele rifiuta: «Per non creare polemiche dissi che la ragione era dovuta al fatto che con quella retribuzione non mi sarei potuto mantenere. La vera ragione però era che ritenevo di valere un po’ di più di quella cifra, nonostante fossi neolaureato». La scelta gli dà ragione: pochi mesi dopo accetta uno stage a condizioni dignitose che si trasforma in tempo indeterminato in tre mesi. Oggi è comproprietario di una società di ingegneria.
«Niente ferie, malattia, Inps, assicurazioni, contributi»
Tra gli scogli più grandi oltre all’abuso dello stage da parte delle aziende, c’è anche quello delle finte partite Iva. Andrea racconta a Open di quando rispose a un annuncio di un’agenzia di ricerca e selezione del personale per un posto da installatore di fibra ottica. L’azienda aveva «un’urgenza assoluta». Il lavoro includeva compiti come calarsi nei pozzetti, salire sui tralicci, tirare cavi. La proposta era un full time da 40 ore settimanali per 3 mesi, «eventualmente estendibile ad ulteriori 3 mesi, “poi vediamo”». Il tutto “retribuito” con 600 euro di buoni pasto, quindi niente ferie, malattia, Inps, assicurazioni, contributi».
Andrea ha rifiutato e poco dopo ha trovato un vero contratto di apprendistato a 1.400 euro netti al mese in un’altra azienda, «con 3 scatti di anzianità e auto-trasformazione del contratto a tempo indeterminato», se avesse scelto di proseguire. Dopo 5 mesi però l’agenzia interinale lo ha richiamato dicendo che il datore era finalmente pronto a far partire il contratto. «Ho fatto presente all’operatore che sarei stato un folle a lasciare il mio attuale contratto per accettare quanto mi stava proponendo (soprattutto a distanza di tutto quel tempo). L’operatore, disperato, ha provato a convincermi ma è finita che mi ha dato ragione».
Le finte partite Iva, i finti stage e le domande personali
C’è Simone poi che racconta a Open che gli sono stati offerti «1.400 euro a partita Iva, lordi, ma con orari e obblighi da dipendente». Un classico per scaricare i rischi sul lavoratore. A Lory, è stato offerto uno «stage da 400 euro in realtà in sostituzione per malattia», senza alcuna prospettiva futura. E c’è Bianca, che riassume così il minimo comune denominatore di troppe aziende: «Pagano poco, vogliono tutto e fanno anche domande personali» durante i colloqui.
«Era come se fossimo i figli schiavi con una paghetta settimanale»
C’è poi Stefano, infermiere di Livorno, che ha raccontato a Open la sua esperienza del 2023, quando ha risposto a un annuncio di una cooperativa per una «figura di coordinamento infermieristico nel settore delle cure domiciliari». Al colloquio i selezionatori esordiscono lamentando che «è impossibile trovare un infermiere al giorno d’oggi». Poi passano a illustrare le mansioni: 38 ore settimanali su 6 giorni, visite a domicilio a proprie spese, gestione della turnistica di tutto l’ufficio, sostituzione della segretaria d’amministrazione quando manca e, per finire, una «reperibilità non pagata con utilizzo di telefono privato» per sostituire i colleghi in caso di contrattempi.
Quando Stefano propone una collaborazione a partita Iva per concordare almeno tariffe umane, la risposta è un no categorico. Il motivo? «L’idea aziendale è quella di avere tutti dipendenti assunti come una grande famiglia felice», traducibile secondo il candidato in «figli schiavi con una paghetta settimanale». Perché il contratto che offrivano era un D2 delle cooperative sociali, vale a dire circa 1.300 euro lordi al mese. Condizioni che Stefano commenta con una riflessione amara: «Ripenso a quelle persone secondo cui i giovani non abbiano voglia di lavorare e che se il mondo del lavoro va male è tutta colpa del reddito di cittadinanza».
La svolta della trasparenza salariale basterà?
C’è però una nota positiva che arriva dal fronte normativo: entro il 30 giugno 2026 l’Italia ha l’obbligo di recepire la direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva. Significa che le aziende avranno l’obbligo di indicare lo stipendio o una forbice salariale prima del colloquio. Non solo: scatterà il divieto assoluto di chiedere al candidato quanto guadagnava nella sua posizione precedente, una pratica che da sempre serve a rimodulare al ribasso le offerte. I dati di Indeed Hiring Lab mostrano che le aziende italiane si stanno faticosamente adeguando: se a inizio 2025 solo il 20% degli annunci mostrava la paga, nel 2026 siamo saliti al 36%. Agenzie come Randstad confermano che l’80% dei loro annunci riporta già il range salariale o il pacchetto complessivo. Ma tutto questo sarà sufficiente?

